ENRICO TORTONESE.
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AMBIENTI E PESCI DEI MARI TROPICALI.
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1983. Officine grafiche Calderini, BOLOGNA - ROMA - MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Introduzione. dell'Autore.
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Nel presentare queste pagine occorre tenere conto della variet di persone che da tempo mi hanno incoraggiato a scriverle: biologi, acquariofili, subacquei... Durante questi anni  rapidamente cresciuto l'interesse per tutto ci che riguarda il mare e gli animali che lo popolano, mentre la maggiore facilit di accedere a lontani paesi ha stimolato la curiosit di tutti coloro che amano la Natura e non si contentano di un turismo banalmente inteso.
Gli ambienti tropicali esercitano un particolare fascino, il quale deriva in non piccola parte dal mondo animale che lo abita e nel caso specifico dai pesci che nuotano in quelle acque. Alcuni di essi hanno acquisito una certa notoriet sia per il diffondersi degli acquarii pubblici e privati, sia per la comparsa di scritti corredati di attraenti fotografie.
Durante cinquantanni ( malinconico dirlo) di attivit naturalistica e in particolare ittiologica, avvertii molto spesso il desiderio di fare partecipi gli altri di tutto ci che di bello, di interessante, di utile venivo ad apprendere attraverso quasi quotidiane esperienze. Il redigere queste pagine  stato la parziale soddisfazione di un tale desiderio, inserendo fra le opere italiane dedicate al mare e alla sua fauna una sintetica trattazione del mondo marino tropicale dal punto di vista scientifico (ma su un piano divulgativo) e non solo estetico-turistico.
Non lievi difficolt si sono prospettate fin dall'inizio. Non  facile preparare un libro di divulgazione scientifica che risponda alle esigenze, inevitabilmente diverse, sia di studiosi (o aspiranti tali) che desiderano un primo e generale orientamento in vista di missioni ai tropici, sia di persone che per l'uno o l'altro motivo si interessano di pesci esotici (appassionati del mare, acquariofili, commercianti di prodotti ittici, sportivi subacquei - e perch no? - turisti).
I lettori della prima categoria giudicheranno forse queste pagine troppo concise ed elementari: essi devono per riconoscere che a proposito di
ambienti e pesci dei mari tropicali gli argomenti sono cos numerosi, varii e complessi che un'opera di ben altra mole sarebbe necessaria per una degna trattazione. Ai lettori del secondo gruppo, che troveranno pesante lo scorrere alcune pagine, ricordo che il semplificare a scopo divulgativo ha dei limiti, che le cognizioni scientifiche non sono sempre facili da ottenere, che ai libri si ricorre spesso per consultazioni se non per un'integrale lettura. Nessuno, comunque, pu attendersi qui una rassegna sistematica, cio una guida ove ogni specie sia raffigurata e descritta: nel presente caso essa non sarebbe neppure pensabile.
Mi sono invece convinto dell'utilit di un compendio di notizie intorno a strutture, costumi, diffusione dei pesci che vivono lungo le coste dei mari caldi e in particolare presso le barriere coralline. I potenziali lettori che spesso ho dovuto cercare di soddisfare alla meglio e verbalmente, troveranno pi adeguate risposte alle loro richieste.
Un'assai lunga serie di studi e un intenso lavoro per l'ordinamento di collezioni mi ha dato modo di maneggiare migliaia di pesci di ogni oceano. Sedi di questa attivit sono stati i musei di Torino e di Genova, ove molte raccolte che naturalisti ed esploratori riportarono da lontani mari rimasero dimenticate per oltre un secolo... e in parte continueranno a giacere indisturbate. Molto altro materiale potei esaminare in musei d'Europa (Monaco, Parigi, Londra, Vienna) e d'America (New York, Washington, Chicago, San Francisco, Buenos Aires), in alcuni grandi acquarii e in stazioni di Biologia marina, nonch nel corso di ricerche svolte lungo i littorali dei tropici (Mar Rosso, Bahamas, Florida, ecc.). Mi resi perfettamente conto che l'attivit di laboratorio e quella di campagna si integrano e sono entrambe essenziali;  ottima cosa che la prima abbia inizio precedendo la seconda affinch questa sia condotta con l'indispensabile preparazione. Quando si prende contatto con la Natura per indagare fatti e fenomeni non si dovrebbe mai dimenticare una frase di Pasteur: Il caso non favorisce che le menti preparate.
Molto di quanto  esposto nei capitoli che seguono deriva da dirette esperienze: affiora quindi pi di un ricordo personale. Per meglio qualificare gli ambienti che i pesci popolano mi sono soffermato con qualche dettaglio sugli altri organismi che non solo completano il quadro ma, come nel caso delle barriere coralline o dei mangrovieti, sono fondamentali fattori ecologici. Quasi tutte le specie ittiche nominate sono state esaminate, allo stato vivente o conservate. I disegni sono perci nella quasi totalit originali. Per ogni specie figurata sono indicate la famiglia e la regione. In alcuni casi ho ritenuto utile citare anche nomi volgari stranieri, soprattutto anglosassoni.
L'inevitabile ricorrere di termini come ambiente e ecologia che cos spesso echeggiano negli attuali discorsi impegnati, ricorda ancora una volta come le attivit dell'Homo sapiens e il suo impressionante proliferare influiscano anche sui mari, alterando e distruggendo ecosistemi. Molti animali risentono di saccheggi dovuti sia a un collezionismo spesso deteriore sia al turismo, questo e quello connessi a loro volta con il commercio dei souvenirs. A lidi una volta remoti accorrono oggi schiere di visitatori non alieni da dirette depredazioni, delle quali viene anzi reclamizzata la possibilit. L'iniziativa di parchi subacquei  lodevole, ma il materiale esibito in vendita nelle localit stesse (e per lo pi raccolto sul posto) attenua il compiacimento e lascia perplessi. A chi si reca fra i coralli dei tropici si deve augurare di vedere molto, ma si deve pure raccomandare di raccogliere poco o nulla, a costo di deludere parenti e amici in attesa di insoliti soprammobili. A meno, beninteso, che intervengano interessi scientifici.
Non voglio sorvolare su altri due termini: societ e cultura.
Non  questa la sede per considerare le finalit della ricerca scientifica, ma poich di essa vengono qui esposti oggetti e risultati riappare con tutta chiarezza un'esigenza sociale e culturale: reagire alla Scienza intesa su base puramente utilitaria in omaggio all'imperante tecnocrazia. Si deve rivendicare il valore della cosiddetta scienza pura e del conoscere per conoscere indipendentemente da ogni utile immediato che in campo pratico derivi alla societ o all'individuo. Tali essendo le mie profonde convinzioni - associate al concetto di cultura pi tradizionale e pi serio - mi sia permesso rivolgere un semplice invito a chi intende visitare ambienti esotici, siano essi terrestri o marini: non trascurare un minimo di preparazione intellettuale. Il livello di questa sar ovviamente molto diverso: se al curiosus Naturae  sufficiente qualche generica informazione, conoscenze pi estese sono necessarie a chi sia animato da pi vivi interessi naturalistici sia pure non professionali.
Se a uno stupendo ambiente come quello delle barriere coralline ci accostiamo consapevoli delle sue caratteristiche essenziali, trarremo ben altre soddisfazioni e una serie di indimenticabili esperienze completer, consolidandolo, ci che abbiamo appreso dai libri. I quali anche in questo caso avranno stimolato il desiderio di quei contatti con la Natura che dischiudono pi vasti orizzonti al nostro sapere, elevano lo spinto e lo confortano tra le infinite miserie di un mondo turbolento e di una societ inquieta. Mi auguro che il presente libro riesca a rispondere a tali scopi e che, pur nella sua limitatezza, consenta di comprendere ancor meglio quanto di bello e grandioso esiste negli oceani.
Alla Casa Editrice Calderini esprimo un ringraziamento per avere accolto la mia iniziativa e una non minore gratitudine va a coloro che l'hanno favorita: Gruppo Ricerche Scientifiche e Tecniche Subacquee (Firenze) per i ripetuti inviti a partecipare a missioni in mar Rosso; prof. Lucia Rossi e dott. Elso Lodi (Ist. Zoologia, Universit di Torino) per aiuti bibliografici; dott. John Rondali (Mus. Honolulu), J. C. Briggs (Univ. Florida) e G. R. Alien (Mus. Perth) per l'invio di pubblicazioni; dott. Alessandro Olschki e dott. Paolo Notarbartolo (Firenze), dott. Paolo Arata, dott. Rita Rosso, sig. Aldo Margiocco (Genova) e Direzione di Euraquarium (Bologna) per il prestito o l'esecuzione di fotografie.
ENRICO TORTONESE.
Genova, 1982.
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Indice.
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I MARI TROPICALI: AMBIENTI E FAUNE.
Il mare aperto.
Sargassi, mangrovie, praterie.
Le formazioni coralline.
I pesci dei coralli.
L'ITTIOFAUNA MARINA TROPICALE.
Classificazione e nomenclatura.
Rassegna di gruppi e specie.
LE REGIONI BIOGEOGRAFICHE.
Dall'oceano Indiano al Pacifico.
Il mar Rosso.
Panama e zone oceaniche vicine.
Atlantico tropicale occidentale.
Atlantico tropicale orientale.
I COLORI DEI PESCI CORALLINI.
Differenze e rassomiglianze di colori.
Colori, sesso, et.
Mimetismi di diverso tipo.
Variet di fatti e di interpretazioni.
LA VITA DEI PESCI CORALLINI.
Movimento e gregarismo.
Attivit diurna e notturna.
Associazioni.
Nutrizione.
Riproduzione e sviluppo.
I PESCI PERICOLOSI.
Squali e altri aggressori.
Ghiandole e spine velenifere.
Alimenti, tossine, malattie.
BIBLIOGRAFIA
Addenda.
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FINE Indice.
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I mari tropicali: ambiente e faune.

Chi vede solo i prodotti del suo paese, abita un unico mondo, mentre coloro che vedono e considerano i prodotti di altri climi, portano per cos dire molti mondi al proprio cospetto.
C. Linneo
Se dal Mediterraneo ci rechiamo nel vicinissimo mar Rosso e poniamo attenzione, anche senza particolare impegno, alla fauna delle sue acque, ci accorgiamo subito che essa  profondamente diversa da quella mediterranea:  infatti il nostro primo incontro con una folla di specie sconosciute nei nostri mari e soprattutto col prestigioso mondo delle formazioni coralline. Se invece, usciti da Gibilterra, procediamo nell'A- tlantico in direzione sud, cio lungo le coste africane, non avvertiamo cambiamenti notevoli e se poi abbiamo consuetudine con le zone medi- terranee pi meridionali, ritroviamo un ambiente di casa. Perch tutto questo? Il motivo  semplice. Nel primo caso siamo entrati di colpo in una regione a carattere tropicale, mentre nel secondo siamo rimasti in un ambiente di tipo temperato e non entreremo in quello tropicale che molto pi a sud.  impossibile non rilevare un contrasto fra i concetti oceanografici e biogeografici e quelli, pi famigliari, astronomico- geografici: la schematicit di questi ultimi non sempre si accorda con la distribuzione delle faune e delle flore, che dipende da fattori molteplici e non solo da semplici valori di latitudine. Ben lo dimostra lo studio degli animali che popolano i mari caldi in fantastico numero, con un'immensa ricchezza di specie. Per essi ha una primaria importanza la temperatura. Si definiscono infatti come tropicali gli organismi marini normalmente insediati nell'area compresa fra le isoterme medie superficiali di 20 C nel periodo pi freddo dell'anno. Basta una occhiata al planisfero per notare come il complesso dei mari biologicamente intesi come tropicali non si inquadri esattamente fra i due tropici, ossia fra 2330' di latitudine nord e sud: ora sconfina, ora non li raggiunge neppure.
Per precisare meglio le cose, occorre additare subito le tre grandi regioni zoogeografiche quali vengono riconosciute in base alla distribuzione degli animali nell'uno o nell'altro oceano.

Didascalia.
Regione Indopacifca (I-Ia), Pacifica orientale (II), Atlantica occidentale (III), Atlantica orientale (IV). Le formazioni coralline si trovano entro i limiti in nero; mancano tuttavia su ampi tratti, ad esempio lungo alcune coste dell'Asia meridionale.
Fine didascalia.

La regione Indo-pacifica  di gran lunga la pi vasta e viene anche
detta Indo-west pacifica perch non occupa tutto il Pacifico: il primo appellativo prevale nell'uso e non  il caso di sottilizzare. Ne fanno parte l'oceano Indiano (con le due dipendenze: mar Rosso e golfo Persico) fino all'Africa sud-est e all'Australia occidentale, ed il Pacifico occidentale e centrale, a nord fino al Giappone meridionale e alle Hawai, a oriente fino all'estrema Polinesia, a sud fino all'Australia sud-est (la Nuova Zelanda resta esclusa).
La regione Pacifico-orientale si estende dal confine nord del Messico all'Ecuador e include le isole Galapagos. Infine, la regione Atlantica ha il suo limite nord in corrispondenza della Florida e del Capo Verde; quello sud va da Rio de Janeiro all'Angola.
Maggiori dettagli saranno esposti in un capitolo successivo. In ogni modo, tutte le delimitazioni sono ovviamente approssimate;  pi agevole indicarle se si fa riferimento alle terre, mentre riescono assai indefiniti i confini tracciati attraverso gli oceani aperti; li possiamo riconoscere prendendo in considerazione le isoterme. A seconda delle zone,  pi o meno graduale il passaggio dalla fauna tropicale a quelle vicine di tipo temperato caldo; gli opposti limiti di queste, in entrambi gli emisferi, corrispondono all'incirca alle isoterme di 16-18 C, definite come sopra.
Vicende storiche e una serie di fattori ambientali determinano le attuali differenze faunistiche, le quali sono rilevabili anche in aree pi ristrette (sottoregioni o province), comprese entro le tre maggiori gi menzionate. Non v' da stupire se ritroviamo alle Antille qualche specie di pesce che avevamo preso all'amo in mar Rosso: la distribuzione di un buon numero di specie ittiche  infatti cos vasta, occupando tutti e tre gli oceani, da farle qualificare come circumtropicali (o pantropicali o tropicopolite). Con questo, non si vuol dire che esse siano presenti ovunque, perch nell'ambito della totale area di distribuzione di una specie
animale - terrestre o acquatica - esistono generalmente dei luoghi in cui per l'uno o l'altro motivo essa manca.
Diverse specie circumtropicali abitano anche i mari temperati (ne abbiamo alcune in Mediterraneo: Corifene, Remore, ecc.) e per esse la qualifica di cosmopolite pu essere accettabile, sia pure con le dovute riserve. Si tenga conto, inoltre, che avvengono regolari spostamenti migratorii o occasionali sconfinamenti dalle acque pi calde a quelle temperate. Tutto ci riguarda sia numerosi invertebrati, sia una serie di pesci. Fra questi ultimi, i circumtropicali sono soprattutto d'alto mare (pelagici) e si valutano a una cinquantina di specie. Gli organismi littorali risentono di maggiori differenze nelle condizioni ambientali e perci hanno generalmente una distribuzione pi limitata, talvolta cos ristretta da risultare endemiche in una certa area (ad esempio nel mar Rosso). Tuttavia, non mancano pesci diffusi in ogni oceano eppure costieri e magari strettamente bentonici come un curioso abitatore dei fondali algosi oltre che dei sargassi galleggianti (Histrio histrio).
A proposito di distribuzione circumtropicale non dobbiamo considerare soltanto le specie, in quanto non sono pochi i generi o anche unit sistematiche superiori a carattere pan-oceanico. Di particolare interesse sono i generi, poich spesso sono rappresentati da una o pi specie nell'Atlantico e da una o pi altre nei rimanenti oceani. I Chaetodon, gli Scarus, gli Acanthurus sono comuni lungo le coste atlantiche, ma riappaiono nell'oceano Indiano e nel Pacifico con specie indubbiamente diverse ma spesso molto simili. Talora sono riconoscibili coppie per i cui componenti riesce appropriato il termine di vicarianti. In simili casi, la distribuzione risulta quindi circumtropicale a livello di genere anzich di specie.  curioso il fatto che le ricerche pi moderne hanno fatto talvolta sdoppiare una specie che si riteneva unica, talaltra hanno fatto fondere due specie che si ritenevano distinte. Ad esempio,  stato dimostrato che il pomacentride Abudefuduf saxatilis  in realt limitato all'Atlantico perch l'indopacifico A. vaigiensis ne differisce specificamente: la passata identificazione di questi due pesci era erronea. Per contro, Thunnus alalunga  presente in tutti gli oceani poich si tratta di una specie unica e non di due diverse (Th. alalunga atlantico e Ih. germo indopacifico) com'era opinione dei vecchi ittiologi. Dall'esistenza di frequenti parallelismi, che si conoscono anche in animali di altri gruppi, riesce evidente la stretta relazione che collega tutte le faune tropicali e conferisce loro una certa omogeneit complessiva.
 necessario avvertire che di tutte le considerazioni qui svolte sono oggetto i pesci littorali (o tutt'al pi sublittorali) ed epipelagici, presenti al disopra di circa 200 m di profondit: sono essi a popolare gli svariati ambienti in cui il mondo marino dei tropici dispiega tutta la sua bellezza. Sia che nuotino in superficie, isolati o riuniti in grandi stuoli, sia che guizzino davanti alle scogliere, sia che si addentrino fra i coralli o si nascondano nelle sabbie, questi animali devono le loro attrattive non solo ai colori vivaci o alle forme singolari, ma anche - e non certo in minor misura - ai loro costumi e alle associazioni di cui fanno parte.


Il mare aperto.

Nel mezzo degli oceani come in vicinanza delle coste, le acque tropicali sono sede di un enorme numero di organismi. Nel loro complesso essi costituiscono una fauna composta da elementi svariatissimi, largamente diffusi anche ai livelli pi superficiali: sono questi gli epipelagici, in contrapposizione ai mesopelagici e batipelagici, che vivono a livelli pi profondi. Secondo l'abituale distinzione che al pari di molte altre stabilite dai biologi - non pu essere rigorosa, tali organismi sono in parte planctonici, in parte nectonici: quelli vagano pi o meno in bala delle acque, questi sono attivi nuotatori. Rappresentanti degli uni e degli altri sono facilmente osservabili da chi percorre le aperte distese marine, anche a non grande distanza dai littorali; a questi si avvicinano spesso numerosi animali pelagici e quindi pu essere agevole acquisirne una diretta conoscenza.
Il plancton dei mari caldi  meno copioso di quello delle regioni temperate e fredde, poich nelle acque sono generalmente scarsi i sali (nitrati, fosfati) che sono primarii fattori di produttivit. Tuttavia, una tale povert si verifica nelle aperte distese oceaniche, mentre presso le coste - non escluse le piccole isole e gli atolli - si osserva una molto maggiore ricchezza di plancton, quali - e quantitativa. V' di che restare affascinati per la variet e singolarit dei suoi componenti. Grandissimo  il numero di individui che spesso si affollano alla superficie, soprattutto in certe epoche e in certe zone favorite evidentemente da condizioni locali, sia pure transitorie. Del Mar Rosso non conservo soltanto ricordi ittiologici, perch spesso ammirai quadri di indicibile bellezza, formati da fitte schiere di diafane creature: salpe, meduse, sifonofori, ctenofori. In aprile, centinaia di rosee meduse (Aurelio aurita) sciamavano nel golfo di Aqaba, mentre presso Jeddah in alcuni giorni di gennaio le Aequorea forsskali - che sono meduse pi piccole e trasparenti - erano talmente fitte da impedire di vedere sott'acqua.
Le splendide ma insidiosissime fisalie (Physalia physalis) compaiono spesso in gran numero vicino alle rive della Florida, spinte dai venti sino alle spiagge dove trovano miseranda fine insieme ai pesciolini che ad esse sono associati... per la vita e per la morte: si tratta del Nomeus gronovii, ben meritevole di altre notizie che dar pi avanti. Graziosi cnidarii come Velella e Porpita e molluschi forniti (Janthina) oppure no (Glaucus) di conchiglia sono altri partecipi del plancton tropicale. Chi osserva questo insieme di creature avvicinandole in acqua (attenzione per ai bruciantissimi tentacoli delle fisalie!), avvistandole da un'imbarcazione o esaminandone i resti spiaggiati, deve rendersi conto di avere sott'occhio soltanto una ben piccola parte del plancton disseminato nelle acque oceaniche. Egli non pu infatti scorgere n i miliardi di esseri microscopici, animali e vegetali, n il pur immenso numero di uova e di larve di animali di ogni tipo. Unicellulari e protette da un guscio calcareo sono le Globigerine, che tanta parte hanno, dopo morte, nella formazione dei sedimenti abissali; unicellulari sono le Dinoflagellate, come le luminescenti Nottiluche e le varie specie che - proliferando in modo inconsueto provocano la cosiddetta marea rossa. Quanto ai pesci, dobbiamo fermare l'attenzione su alcuni stadi larvali che presentano un aspetto del tutto particolare.
Tra le pi salienti caratteristiche degli Anguilliformi  la metamorfosi che accompagna lo sviluppo. Le larve, dette leptocefali, sono simili a foglioline o nastri trasparenti (mancano di emoglobina) e subiscono una graduale trasformazione: il corpo diventa cilindrico e finisce per assumere - ingrossando e pigmentandosi - la conformazione dell'adulto. La forma dei leptocefali differisce a seconda delle specie e dell'et. Non  da credersi che le dimensioni siano sempre esigue: talvolta raggiungono 900 mm di lunghezza! I leptocefali sono spesso abbondantissimi nel plancton, ma alle facilit di raccolta non corrispondono facilit di identificazione: di alcuni  tuttora sconosciuta la corrispondente specie adulta e
lo studioso  costretto a definizioni provvisorie.
Altre larve singolari sono quelle dei pesci luna o Molidi. Appena schiuse dall'uovo esse non misurano che un millimetro e mezzo o due e per aspetto ricordano i pesci palla o tetraodonti; bench poi si accresca,
il corpo diviene in proporzione pi corto e talora acquisita un rivestimento di placche osseee munite di spine dentellate, coniche o piramidali. Particolari modalit intervengono nelle diverse specie. Non per nulla rest per lungo tempo misteriosa l'identit di queste e di molte altre larve che pullulano negli oceani.
I pesci luna ci inducono a tralasciare il plancton e a prendere in considerazione il necton. Quando si dice che questo  formato essenzialmente dai pesci (almeno per quanto riguarda i vertebrati) si dovrebbe aggiungere soprattutto allo stato adulto: Come si  detto, infatti, le larve - oltre alle uova - danno un rilevante contributo al plancton e per la loro diffusione dipendono molto dalle correnti. Con la sua inconfondibile sagoma il Pesce luna (Mola mola) non pu certo additarsi a modello dei pesci pelagici e in particolare epipelagici. Questi hanno di solito corpo fusiforme, con una conformazione idrodinamica in rapporto con ottime capacit natatorie: il che non si rileva certo nell'animale sopra citato.
Quanto ai colori, i pesci d'alto mare sono lungi dal presentare la variet e vivacit che si osserva in quelli littorali: grigi, verdi o azzurri sul dorso, argentei o bianchi nelle altre parti del corpo, essi sembrano in generale uniformarsi semplicemente al loro ambiente, senza trascurare una certa mimetizzazione ma senza sfoggiare inutili (e qui dannose) livree. Il classico counter-shading  presente in questi come in moltissimi altri pesci di ogni ambiente. Tuttavia, non  detto che i pesci pelagici sfigurino del tutto: basta guardare il brillante blu dei pesci volanti, l'azzurro (punteggiato di nero) della pinna dorsale del pesce ventaglio e - meglio ancora - gli stupendi maschi adulti della Corifena, nei quali il blu e il giallo sono accompagnati da vividi riflessi dorati e argentei.
Un'ottima regione per chi desideri esaminare pesci pelagici  la Florida, dove ormai lontani soggiorni mi lasciarono indimenticabili esperienze... e molti appunti. L  facile vedere le spettacolose prede che i non pochi, appassionati pescatori sportivi d'altura catturano nelle acque della corrente del Golfo o nel mar Caraibico o nel golfo del Messico. L'interesse  destato anzitutto dai marlins, cio da alcuni grossi xifioidi (famiglia Istioforidi).
Misurano fino a quasi tre metri, con alcuni quintali di peso, le due specie di Makaira: M. nigricans (Blue marlin: ironia dei nomi specifici!) e M. indica (Black marlin). La prima  circumtropicale (ma ne viene talvolta separato, col nome di M. mazara, il blue marlin indopacifico), la seconda abita gli oceani Indiano e Pacifico. Nel genere Tetrapturus sono invece compresi, fra gli altri, il white marlin (T. albidus dell'Atlantico e (occasionale) Mediterraneo e lo striped marlin (T. audax) del Pacifico, riconoscibile per la serie di linee chiare verticali sui fianchi.
Alla stessa famiglia appartiene ovviamente Istiophorus platypterus (Pesce ventaglio o pesce vela), distinto dai marlins per la grande pinna dorsale che talora emerge in superficie e alla quale si devono i nomi volgari dell'animale. Questo  circumtropicale e come i marlins si ciba di pesci che insegue velocissimo.
Nella famiglia degli Sgombridi sono inclusi fra l'altro gli sgombri spagnoli ossia le varie specie di Scomberomorus - che formano enormi stuoli e sono distribuite in ogni oceano - e l'Acanthocybium solanderi (Wahoo), molto simile e circumtropicale. In relazione alla loro importanza economica i Tonni hanno una ben maggiore notoriet. Le specie sono poche e attualmente vengono tutte riferite al genere Thunnus; le pi importanti sono circumtropicali e il loro areale si estende anche alle acque temperate. Fino a epoca recente si ritenne che le popolazioni, molto simili, presenti nell'uno o nell'altro oceano rappresentassero specie diverse: cos a Thunnus thynnus atlanto-mediterraneo avrebbe corrisposto T. orientalis negli altri oceani, mentre Th. alalunga, Th. obesus e Th. albacares dell'Atlantico avrebbero avuto i loro corrispettivi in Th. germo, Th. mebachi e Th. macropterus del Pacifico. In seguito ai moderni studi condotti su estesi saggi di popolazioni e su esami dello scheletro e dei visceri, si  concluso che tali differenziazioni non sono valide a livello specifico e che i termini scientifici assegnati a questi pesci sono in gran parte sinonimi.
Casi analoghi si conoscono a proposito di alcune specie di Carangidi; a questa famiglia, che conta numerosi rappresentanti, appartiene Naucrates ductor (Pesce pilota), molto diffuso in tutti i mari caldi e temperati, compreso il Mediterraneo. Della piccola famiglia dei Corifenidi  cospicuo esponente la Corifena (Coryphaena hippurus), magnifico pesce lungo fino a m 1,80; gi ho accennato ai suoi brillanti colori;  specie ampiamente diffusa anche nei mari temperati, bench sia decisamente termofila, preferendo temperature superiori a 21.
Non occorre avere una grande esperienza di navigazione per sapere quanto frequenti siano i pesci volanti (Exocetidi), che animano le distese oceaniche librandosi sulle acque come fossero libellule: li si vede balzare in aria davanti alla prora delle navi e lo spettacolo  particolarmente bello quando si tratta di frotte numerose. In acqua questi animali prendono lo slancio con rapidissimi battiti della pinna codale e durante l'aereo tragitto sono sostenuti dalle grandi pettorali, che si allargano a guisa di ventagli ma non compiono movimenti. Parecchi Exocetidi sono circumtropicali, ad esempio Exocoetus volitans e Parexocoetus mento.
Questi pesci dimostrano bene l'importanza della temperatura; la loro distribuzione  in chiaro rapporto con l'andamento delle isoterme. In entrambi gli emisferi i pesci volanti sono di gran lunga pi numerosi nello spazio delimitato dall'isoterma di 20 C (media annua superficiale).
Nell'ambiente pelagico gli squali sono numerosi. Questi animali hanno una larga notoriet (molto spesso nominale!) perch a diverse specie corrisponde il pescecane del linguaggio comune, cio un essere di preminente interesse fra quanti abitano i mari. Tenuto conto di ci, ne riparleremo ancora, dopo queste poche notizie relative alla fauna pelagica. Rhincodon typus (il nome generico fu scritto in vario modo)  il gigante non solo fra gli squali, ma fra tutti i pesci: pare giunga a 18 m di lunghezza, cosicch il nome volgare di squalo balena  quanto mai appropriato. Si rinviene in ogni oceano, ma sembra mostrarsi con particolare frequenza nel golfo del Messico e nell'oceano Indiano nord-occidentale. Nonostante il suo imponente aspetto,  un pacifico animale inoffensivo per l'uomo; non si nutre che di piccoli organismi. Altri squali pelagici e circumtropicali, di minori dimensioni, sono il Mako (Isurus oxyrhynchus), il cosiddetto squalo bianco (Carcharodon carcharas) e diverse specie del genere Carcharhinus; fra queste, alcune vivono presso i littorali, mentre altre sono pi nettamente pelagiche come C. longimanus e C. galapagensis, il quale ultimo ha per la tendenza a non discostarsi molto dalle isole oceaniche.
Dallo spagnolo manta che significa mantello o lenzuolo, deriva il nome - sia scientifico che volgare - di un altro gigante dei mari: Manta birostris, un Raiforme dalla caratteristica sagoma. Anche questo pesce  diffuso in tutti gli oceani; non esiste nel Mediterraneo, ove talora si confuse con esso un animale molto simile ma pi piccolo (Mobula mobillar: diavolo di mare). La Manta - larga fino a 7 m e pesante fino a 15 quintali e forse pi -  nera o bruna sul dorso e bianca sul ventre. Pur essendo sistematicamente vicina a pesci di fondo come le razze, nuota anche in acque superficiali con battiti delle immense pinne pettorali. Circa la pericolosit e l'alimentazione, si pu ripetere per la Manta ci che si  detto per lo squalo balena.
Oltre ai pesci, il necton comprende anche le tartarughe marine e i cetacei, dei quali ultimi non poche specie sono presenti nei mari tropicali e possono avervi un'amplissima diffusione, come il Delfino denominato Tursiops truncatus. Cosmopolita, ma con spiccata preferenza per i mari caldi  uno dei pi grossi Cetacei, il Capodoglio. Altri, come le Balenottere, si portano alle basse latitudini nel corso delle annuali migrazioni. Dall'insieme di tutti questi organismi, nonch degli infiniti invertebrati planctonici, risulta un grandioso quadro, dalla comtemplazione del quale viene stimolato l'interesse non solo per le singole specie, ma anche per la fitta rete di rapporti che fra di esse intercedono.
In alcuni casi si tratta di associazioni e, per limitarci ai pesci, ne rileviamo sia fra specie diverse di questo stesso gruppo zoologico, sia fra specie di pesci e di altri gruppi animali. Classici esempi del primo caso sono le associazioni (non esenti da rischi per i partner pi piccoli!) del pesce pilota e delle remore con gli squali. Il primo accompagna gli squali, isolato o a gruppi, per nutrirsi dei residui alimentari: la sua funzione di guida, asserita nell'antichit,  puramente leggendaria. Le remore fanno qualcosa di pi: per mezzo del caratteristico organo lamellare situato sul capo, si attaccano a grossi pesci (squali, istioforidi, ecc.), cetacei, tartarughe e occasionalmente imbarcazioni e perfino uomini e vi aderiscono tenacemente, facendosi trasportare. Anch'esse divorano eventuali resti di cibo, ma aggiungono al loro vitto animaletti planctonici e parassiti dei loro ospitatori. Poche sono le specie di remore, cio di Echeneididi: di regola hanno una vasta distribuzione, magari circumtropicale (ad esempio Echeneis naucraies). Nella ricerca dell'animale a cui attaccarsi, vi pu essere una preferenza totale (Remora australis non ricerca che cetacei) o parziale (Remora osteochir si trova soprattutto su pesci spada e istioforidi).
Un ottimo esempio di associazione pesci-cnidarii  dato, nel mondo pelagico, dal Nomeus gronovii.  questo un pesciolino diffuso in tutti gli oceani insieme alla sua ben pi grande e vistosa amica: la Fisalia (Physalia physalis). Fra i tentacoli di questa, che misurano fino a 10 m di lunghezza, esso  assai mimetizzato, con la sua livrea argentea su cui spiccano larghe macchie o bande blu. Sotto una stessa fisalia convivono di regola parecchi Nomeus, che mai se ne allontanano spontaneamente, perch ivi godono di una formidabile difesa e trovano ottimo cibo (non risparmiando gli zooidi e il tentacoli dell'ospitatore!). Questa simbiosi non ci  ancora chiara in tutti i suoi particolari. Il pesce sembra essere immunizzato dal veleno del sifonoforo - ma sono stati visti individui afferrati fra gli zooidi e a met digeriti. Le cose sono pi semplici nei riguardi di altri pesci che allo stato giovanile si rifugiano, magari a frotte e per breve tempo, sotto le grosse meduse. E facile vederne anche nel Mediterraneo e si tratta per lo pi di carangidi.
Un secondo, importantissimo tipo di relazioni si ravvisa nelle catene alimentari. Premesso che i pesci pelagici sono essenzialmente carnivori e predatori, spesso molto voraci, si pu ricordare - a titolo di esempio - che una quantit di pesci volanti sono vittime delle corifene e che i pesci luna divorano molti leptocefali. Nel primo caso il successivo elemento della catena  dato da altri grossi pesci o dall'uomo, nel secondo la catena ha generalmente termine. In entrambi i casi la discesa verso gli elementi inferiori conduce necessariamente ai minuti organismi del plancton.


Sargassi, Mangrovie, Praterie.

Nei riguardi del mare aperto, v' ancora qualcosa da aggiungere. Sembra che gi i Fenici nel loro peregrinare per lontani mari vedessero i sargassi, ossia le alghe che galleggiano in una vasta area dell'Atlantico centrale e hanno fatto s che essa venisse denominata mar dei sargassi. Molti secoli dopo, questi vegetali oceanici furono osservati da Colombo.
Il vocabolo portoghese sargago significa alga; da esso  derivato il termine scientifico Sargassum, applicato a un genere di alghe brune (Feoficee) che comprende parecchie specie ed  rappresentato anche nel Mediterraneo.
Le fronde di questi vegetali portano molte foglioline oblunghe, con margini spesso dentellati, alle quali si aggiungono numerose vescicole tondeggianti, che favoriscono il galleggiamento (e che non hanno nulla a che vedere con le bacche, come farebbe pensare il nome bacciferum che fu dato a una specie). Infatti, ingenti quantit di sargassi si staccano dai natii littorali e fluttuano nell'oceano, continuando a crescere ed accumulandosi in masse simili a isolette, sparse nella predetta zona. Questa  situata nel mezzo dell'Atlantico, poco a settentrione del tropico; al suo limite meridionale scorre la corrente equatoriale del nord. L'acqua ha colore blu,  povera di materiali nutritizi e, mancando gli apporti d'acqua dolce, ha una salinit relativamente alta. Aree sargassifere si incontrano anche negli altri oceani; forse alcune specie di queste alghe sono sempre galleggianti.
In mezzo al groviglio dei sargassi risiede una fauna particolare e perci questo ambiente, se  esplorato con attenzione, non manca di sorprese per i naturalisti, compresi gli ittiologi. Sono infatti presenti pesci ago (Syngnathus pelagicus) e alcune specie di Monacanti, affini ai pesci balestra. La pi singolare creatura  per Histrio histrio, un antennaride oltremodo mimetico, che usa le pinne pari sia come zampe, sia come mezzi di attacco. Questo pesce, non pi lungo di una decina di centimetri, viene anche indicato come pesce dei sargassi, ma in realt non  esclusivo di questo ambiente, n dell'Atlantico, essendo diffuso presso le coste di quasi tutti i mari caldi.
Un altro ambiente tropicale - ben diverso e non meno caratteristico -  il mangrovieto, di alto interesse ecologico. Esso  per littorale e i vegetali che lo creano sono fanerogame dette complessivamente Mangrovie o - un tempo - Paletuvieri. L'aspetto di queste piante  senz'altro insolito. Misurano fino a 25 metri di altezza e presentano una folta chioma di foglie ovali, lucide e persistenti. Tale chioma appare situata su trampoli. I rami sono infatti sorretti da fasci di radici verticali che restano in parte scoperte ma nella parte terminale si immergono affondandosi nel fango; esse emettono numerose propaggini (pneumatofore) a funzione resipratoria, che fuoriescono verticalmente dal substrato sporgendone in gran numero. Le radici, avventizie o no, e le fronde determinano grovigli talvolta molto fitti, che si estendono per lunghissimi tratti di costa e possono essere cos impenetrabili da ostacolare seriamente gli approdi. Una parte basale, maggiore o minore della massa vegetale viene ad essere sommersa durante l'alta marea. I fiori non sono appariscenti.
Esistono parecchie specie di mangrovie, le quali nonostante la somiglianza di aspetto appartengono non solo a generi ma a famiglie diverse, fra cui le Rizoforacee.
Verdeggianti di mangrovie sono molti littorali di ogni oceano, soprattutto nella regione indopacifica. La qualifica di alofite  quanto mai appropriata per queste piante. In sostanza i mangrovieti si possono paragonare a paludi; si sviluppano di preferenza in acque calme, anche in insenature ristrette. Fattori favorevoli sono una salinit piuttosto bassa, uno scarso dislivello di marea ed un substrato ricco di materie organiche. All'abbondanza di queste si deve il frequente colore rossastro o bruno dell'acqua che circonda le mangrovie formando qua e l sinuosi e ramificati canali.
Le condizioni sono propizie per un ricco popolamento da parte di organismi svariati. Diverse specie di alghe sono peculiari accompagnatrici delle mangrovie. Queste stanno all'inizio di catene alimentari la cui base di partenza  rappresentata dalle foglie cadute, che si disintegrano per azione di batterii e di funghi. Sulle piante stesse e nelle zone fangose che restano scoperte tra i fasci di radici, vivono numerosi animali; si nota tuttavia un'abbondanza di individui piuttosto che di specie. Il loro adattamento all'ambiente  espresso dalla tolleranza per le variazioni di salinit (si tratta dunque di organismi eurialini) e dalla capacit di respirazione aerea, cos da poter rimanere a lungo all'asciutto.
I mangrovieti sono anche la dimora di svariati uccelli che fanno parte della catena trofica e-quindi interessano l'economia di questo biotopo. Ricordo una pittoresca insenatura (Mida creek) lungo la costa del Kenya fra Mombasa e Malindi, verdeggiante per le rigogliose mangrovie e popolata da numerosi uccelli acquatici.
Sulle radici di queste piante, anche al disopra della superficie dell'acqua, si scorgono balani e molluschi marini e si resta inevitabilmente meravigliati per la loro coesistenza con animali terrestri rappresentati da molluschi polmonati, insetti, rettili. I Limuli, inconfondibili creature di tipo arcaico, sono da annoverarsi tra i pi singolari abitatori dei mangrovieti (peraltro non esclusivi di essi) dove si affollano anche numerosi
granchi come le Uca i cui maschi hanno chele fortemente dissimmetriche. Altri organismi verranno ricordati a proposito delle regioni indopacifica e atlantica (ovviamente le faune delle mangrovie non sono identiche).
Quanto ai pesci, ci si deve qui soffermare sui Perioftalmi, i mud skippers degli inglesi e pla-tin dei siamesi. Sono pesci della famiglia dei Gobidi (x), molto diffusi nei mangrovieti indopacifici (Periophthalmus koelreuteri e alcune altre specie) e in quelli delle coste africane atlantiche (P. papilio). Misurano fino a una trentina di cm ed hanno colore bruno o grigio. Conferiscono ad essi un aspetto unico gli occhi prominenti e le
pinne pettorali portate da un breve braccio, cio sorrette da una robusta base muscolare. I costumi presentano variazioni secondo le specie, ma simili sono le caratteristiche fondamentali, a cominciare dal gregarismo e dallo spiccato adattamento alla vita anfibia. I perioftalmi si trovano a perfetto agio sia in acqua, sia fuori. A bassa marea, si spargono sul fango asciutto dei mangrovieti: vi camminano e saltellano con energici battiti laterali della coda e sostano appoggiandosi sulle pinne pettorali. La respirazione viene assicurata dalla vascolarizzazione delle pareti delle camere branchiali. Ottima  la vista, tanto in acqua che all'asciutto, e gli occhi hanno movimenti indipendenti. Sul fango emerso questi animali scavano profonde buche e vi scompaiono al minimo allarme, pronti a
fare capolino e fuoriuscire per darsi alla cattura dei piccoli invertebrati che sono il loro cibo. Non  difficile osservare i perioftalmi negli acquarii ben forniti, ma essi riescono molto pi attraenti - com' naturale - mentre si muovono al sole dei tropici presso le mangrovie.
Bassifondi di sabbia o melma si estendono sovente anche in vicinanza dei mangrovieti. Possono essere ampiamente coperti da erbe marine che formano praterie: erbe, non alghe, poich si tratta di fanerogame Potamogetonacee. Esse appartengono ai generi Thalassia, Cymodocea, ecc.: le foglie sono nastriformi, pi larghe nel primo caso, pi esili nel secondo. Naturalmente, sono associate diverse alghe (Sargassum, Turbinaria, ecc.). Dopo la morte, tutti questi vegetali si depositano in grande quantit sulle spiagge, dove imbruniscono e si decompongono. Nelle adiacenze il littorale pu essere roccioso, con ampie piattaforme di arenaria o di coralli fossili, ricche di cavit e di spaccature.
Qua e l si interpongono grossi roccioni, talora con forma a fungo per effetto dell'erosione; la loro sommit si presta per la nidificazione di uccelli ittiofagi: in Kenya vi scorsi una coppia di aquile a testa bianca (Haliaetus vocifer), divoratrici di pesci. Quando la marea  alta restano emerse solo queste rocce. Quando essa  bassa, riesce di grande interesse compiere attente visite alle pozze di scogliera, poich vi si pu fare un'ottima messe di echinodermi, granchi, molluschi, ecc. In fatto di pesci, ci troviamo al cospetto del
paradiso dei Blennidi. Pi precisamente, sono numerose le specie appartenenti a una particolare sottofamiglia tropicale (Salariini). Con ragione questi pesciolini furono paragonati a cavallette, per i loro rapidissimi scatti: balzano agilmente fuor d'acqua, isolati o a gruppi, e con la loro presenza animano l'ambiente. Restano immobili sulle rocce, resistendo molto bene all'asciutto: ecco dunque un altro ottimo esempio di adattamento alla vita anfibia. Questi pesci sono abitatori delle zone intertidali, ma non mancano negli ambienti sempre sommersi.


Le formazioni coralline.

Durante il remotissimo periodo Siluriano (circa 350-320 milioni di anni da oggi) esistevano lungo i littorali imponenti barriere edificate dai Tetracoralli, cio da Cnidarii - di solito non coloniali - appartenenti a un gruppo che non sopravvisse oltre l'era Paleozoica. Nel corso della successiva era Mesozoica apparvero i Madreporarii, che assunsero un grande sviluppo fin dal Trias: sono i coralli costruttori che tuttora abbondano in tutti i mari dei tropici, creandovi ambienti di celebrata bellezza. La limpidezza dell'acqua consente spesso di osservare le madrepore senza lasciare l'imbarcazione. 
Sebbene sia ovvia l'importanza di osservare direttamente gli organismi marini mentre sono vivi nei loro ambienti, fu merito di John Ellis averla posta in evidenza nel suo Saggio intorno alla Storia naturale delle Coralline e altri consimili prodotti animali (Londra, 1755). Egli intu la natura animale dei coralli e ne rifer alla Societ Reale londinese. Tale natura venne poco dopo confermata sia per il Corallo rosso del Mediterraneo, sia per le specie - assai diverse da quello - che vivono soprattutto nei mari tropicali e alle quali compete pi esattamente il nome di madrepore. Si dovrebbe dunque dire formazioni madreporiche anzich coralline, ma non occorre sottilizzare troppo: la qualifica di coralli  di gran lunga la pi nota e d'altronde gli anglosassoni intendono come corals anche le madrepore e altri cnidarii. Non sembri fuori
luogo tenere in considerazione la loro lingua, visto che in essa  redatta una vasta letteratura sull'argomento, a cominciare dalla classica opera di Darwin sulla struttura e distribuzione delle barriere coralline (Londra, 1842).
Le madrepore, cio un gruppo di 700 specie circa, costituiscono l'ordine dei Madreporarii o Sclerattinie (Classe Antozoi, tipo Cnidarii). Questi animali formano generalmente colonie, i cui singoli individui (polipi) misurano 1-30 mm e sono riuniti su comuni sostegni (polipai) paragonabili a robusti scheletri calcarei; questi risultano di aragonite
(Cacos). I polipai, ossia le colonie, possono divenire molto grandi (fino a 2-3 m in diametro o lunghezza) ed hanno forme quanto mai varie a seconda dei generi e delle specie: ora sono ramificati, con rami massicci o sottili, ora somigliano a sfere, colonne, ventagli. Una stessa specie pu differire notevolmente di forma secondo le condizioni in cui si sviluppa, ad esempio in acqua calma o agitata.
Mentre sono diversi nelle colonie viventi (giallo, roseo, azzurro, ecc.), i colori scompaiono dopo la morte e i polipai bene ripuliti sono bianchi per la perdita del tessuto superficiale (cenosarco); su di essi appaiono in gran numero le cavit (calici) - ora minute, ora pi ampie - entro cui erano inseriti i polipi. Sono ramificate, ad esempio, le colonie di Pocillopora e di Acropora; quest'ultimo genere  molto ricco di specie (ne furono descritte oltre 200) identificabili solo da esperti specialisti. Ramificati o no sono i Porites, mentre sono sempre massicce le Favia, che fanno pensare ai favi degli alveari, e le Maeandrina e Platygyra, in cui i calici confluiscono in modo da determinare solchi sinuosi. Le Fungia non formano colonie: ogni polipo  sostenuto da uno scheletro discoidale o oblungo, dotato di numerose lamelle che si irradiano dal centro, corrispondente alla bocca dell'animale; tali lamelle furono paragonate a quelle situate sotto il cappello di certi funghi. Qualunque sia la forma, i candidi ed eleganti polipai delle madrepore sono fra i pi pregevoli oggetti ornamentali che ci provengono dai tropici.
Le colonie si sviluppano in seguito alla moltiplicazione agamica dei polipi (gemmazione o scissione). L'allungamento annuo dei rami di Acropora  stato valutato in 25-50 mm. I polipi sono essenzialmente carnivori; di solito stanno retratti durante il giorno e si espandono di notte per ghermire con i tentacoli i piccoli organismi planctonici. Attraverso la superficie del loro corpo assorbono certe sostanze (nitrati, aminoacidi, ecc.) presenti nell'acqua allo stato di forte diluizione.
Di notevole importanza  la presenza nella parete dei polipi (strato endodermico) di innumerevoli alghe unicellulari dette Zooxantelle. Sono Dinoflagellate, ma prive di flagelli, e non possono vivere libere; furono paragonate a un fitoplancton imprigionato. Esse vivono anche entro le uova e le larve delle madrepore, nonch in altri cnidarii - come le meduse tropicali del genere Cassiopeio - e in molluschi bivalvi come le Tridacne. Le zooxantelle dei molluschi sono diverse da quelle insediate nei coralli. Bench intorno alla simbiosi fra questi e le predette alghe si siano svolte diverse ricerche, non tutti i particolari risultano chiariti. Sappiamo che le alghe intervengono nel metabolismo dell'animale che le ospita, sottraendo sostanze di rifiuto ed elaborandone altre utili; inoltre favoriscono la deposizione di carbonato di calcio e quindi il formarsi del polipaio.  di primario interesse il fatto che per effetto della presenza di queste alghe una madrepora pu produrre pi ossigeno di quanto ne consuma, il che  veramente insolito per un organismo animale. A differenza delle tridacne, i coralli non si nutrono a spese delle zooxantelle. Si  verificato che queste non sono indispensabili ad essi, pur giovando a una maggiore efficienza. Queste microscopiche alghe richiedono un'adeguata quantit di luce; la sensibilit alla luce da parte dei coralli costruttori  proporzionale al loro contenuto in zooxantelle.
Nei riguardi della biologia dei mari tropicali interessano i coralli che edificano i reefs, cio sono costruttori o - per usare un termine pi tecnico - ermatipici. Infatti, i Madreporarii comprendono anche
specie prive di tale qualifica, perch non danno origine a masse imponenti. Mancano di zooxantelle e vivono soprattutto in acque temperate o anche fredde, piuttosto profonde; ne  esempio la Madrepora oculata, comune specie mediterranea.
Le formazioni coralline esistono in ogni oceano ed occupano, con forti discontinuit, un'ampia zona compresa all'incirca fra 30 di latitudine nord e sud. L'estensione complessiva  stata valutata in oltre 160 milioni di Kmq. Nella regione Indopacifica assumono il maggior rigoglio. Si trovano di solito fra 0 e 50 m di profondit, ma talvolta si estendono
pi in basso, eccezionalmente fino a un centinaio di metri. Indispensabili condizioni per la vita dei coralli sono la purezza e quindi la trasparenza dell'acqua, la salinit del 27-40%c (36%c  il valore ottimale), la temperatura compresa fra 19 e 36 circa, con una media di 23. Rilevante importanza per la distribuzione dei reefs presenta l'andamento delle correnti oceaniche.
Non  da credersi che alla costruzione dei reefs concorrano soltanto i Madreporarii: intervengono diversi altri organismi secretori di calcare, come gli cnidarii dei generi Millepora e alcuni altri. Le millepore sono Idrocoralli (cio Idrozoi con aspetto di coralli) i cui minutissimi polipi hanno un forte potere urticante: sono questi i famosi coralli di fuoco, il contatto dei quali non  affatto gradevole. I loro polipai formano cospicue masse, generalmente a non oltre 30 metri di profondit. Il colore  giallastro e la forma  variabile a seconda delle specie, che ammontano a una decina; alcune sono atlantiche, altre indopacifiche.
Per dimostrare quanto siano importanti le alghe calcaree, basti dire che secondo un autorevole ecologo, E. Odum, in un reef la quantit totale di tessuti vegetali pu essere anche tripla di quella animale! Questi vegetali - che si sarebbe restii a riconoscere come tali - concorrono infatti in elevata percentuale all'edificazione delle formazioni coralline svolgendo un'azione cementante. Il loro tallo  nettamente pietroso, incrostante oppure diviso in ramificazioni ora esili, ora grossolane. I botanici li includono nella famiglia delle Corallinacee (compresa tra le Rodoficee) e distinguono una serie di specie e di generi: fra questi, uno dei principali  Lithothamnion. Contentiamoci tuttavia della tradizionale, comprensiva denominazione di nullipore, anche se  del tutto indefinita. Si conoscono potenti banchi di nullipore fossili, risalenti all'era Terziaria. Naturalmente, vegetano sui reefs anche altre alghe... pi normali e qua e l, sulle aree a fondo molle vicine alle masse madreporiche possono estendersi praterie di fanerogame, le stesse gi indicate in precedenza.
Le formazioni coralline non sono affatto uniformi per aspetto, situazione, origine. Esiste, anche per le loro diverse parti, una terminologia che  tuttora molto incompleta nella lingua italiana, cos da lasciare in qualche imbarazzo. Si ravvisano tre o quattro tipi.
Non intendo proporre qui una nomenclatura italiana definitiva, ma qualificherei come barriere costiere (= fringing reefs, rcif frangeant) le masse coralline prossime alla riva. Ora sono addossate a questa, ora ne sono separate da un certo tratto d'acqua bassa, che  rimasto libero perch la parte di reef pi vicina alla riva  stata erosa e i coralli hanno continuato a crescere dalla parte opposta, cio verso il mare aperto.
Simili barriere sono ovviamente quelle di pi facile accesso per tutti coloro che desiderano prendere visione dell'ambiente corallino: appena entrate in acqua, queste persone scorgono i primi blocchi isolati di madrepore, fra cui guizzano pesci di varie specie (attenzione ai lunghi e fini aculei dei Diadema, i neri ricci di mare quasi onnipresenti). La fantastica bellezza della barriera non tarda a rivelarsi, prospettando ampi panorami a chi si avvia a nuoto fra madrepore, millepore, gorgonie, in mezzo alle quali si aggirano - isolati o a sciami - pesci e altri animali multicolori. In chiunque li contempla per la prima volta, questi giardini sottomarini lasciano un'indelebile impressione. Lungo le sponde del mar Rosso si rimane colpiti dal forte contrasto con il desolato aspetto della terraferma, ove le gialle distese di sabbie e di pietre sembrano prive di ogni traccia di vita.
Se la distanza dalla riva  maggiore, per raggiungere la barriera occorre percorrere un bassofondo (laguna), largo anche un centinaio di metri e pi. Si cammina su distese di roccia (arenaria, coralli fossili, ecc.), sabbia, fango, alghe, erbe marine, finch si incontrano le prime madrepore. Poco oltre, queste si infittiscono: siamo sulla barriera e il procedere diventa pi difficile. Pi o meno gradatamente, la massa dei coralli si eleva, anche sino a fior d'acqua, e viene battuta dai frangenti; in direzione del mare aperto, scende con variabile declivio verso i livelli pi bassi, dove cede il posto a distese di detriti, fango o sabbia.
Per le barriers degli anglosassoni o rcifs barrire dei francesi, credo si possa usare il termine di barriere subcostiere. Rispetto alle precedenti, si trovano a molto maggior distanza dalla riva e ne sono separate da uno spazio di mare non soltanto pi ampio (pu essere largo diversi chilometri) ma anche pi profondo e molto spesso navigabile. Di fronte alle coste tropicali, si vedono di frequente biancheggiare estese cortine di spuma che denotano la presenza della barriera. Questa, durante la bassa marea, pu rimanere qua e l scoperta, lasciando scorgere le svariate forme dei coralli che vi si assiepano, separate da residue pozze d'acqua, o piccoli canali. Tale  la variet di situazioni, da non potersi intendere in modo troppo rigido la distinzione tra barriere costiere e subcostiere(*).
Analoghi panorami di reefs scoperti a bassa marea si ammirano anche sulle piattaforme coralline cio sulle masse di madrepore che si elevano, pi o meno lontane dalle coste, su fondali la cui profondit consente lo sviluppo di questi cnidarii. Esse hanno un contorno variabile e si accrescono verticalmente sino alla superficie (o quasi) e orizzontalmente in tutte le direzioni (mentre le barriere crescono solo in direzione del mare aperto).
Infine, gli atolli sono caratteristiche formazioni coralline anulari al cui centro sta un bacino (laguna) poco profondo e comunicante col mare attraverso uno o pi passaggi. Il loro nome risale a un certo Tyrard, francese che visse alle Maldive sul principio del XVII secolo. L'origine fu variamente spiegata. Classica  la teoria di Darwin: le madrepore circondavano dapprima, a guisa di barriera costiera, un'isola che successivamente
si abbass fino a sprofondare in mare, mentre le madrepore continuavano a crescere sopra la primitiva massa ormai morta. Questa interpretazione - che fu discussa ma venne rivalutata in tempi recenti - non  forse applicabile in tutti i casi. Durante dodici anni, dopo la seconda guerra mondiale, si effettuarono esperimenti nucleari sugli atolli Bikini e Eniwetok nel Pacifico (Isole Marshall) e, parallelamente, fu compiuta una serie di osservazioni oceanografiche, che fra l'altro conseguirono utili risultati per quanto riguarda l'origine e la struttura degli atolli. Questi sono simili a isole anulari, ove la massa corallina finisce per essere - sia pure senza continuit - coperta di terreno con la relativa vegetazione di cui le palme da cocco sono i pi vistosi esponenti. I microatolli sono invece piccole formazioni coralline situate in acqua poco profonda, le quali si accrescono intorno a una parte centrale morta che finisce per trovarsi a un livello pi basso.
Tutti i reefs sono centri di alta produttivit; la fauna  molto ricca e presenta caratteri diversi a seconda delle regioni, poich i madreporarii costruttori non sono ovunque i medesimi e i popolamenti animali e vegetali - nonostante una fondamentale fisonoma comune - risultano di specie diverse e mostrano sensibili divarii nelle proporzioni con cui i singoli gruppi zoologici partecipano ai popolamenti stessi. Circa le relazioni che intervengono fra i varii organismi di questo ecosistema, occorre anzitutto considerare le madrepore. Qualunque ne sia la specie, esse offrono ricetto a una moltitudine di animali. Basta osservare come in quelle compatte stiano inserite le Tridacna e i policheti del genere Spirobranchus: quelle sono quasi completamente... immerse nei polipai e lasciano scorgere i margini delle valve a cui aderisce il mantello, che  spesso, carnoso, adorno di vivaci colori. Stanno pure annidati altri bivalvi pi piccoli, come Lithophaga lessepsiana e Fungacava eilatensis. I predetti policheti sono domiciliati entro tubi calcarei infissi nei polipai, dalla cui superficie sporgono le vistose corone di tentacoli blu o rossi. Se rompiamo con le dovute cautele le acropore o altre forme ramificate, vi troviamo nascosti - spesso in buon numero - piccoli pesci, granchi, echinodermi, molluschi, ecc.
I polipi dei coralli vengono divorati da alcuni pesci e invertebrati, mentre i polipai sono seriamente danneggiati dalle spugne perforanti (Cliona) che vi si addentrano, disgregandoli. Coloro che notano la bianchissima sabbia che qua e l copre il fondo presso i reefs, possono a ragione supporre che essa abbia un'origine corallina, ossia derivi dalla frantumazione delle madrepore. I maggiori responsabili della formazione di questa sabbia sono i pesci pappagallo. Con la loro robusta dentatura essi brucano le madrepore, rompendole facilmente e inghiottendo il tutto: le sostanze organiche (soprattutto alghe filamentose) vengono digerite, mentre il calcare viene espulso dall'ano dopo essere stato triturato dai denti faringei e si deposita come fine sabbia sul fondo. Su questo si accumulano anche molti gusci di Foraminiferi bentonici.
Come a tutto ci che vive, anche ai coralli non mancano le avversit. Svariati agenti danneggiano e magari distruggono i reefs, a cominciare dai cicloni tropicali che quando infuriano con grande violenza sulle coste provocano sconvolgimenti gravi. Tra le madrepore, sembrano risentirne soprattutto quelle ramificate (Acropora, Pocillopora, ecc.); molti pesci muoiono, anche per effetto dei materiali sospesi nell'acqua, dai quali pu venire compromessa la respirazione. Gli apporti di sedimenti e gli improvvisi abbassamenti di salinit in seguito a forti piogge possono dunque avere effetti disastrosi non solo per i coralli. L'assenza di questi nelle zone pi prossime alle foci dei grandi fiumi  del resto spiegata dalla loro incompatibilit con i materiali sedimentari e gli afflussi d'acqua dolce.
Un grosso asteroide (Acanthaster pianti) si nutre di polipi. Alcuni anni or sono divenne una celebrit, essendo esploso in parecchie zone indopacifiche; prolifer in modo eccezionale soprattutto nella Grande Barriera Australiana, arrecando serii danni. Qua e l non rimasero che scheletri di madrepore; apparvero allarmanti cronache e si disse che il mondo dei coralli era condannato perch una stella di mare lo stava riducendo a un deserto! Furono promosse indagini, che ridimensionarono l'intera faccenda e conclusero semplicemente questo: l'aumento degli Acanthaster era da inquadrarsi nelle frequenti fluttuazioni numeriche delle popolazioni animali e segnava un alto a cui sarebbe presto succeduto l'inevitabile basso. Il che avvenne, senza che del fenomeno si sia individuata una plausibile, unica causa.
Fra gli altri invertebrati divoratori di polipi, sono alcuni molluschi nudibranchi (Cuthona, Phestilla). C. poritophages, scoperta nel 1979 sui reefs dell'Africa orientale, vive in stretta associazione con le madrepore del genere Porites, sulle quali trova alloggio, cibo e posto per le uova.
Per concludere, non pu naturalmente tacersi l'influsso umano, ovviamente negativo e talora assai sensibile. Ben pi grave della crescente e deprecabile azione dei troppo attivi raccoglitori di madrepore, gorgonie e conchiglie (commerciate su larga scala a tutte le latitudini)  l'eventuale eutrofizzazione di aree marine, che promuove lo sviluppo di alghe a tutto detrimento dei coralli e sconvolge gravemente l'equilibrio della fauna. Sorvolando sulle dirette distruzioni di barriere coralline... ingombranti!

(*) L'aggettivo costiere mi sembra in questo caso preferibile a littorali, in quanto le denominazioni littorale e sublittorale in Biologia marina si riferiscono a distinzioni in senso verticale, mentre a proposito di formazioni coralline la distinzione  in senso orizzontale: non dalla superficie a livelli pi profondi, ma dalla riva verso il mare aperto.


I pesci dei coralli.

 naturale attribuire la qualifica di corallini a tutti quei pesci (centinaia di specie) che popolano i reefs e dei quali nel successivo capitolo verr delineato l'ordinamento sistematico, con notizie sui diversi gruppi. L'esistenza di questi animali trascorre pi o meno vincolata all'ambiente dei coralli, ma saremmo in errore se pensassimo a uniformit dal punto di vista ecologico: basta compiere qualche attenta osservazione in loco per rendersi conto della non uniforme distribuzione dei pesci. Essa  il risultato delle diverse linee evolutive che hanno condotto all'attuale molteplicit di forme, di funzioni, di adattamenti. Nel considerare la fauna delle formazioni coralline non ci si pu limitare a ci che vive a pi immediato contatto con i coralli, perch tra le masse di questi si interpongono spazi sabbiosi o coperti da vegetazione, ossia ambienti e microambienti che peraltro non escludono per i reefs il carattere di fondamentali unit ecologiche.
Poich non si trovarono pesci fossili direttamente associati ai reefs dei passati millenni, non  possibile tracciare lo sviluppo delle comunit coralline in base a validi dati paleontologici. I meno evoluti fra i pesci a scheletro osseo sono i cosiddetti malacotteri, che non costituiscono un definito gruppo sistematico ma vengono distribuiti in ordini diversi; essi sono accomunati dal fatto che le loro pinne sono molli perch generalmente non hanno raggi spiniformi (Sardine, aguglie e pesci ago sono esempi). I loro rappresentanti sono pi scarsi fra gli odierni pesci corallini e quelli presenti - come le murene - sono da ritenersi di penetrazione secondaria nell'ambiente corallino. Gli ospiti di questo sono essenzialmente pesci acantotteri: una simile qualifica implica alcuni caratteri, come le pinne dotate di raggi spiniformi, che esprimono non solo un pi alto livello evolutivo, ma con tutta probabilit anche un migliore adattamento all'ambiente predetto. Non risulta che pesci di questo tipo esistessero prima del medio periodo Cretaceo (circa 140 milioni di anni or sono).  per noi difficile concepire i reefs - com'erano quelli pi antichi
- privi delle multicolori creature che oggi li animano. Alcuni acantotteri, come gli Olocentridi e molti percoidi, hanno una pi accentuata fisonoma nectonica e meno stretti rapporti con i coralli, cos da potersi riferire a uno stadio di popolamento pi primitivo. Una condizione pi evoluta fu raggiunta con l'instaurarsi di vincoli pi diretti, cio con l'assunzione di un pi definito carattere bentonico con crescenti specializzazioni: si presentano alla ribalta pesci come i Pomacentridi e gli Scorpenidi, che vivono pi a contatto con i coralli, in quanto fra essi e su di essi soggiornano, si nutrono, depongono le uova.
A parte tutte queste considerazioni, l'ittiofauna corallina consta di animali con ben note denominazioni volgari (Pesci farfalla, angelo, pappagallo, chirurgo, balestra, cofano, palla, ecc.), ai quali si aggiungono Murenidi, Serranidi, Pomacentridi, Labridi e molti altri pesci. I fondi molli sono invece preferiti da Dasiatidi, Mullidi, Pleuronettiformi, ecc. Svariati pesci sogliono nascondersi fra pietre e detriti di fondo: ne  esempio la Sinanceia o pesce pietra. Tra quelli presenti nelle aree coperte di vegetazione sono i sigani, i monacanti e gli strani solenostomi. I piccoli blennidi gi ricordati per le loro attitudini anfibie vivono tra i coralli pi superficiali, spesso suscettibili di temporanee emersioni. Infine, v' una schiera di pesci chiaramente nectonici, che si vedono nuotare a livelli varii, ora isolati (Squali, barracuda, ecc.), ora aggregati in branchi numerosi (Emiranfi, aterine, ecc.). Si intuisce da questi pochi cenni quante e quanto diverse nicchie ecologiche vengano occupate.
I predetti raggruppamenti non sono sempre definiti in quanto - come ben si deduce dalla sommaria esemplificazione - gli stessi animali possono comparire in situazioni diverse. Gli squali si aggirano infatti sia vicino alla superficie sia molto pi in basso, presso i coralli; le murene sono presenti sia tra questi, sia fra rocce o pietre; gli acanturi si vedono comunemente in prossimit dei coralli, ma in quanto erbivori non possono allontanarsi dalla vegetazione. Non pochi altri esempi sarebbero da aggiungere, limitandosi per a indicazioni altrettanto generiche e comprensive. Se si prendono in esame specie congeneri, si rilevano frequenti differenze ecologiche, quali sono state dimostrate per i lutiani del mar Caraibico e per gli acanturi delle Hawai.
Tali specie sono dunque simpatrie ma non sintopiche (dal greco tpos = luogo posto), ossia convivono nelle stesse aree ma non esattamente negli stessi ambienti, intendendo questi ultimi in senso molto ristretto e preciso.
Sembra strano che tratti anche limitati di un reef mantengano cos numerosi pesci ed anzi, in generale, un cos vasto assortimento di forme viventi. Oltre a specie che sono stabili membri delle comunit, ve ne sono altre che con maggiore o minor frequenza si mostrano saltuariamente e non sempre hanno una seria importanza nel mondo dei coralli. Interessanti risultati sono derivati dallo studio di zone definite, cio da osservazioni e raccolte accompagnate da analisi quali - e quantitative dei popolamenti.
Nel corso della spedizione israeliana alle isole Dahlak (Mar Rosso) si concentr l'attenzione su un'area profonda tre metri ed estesa per 150 m lungo il littorale e 22 m perpendicolarmente a questo: vi si ottennero 2200 esemplari di pesci riferibili a 128 specie, con una biomassa valutata a 136,5 Kg. In uno spazio pressoch equivalente lungo la costa araba presso Jeddah (Sharm Obhor) mi risultarono presenti almeno 130 specie e ho motivo di credere che questa cifra sia errata in difetto. Altre indagini nei mari tropicali hanno accertato che 70-80 specie ittiche possono coabitare su una massa corallina di non pi di tre metri di diametro.
L'affollarsi, anche in spazi non estesi, accentua nei pesci corallini le competizioni intra-e interspecifiche; le une e le altre sono state prese in esame da diversi studiosi nel corso degli ultimi anni. Grazie alla televisione e all'apprestamento di abitacoli sottomarini si sono riuniti molti dati intorno a grandi e piccole specie e si  avuta conferma delle ampie possibilit offerte dall'ambiente corallino per studi di ecologia, comportamento, genetica di popolazioni.
Ai fini del rilevamento faunistico su una barriera corallina, le osservazioni e le valutazioni a vista non sono sufficienti per ottenere dati quali - e quantitativi prossimi al vero. Per studiare le comunit dei pesci corallini, registrando tutte le specie che convivono in un determinato spazio,  praticamente da escludersi l'uso di reti; le trappole o nasse possono riuscire utili, ma risultano troppo selettive. I pi soddisfacenti risultati si ottengono con l'immettere in acqua sostanze che vi si diffondono e uccidono i pesci. Classico fra questi ittiocidi  il rotenone, che all'inizio venne usato come insetticida.  un alcaloide che si estrae da alcune Leguminose ed ha formula C23 H22 O6. Provoca la morte dei pesci in quanto agisce da vasocostrittore dei capillari delle branchie. Viene messo in commercio addizionato con altre sostanze, sotto forma di prodotti variamente denominati come il Pro-Noxfish; questo si mescola con acqua prima di immetterlo in mare. Dopo avere scelta e bene definita l'area che interessa, vi si diffonde il rotenone. Questo veleno ha un rapido effetto e raggiunge anche i pesci nascosti in tane o cavit di varia natura. Con un'esplorazione molto attenta occorre cercare di raccogliere tutti gli esemplari morti, servendosi di retini e risponendoli in sacche; se necessario, ci si serve di un'imbarcazione per prendere quelli che giungono in superficie e possono avere le pi varie dimensioni. L'impiego degli ittiocidi arreca indubbiamente rilevanti perturbazioni, ma non tardano a manifestarsi segni di ripresa da parte dell'ittiofauna, le cui condizioni normali appaiono ristabilite dopo qualche mese al massimo.
Alla prevedibile domanda se i pesci corallini abbiano o no un interesse pratico, la risposta  affermativa purch, naturalmente, ci si riferisca a tutto il loro insieme. Anzitutto  da dire che in tutti i mari tropicali si pescano, anche su scala commerciale, parecchie specie che, come i lutiani, hanno carni apprezzate. Purtroppo in diverse regioni l'ingestione di questi animali marini pu provocare una grave intossicazione cio la malattia detta ciguatera: ad essa sar dedicato spazio nell'ultimo capitolo di questo libro.
In secondo luogo, un numero sempre maggiore di pesci (e non solo di pesci), soprattutto fra i pi piccoli e pi variopinti, ha ormai acquisito notoriet presso gli acquariofili di tutto il mondo ed  alla base di un'attivit commerciale collegata con il diffondersi degli acquarii marini ornamentali.
E perch non aggiungere un'utilit ai fini del turismo, visto che un crescente numero di persone accorre a remoti lidi per ammirarne le bellezze anche subacquee?


L'ITTIOFAUNA MARINA TROPICALE.

La precisa determinazione delle specie e dei loro caratteri  la base fondamentale su cui devono essere fondate tutte le ricerche di Storia Naturale.
G. Cuvier

A partire dal XVI secolo la conoscenza delle faune e delle flore di ogni continente si svilupp non soltanto perch i grandi viaggi di esplorazione geografica dischiusero sempre nuovi e pi vasti orizzonti, ma soprattutto perch - in seguito ai viaggi stessi e alle scoperte che si succedettero con rapidit - a molte regioni pressoch ignote poterono accedere visitatori giunti dalle pi varie nazioni. Essi erano spinti da interessi molto diversi, ma rivolsero frequentemente la loro attenzione alle produzioni naturali che senza dubbio potevano costituire preziose risorse. Dell'attivit di navigatori, missionarii, commercianti si avvantaggi anche l'ittiologia, soprattutto quando alle spedizioni cominciarono a partecipare naturalisti che - superando difficolt e pericoli - presero visione dei pesci viventi nei mari e nei fiumi dei pi caldi paesi del globo.
Si riunirono collezioni che, insieme con disegni e manoscritti, pervennero ai centri di studio europei e facilitarono la comparsa di opere ove numerosi pesci esotici furono per la prima volta raffigurati e descritti. Durante il XVIII secolo si illustrarono molte specie rinvenute nei diversi oceani, non escluse le barriere coralline che fin dalle prime esplorazioni avevano svelato la loro bellezza. Oggi ammiriamo nelle biblioteche i grandi volumi in folio ove strani e variopinti pesci, nonch invertebrati di varia foggia sono rappresentati a colori. Dobbiamo perdonare la non sempre fedele immagine di essi, considerando che i disegnatori in molti casi disponevano soltanto di pochi schizzi o appunti o di esemplari mal conservati: qualche concessione alla fantasia ra inevitabile! Non  raro scorgere nelle vetrine dei negozi di antiquariato alcune di queste antiche raffigurazioni (in pi di un caso ne ho riconosciuta la paternit) e non sar mai abbastanza deprecata l'usanza di rovinare opere rare per asportarne le tavole destinate a formare quadretti apprezzati per la loro patina antica.
Non sono sfuggiti a simili barbari trattamenti i nove volumi della Naturgeschichte der Auslndische Fische (1790-95) del tedesco Marco Eleazaro Bloch. Nel corso del '700 i pesci della Carolina, della Florida e delle Bahamas furono illustrati da Mark Catesby, mentre di quelli del mar Rosso si occup Petrus Forsskal delle cui benemerenze dir nel capitolo che segue. Sebbene verso la fine di quel secolo la Francia rivoluzionaria fosse isolata dagli ambienti culturali europei, il cittadino Bernard Germain Lacpde pot presentare i cinque volumi della sua Histoire Naturelle des Poissons (1798-1803); la loro comparsa quasi coincise col periodo in cui l'autore diresse il Museo di Parigi. Uguale titolo ha un'opera di importanza scientifica assai maggiore, rappresentando uno dei pilastri su cui sorse l'edificio dell'ittiologia moderna. Ne sono autori Giorgio Cuvier e Achille Valenciennes, che a Parigi collaborarono nella redazione dei loro 22 volumi, apparsi tra il 1828 e il 1849. Al pari di Lacpde, questi studiosi si valsero della cospicua massa di dati che da tempo pi o meno lungo erano stati riuniti in questa o quella regione da attenti osservatori della Natura come Ch. Plumier (Antille, Brasile), Ph. Commerson (Mari del Sud), M. Adanson (Senegal). I loro materiali (collezioni, disegni, scritti) erano rimasti a lungo negletti, anche dopo essere affluiti all'antico Cabinet d'Histoire Naturelle (Jardin des Plantes) di Parigi e dopo che, per merito del famoso Giorgio Ledere conte di Buffon e di altri naturalisti, questa istituzione era divenuta il grande museo dove oggi si svolge anche una rilevante attivit ittiologica comprendente ricerche sui pesci dei mari tropicali.
Dopo la met del secolo XIX, il rapido ampliarsi delle conoscenze intorno a questi animali fu in larga parte dovuto all'olandese Peter Bleeker. Oltre a una lunga serie di altre pubblicazioni, egli compose un monumentale Atlante ittiologico delle Indie Orientali olandesi: si tratta di nove poderosi volumi (1862-77) con un gran numero di tavole a colori. Anche se testo e disegni risentono ormai della loro anzianit, questo celebre atlante  pur sempre un'opera di capitale importanza, tesoro delle biblioteche che ne possiedono una copia. Anche l'austriaco Franz Steindachner studi e descrisse un ingente numero di pesci tropicali, oggi conservati al Museo di Vienna.
Mi sembra superfluo appesantire queste pagine indugiando in un'ulteriore rassegna. La pur ridottissima bibliografia annessa a questo libro dimostra sia i progressi realizzati durante i cento anni trascorsi dai tempi di Bleeker, sia l'odierno continuare delle ricerche. Le quali, ove si consideri l'ittiologia nel suo insieme, vanno celermente allargando la conoscenza della biologia dei pesci in ogni suo aspetto e parallelamente apportano notevoli modifiche sistematiche per quanto riguarda sia singoli generi e specie, sia i gruppi maggiori.
 quindi indispensabile che alla trattazione di ogni altro argomento venga qui premesso un sintetico quadro che delinei la composizione dell'ittiofauna dei mari tropicali secondo moderne linee classificati ve. Naturalmente, le caratteristiche morfologiche e biologiche di numerose specie sono riferite negli altri capitoli, in relazione ai diversi aspetti della loro struttura e della loro vita.


Classificazione e nomenclatura.

 senz'altro probabile che il titolo di questo paragrafo invogli a saltarne la lettura. Pur consapevole di questo, ho cercato ugualmente di riassumere qualche informazione utile (direi anzi, necessaria) per chi - pur essendo estraneo agli studi zoologici - desidera non limitarsi a conoscenze ed osservazioni superficiali. Si intende che queste righe riusciranno superflue per tutti coloro che, pur recandosi nei mari tropicali e ponendo attenzione a tutto ci che in essi vive, si accontentano di soddisfazioni di ordine estetico e turistico.
Non occorre soffermarsi qui sulla conformazione dei pesci, indicandone le essenziali caratteristiche: esse sono descritte in ogni testo anche elementare, a cui  facile ricorrere. La struttura di questi animali, sia pure nelle sue grandi linee, deve essere tenuta presente per apprendere qualcosa da queste pagine e per integrarla eventualmente con personali osservazioni ed esperienze. Infatti, chiunque desideri sapere quali pesci ha visti o catturati deve comprendere che vaghi accenni alla forma del corpo e al colore non consentono affatto, salvo alcuni casi, di soddisfare la curiosit cio di ottenere da parte del cosiddetto competente il responso richiesto. Si cerchi quindi di esaminare con qualche attenzione l'esemplare che capita sott'occhio e se si riesce a catturarlo, si prenda nota - se possibile - non solo del suo colore, ma anche dei caratteri delle pinne (hanno spine o no? che forma ha la coda?), dei denti (esistono o no? che aspetto hanno?), delle squame (grandi, piccole o assenti?). Le fotografie possono facilitare molto i riconoscimenti, a meno che lo zoologo riceva in visione una veduta subacquea con una schiera di piccoli e magari sfuocati pescetti librati nell'azzurro! Pu anche accadere che, senza colpa del fotografo, i colori risultino alquanto falsati.
Nel caso di moltissimi pesci tropicali, non possono indicarsi che i nomi in latino non solo perch questa  la lingua dell'ufficiale nomenclatura scientifica, ma perch sarebbe difficile ricorrere all'uno o all'altro nome locale, magari molto pi ostico del temuto latino. Quando risposi a un amico che il pesce in questione era un Humuhumu-hi'u-kole (nome usato alle Hawai), egli dovette riconoscere che Melichthys  pi semplice. Tuttavia, non mancano denominazioni italiane assai appropriate e del resto corrispondenti a quelle di altre lingue, come pesci farfalla (per lo zoologo: chetodonti), pesci pappagallo (scari), pesci chirurgo (acanturi). Esse naturalmente non indicano specie singole, ma interi gruppi (generi o famiglie).
Tornando dunque alla nomenclatura latina, ricordiamoci che - lungi dal complicare le cose per la gioia degli eruditi - essa costituisce un valido mezzo ideato da oltre due secoli affinch ogni essere vivente riceva un battesimo ufficiale, grazie a cui pu venire indicato e riconosciuto nel mondo intero. Ci si pu chiedere perch si denomina Thalasso- ma pavo un variopinto pesce che guizza presso i fondali delle pi calde zone mediterranee. La risposta  semplice: perch questa  una specie (pavo) che fa parte di un gruppo ossia di un genere (Thalassoma) che a sua volta  inquadrato in una famiglia (Labridi). Ogni animale porta dunque un duplice nome: il primo (scritto con iniziale maiuscola)  generico, il secondo (con iniziale minuscola)  specifico. E siccome questo secondo nome  stato stabilito da un qualche studioso, cio da quello che per primo ha descritto la specie, nelle pubblicazioni scientifiche si usa aggiungere dopo il nome specifico quello, abbreviato, del suo primo descrittore o, come suol dirsi (molto impropriamente!) autore della specie stessa: es. Caranx ruber (Bloch). Vi sono generi che includono una sola specie (ad esempio, Galeocerdo cuvieri = squalo tigre: unico componente del genere Galeocerdo), altri - come Epinephelus e Scarus - che ne includono molte. In questo secondo caso, se riusciamo a identificare soltanto il genere ma non la specie, scriveremo - tanto per scegliere un altro esempio fra i pesci tropicali - Chaetodon, sp. Col che si intende: una specie indeterminata di Chaetodon.
Quanto alle unit sistematiche superiori, ossia ai raggruppamenti come le famiglie e gli ordini, baster riferire questo: il loro nome deriva da quello del genere pi rappresentativo, con la desinenza -idi (o, in latino, -idae) per le famiglie e -formi (-formes) per gli ordini: dunque le Murene fanno parte della famiglia Murenidi e dell'ordine Anguilliformi.
I nome degli ordini, tuttavia, possono anche venire desunti non da quello di un genere, ma da un carattere morfologico comune a tutti i componenti; ad esempio, gli Anguilliformi vengono anche detti Apodi perch mancano di pinne ventrali (corrispondenti agli arti posteriori cio ai piedi).
Non poche specie presentano caratteri non del tutto identici nelle varie zone che formano il loro areale complessivo. Cos, nel mar Rosso vivono alcuni pesci (Chetodonti e altri generi) leggermente diversi da quelli conspecifici che si rinvengono nel vicino oceano Indiano: li consideriamo quindi come razze geografiche o sottospecie. Tralasciando qui molti particolari che sarebbero fuori luogo,  bene far presente che la distinzione fra specie e sottospecie  espressa soprattutto da due fatti: le differenze morfologiche sono nette nel primo caso, pi o meno graduali nel secondo, e inoltre gli individui appartenenti a specie diverse sono quasi sempre riproduttivamente isolati (o comunque non generano una prole feconda) mentre quelli appartenenti a sottospecie (beninteso, della medesima specie) sono interfecondi. Specie diverse dello stesso genere possono trovarsi insieme nella stessa area, cio essere simpate; le sottospecie della stessa specie sono invece allopatrie perch - come pi sopra ho accennato - rappresentano razze geografiche: ciascuna  insediata in un proprio areale. Occorre inoltre considerare la coesistenza o meno nello stesso ambiente: due specie simpatrie possono trovarsi insieme, nelle stesse condizioni di profondit, vegetazione sottomarina, ecc. oppure no. Nel primo caso esse sono sintopiche oltre che simpatrie, nel secondo sono eterotopiche. Di simili fatti ci si rende conto facilmente quando si osservano i popolamenti ittici sulle barriere coralline.
Torniamo un momento alla nomenclatura. Le sottospecie vengono indicate con un terzo nome latino, che fa seguito a quello specifico: la loro terminologia  perci trinomia anzich binomia. Ad esempio, un comune pesce palla dell'oceano Indiano (Arothron hispidus)  rappresentato in mar Rosso dall'A hispidus perspicillaris. Si richiede qui una precisazione. Nella nomenclatura scientifica trinomia si ripete anche per la sottospecie il nome specifico, quando essa fu la prima ad essere descritta. Ad esempio, Chaetodon auriga fu descritto da Forsskal (1775) in base a individui del mar Rosso (Jeddah); Ch. setifer  invece il nome applicato da Bloch (1793) a individui dell'oceano Indiano. Quando auriga e setifer furono giustamente interpretati come sottospecie di una medesima specie, si denomin auriga quella del mar Rosso (quindi: Ch. auriga auriga) e setifer quella dell'oceano Indiano (quindi: Ch. auriga setifer).
So che questo lungo discorso non  per nulla divertente. Eppure se vogliamo intrattenerci con un minimo di seriet su qualsiasi gruppo di animali (e magari redigere scritti)  indispensabile conoscere almeno i fondamentali criterii classificativi e nomenclatoriali a cui gli zoologi si uniformano (!).
Si affaccia un'ultima, importante questione: perch certi animali portano nomi latini diversi a seconda dei libri, cos da creare comprensibili disorientamenti in chi consulta opere magari ugualmente autorevoli? La risposta non  difficile, anche se un po' lunga.
Tuttavia le presenti indicazioni dovrebbero indurre gli autori di scritti elementari e divulgativi ad essere molto cauti nel far uso di terminologie scientifiche e a preferire, in caso di difficolt o incertezze, semplici e comprensibili nomi volgari anche se indefiniti: scrivere una specie di murena  molto meglio che citare un nome latino errato!. Il gran numero di specie tropicali e la loro frequente rassomiglianza sconsigliano di procedere con leggerezza sia pure con intenti didattici:  troppo ovvio che questi sarebbero compromessi e che i pi lodevoli propositi riuscirebbero vanificati. Ben di rado i termini scientifici interessano chi sfoglia una rivista, la cui essenziale attrattiva  spesso costituita da splendide illustrazioni (che allo studioso sarebbe generalmente impossibile - per il costo - utilizzare per i proprii lavori). Ancora pi inutili sono le citazioni degli zoologi creatori dei nomi specifici (v. pag. 37):  da presumere che pochissimi lettori comprendano il significato di eventuali L. o Cuv. che facciano seguito alle denominazioni di specie.
Anzitutto va tenuto conto che gli individui appartenenti a una data specie non sono tutti identici, anche a prescindere dalle differenze razziali: la variabilit, pi o meno accentuata,  un fatto generale. Essa pu riguardare il colore, le proporzioni del corpo, i caratteri meristici (cio espressi da numeri, come quello delle squame lungo la linea laterale, dei raggi delle pinne, ecc.) e altre cose ancora. Nelle specie molto variabili si possono osservare individui di aspetto cos diverso da far credere che non si tratti della medesima specie. Tutto questo ostacola lo studio sistematico, ossia la precisazione dei caratteri veramente distintivi fra una specie e l'altra. Se si aggiungono le differenze che derivano dal sesso, dall'et o dal luogo di provenienza (variazioni geografiche) si perdonano gli errori dei vecchi naturalisti che descrissero e quindi denominarono anche dieci o pi specie al posto di quelle che ammettiamo oggi (magari una o due!). Si rammenti che nei tempi passati gli studiosi non avevano le attuali possibilit di scambiarsi notizie e materiali e di prendere sollecita visione delle pubblicazioni altrui.
L'enorme aumento di specie conosciute e il crescente approfondimento degli studi fanno s che la nomenclatura zoologica sia oggi una materia abbastanza complessa; se ne occupa una Commissione internazionale (con sede a Londra, presso il Museo Britannico di Storia Naturale) che ha pubblicato un apposito Codice. In questo, una delle regole fondamentali  il principio di priorit: esso vuole che ad ogni specie venga attribuito il pi antico nome assegnatole, considerando come sinonimi quelli che fossero stati creati successivamente; ci vale tanto per i termini generici quanto per quelli specifici. Il nome generico pu anche cambiare quando lo studio accurato di una specie dimostra che essa appartiene non al genere A ma al genere B, oppure quando dalla revisione di un intero genere risulta l'opportunit di scinderlo in due o pi generi, di composizione pi omogenea.
Ecco dunque spiegato perch una stessa specie pu venire indicata con un differente nome scientifico in libri di epoche o di autori diversi: pu darsi che alcuni di questi non conoscessero le sinonimie o non le approvassero.
Due esempi concreti varranno a meglio chiarire queste... vicende nomenclatoriali, a tutta prima cos misteriose per i non iniziati. Un grosso serranide fu denominato Perca tauvina da Forsskal (1775) e poi Serranus micronotatus da Ruppell (1835); in seguito esso venne attribuito al genere Epinephelus: questo  dunque il definitivo nome generico e tauvina  quello specifico perch  il pi antico.
Il nostro comune Dentice fu battezzato Sparus dentex da Linneo (1758) e Dentex vulgaris da Valenciennes (1830). Riconosciutasi giustamente la validit del genere Dentex, il nome ufficiale risult essere Dentex dentex perch il termine specifico dentex  pi antico e quindi gode di priorit. Il Dentice ci presenta un caso di tautonomia, cio di uguaglianza del nome generico e di quello specifico: essa  approvata dalle regole di nomenclatura.


Rassegna di gruppi e di specie.

Il presente quadro dell'ittiofauna dei mari caldi ha lo scopo di ordinare le idee, cio di fare conoscere la posizione sistematica - e quindi le affinit e le divergenze - dei principali pesci tropicali, quelli che ci potrebbero capitare pi facilmente sott'occhio sfogliando un libro, visitando un acquario o un museo, oppure (meglio ancora) immergendosi presso un littorale dei tropici. La concisione  inevitabile. Comunque, vengono enumerati quasi tutti gli ordini. Alcuni di essi contano un elevato numero di famiglie e di specie; in altri, queste sono poche ma offrono particolari motivi di interesse. Brevissime indicazioni generali sono date per gli ordini e per le famiglie; pi brevi ancora sono quelle concernenti le specie.
Durante questi ultimi anni sono stati affrontati molti problemi di macrosistematica ittiologica. Le ricerche di anatomia funzionale, le comparazioni di forme viventi e fossili di gruppi disparati hanno condotto a profonde innovazioni classificative in quanto sono venute in luce inattese affinit e si sono comprese meglio certe vicende evolutive. Anche un quadro molto elementare, come quello ora presentato, deve ormai tenere conto delle moderne vedute, senza persistere in concezioni superate. La classificazione attuale dei pesci nel suo insieme, differisce notevolmente da quella che pochi decenni addietro appariva accettabile. (*) Il dare brevi e semplici definizioni dei varii gruppi  molto spesso impossibile.
In ogni modo, a titolo conclusivo di queste poche considerazioni, dir che permane di indiscussa validit la separazione delle due classi (Pesci cartilaginei e Pesci ossei) che nel quadro dei Vertebrati fanno seguito a quella dei Ciclostomi (Lamprede, Missine).

(*) Accade spesso che per una specie venga additata - anche senza necessit - la relativa e dettagliata sequela gerarchica (tipo, classe, sottoclasse, ordine, sottordine, ecc. ecc.). Non si dimentichi che la classificazione non si risolve in un rigido ed immutabile casellario, ma si modifica inevitabilmente col progresso delle conoscenze. Per non dire delle disparit di opinioni fra gli studiosi.

Pesci cartilaginei.
La denominazione italiana trova esatto riscontro in quella latina: Chondrichthyes. Lo scheletro  esclusivamente cartilagineo, ma spesso  ricco di sali calcarei che gli conferiscono una notevole consistenza. Non pochi altri caratteri anatomici, fisiologici, embriologici, biochimici distinguono questi pesci da quelli in cui lo scheletro  pi o meno ossificato. Le fessure branchiali sono quasi sempre multiple (di regola cinque per lato) e la pelle  nuda o, pi spesso, zigrinosa ossia coperta di minute scaglie placoidi simili a dentelli. La fecondazione  interna e viene partorito un vario numero di piccoli, eccettuata una minoranza di specie ovipare.
 tradizionale il riconoscere in questa classe di pesci - detti anche Selaci - due principali ordini (x): Squaliformi (corpo quasi sempre a fuso, con fessure branchiali in posizione laterale; di regola buoni nuotatori) e Rai formi (corpo depresso, largo anteriormente perch ai lati vi aderiscono le ampie pinne pettorali; fessure branchiali in posizione ventrale; vita essenzialmente sul fondo). Di recente  stata proposta una classificazione pi complessa, con una decina di ordini. Per ora, riesce opportuna una semplice enumerazione di famiglie, avvertendo che i pesci appartenenti alle prime cinque sono Squaliformi, mentre quelli delle cinque successive sono Raiformi.
ORECTOLOBIDI - Squali dotati di un barbiglio presso l'orlo anteriore delle narici e di un solco fra queste e la bocca. Statura di solito modesta e colorazione spesso vivace, soprattutto nei giovani. Ai cosiddetti squali nutrice (Ginglymostoma, Nebrius) si aggiungono alcuni altri generi (Orectolobus, Chiloscyllium, Stegostoma, ecc.).
RINCODONTIDI - Unica specie  Rhincodon (2) typus (Squalo balena). Ha muso breve e largo, denti molto minuti, dorso con tre pieghe cutanee longitudinali.  presente in tutti gli oceani.
ISURIDI - Grossi squali riconoscibili perch una carena longitudinale si trova su ciascun lato della base della coda. Il lobo inferiore di questa  relativamente grande. Isurus oxyrhynchus (Mako) e Carcharodon carcharias (Squalo bianco) sono circumtropicali ed anche mediterranei.
(1) Si pu prescindere qui da un terzo gruppo (Chimeriformi) che include un piccolo numero di specie, tutte di profondit e non interessanti per la trattazione che segue.
(2) Sembra doversi accettare questa grafia per un nome che fu scritto in modo molto vario e discusso (Rhinodon, Rhineodon, ecc.).
CARCARINIDI - Comprendono molti fra i pi tipici pescicani. Ne  prototipo il genere Carcharhinus, ricco di specie. Pi o meno differenziati sono i generi Negaprion, Aprionodon, Scoliodon, Triaenodon e altri.
SFIRNIDI (Pesci martello) - Molto affini ai precedenti, ma con capo depresso e dotato di due grandi espansioni laterali al cui estremo sono situati gli occhi. Unico genere  Sphyrna, con una decina di specie.
RINOBATIDI - Hanno aspetto squaliforme, con muso allungato e pi o meno triangolare. Il genere principale  Rhinobatos (Pesci chitarra o violino), comprendente numerose specie.
PRISTIDI (Pesci sega) - Differiscono dai precedenti perch il muso si protende in una lunga appendice rigida, apppiattita, dentata ai lati. Tropicali; spesso penetrano in acqua dolce. Unico genere  Pristis, con poche specie, alcune di grande statura.
TORPEDINIDI - Come nelle tre famiglie seguenti, la parte anteriore del corpo (disco)  in netto contrasto con quella posteriore (coda). Il disco dei Torpedinidi  tondeggiante e contiene due organi elettrici; la coda  relativamente breve e robusta. Nei mari caldi sono presenti i generi Torpedo, Narcine e altri.
DASIATIDI - Disco quadrangolare o ovoide; coda pi o meno lunga e sottile, con un robusto aculeo velenifero sulla parte superiore. Le numerose specie tropicali appartengono ai generi Dasyatis, Himantura, Taeniura, ecc.
MILIOBATIDI (Aquile di mare) - Differiscono dai precedenti perch il disco  sempre romboidale e perch le mascelle sono fornite di grandi placche trituratrici formate da un mosaico di denti poligonali e appiattiti. Aetobatus narinari  una vistosa specie circumtropicale.
MOBULIDI - La presenza di due caratteristiche pinne cefaliche spiega il nome di diavoli di mare. Questi raiformi sono di grandi o molto grandi dimensioni e hanno denti minuti; sono meno vincolati ai fondali degli altri raiformi. Nella Manta birostris, circumtropicale, la bocca si trova in posizione terminale e i denti sono limitati alla mascella inferiore.

Pesci ossei.
Anche in questo caso la denominazione latina (Osteichthyes)  la precisa traduzione di quella italiana. Oltre allo scheletro pi o meno ossificato, molte altre particolarit strutturali e biologiche valgono a definire questa classe di pesci: basti ricordare che l'apertura branchiale  sempre unica su ciascun lato del capo e che sono quasi costanti la fecondazione esterna e l'oviparit. I pesci ossei sono di gran lunga pi numerosi e pi varii dei precedenti, come dimostra la serie di ordini (18) enumerati nelle pagine che seguono.

Elopiformi.
Di questo ordine fanno parte pochissime specie, che hanno un alto interesse in quanto presentano diversi caratteri anatomici che le fanno considerare come primitive: si tratta di pesci arcaici, che risalgono al Cretaceo. Per il loro corpo fusiforme e argenteo, rassomigliano a grosse sardine; esiste per la linea laterale, che in queste manca.  caratteristica una piastra ossea situata sulla parte inferiore del capo, fra le due met della mandibola. Le larve hanno forma di leptocefali.
ELOPIDI - L'unico genere Elops  composto da alcune forme molto simili, ma separabili per il numero di vertebre e di branchiospine; non sempre  chiaro se si tratta di specie o di sottospecie. Alcune abitano i mari americani (E. saurus, E. affinis), altre l'Atlantico orientale (E. lacerta, E. senegalensis) e la regione indopacifica (E. machnata, E. ha- waiensis).
MEGALOPIDI - A differenza dei precedenti la mandibola  prominente e l'ultimo raggio della pinna dorsale  prolungato. Tarpon atlanti- cus  sostituito nei mari indopacifici da Megalops cyprinoides (Aringa occhio di bue), assai pi piccolo (1 m).

Albuliformi.
Questo gruppo, che in seguito a ricerche recenti  stato separato dal precedente, include tre famiglie nelle quali si rilevano varii caratteri anatomici comuni nonostante il ben diverso aspetto esteriore. Soltanto una interessa qui, poich alle altre due appartengono pesci - come i Notacanti - che vivono nelle profondit oceaniche. Le larve sono leptocefali.
ALBULIDI - Corpo fusiforme e bocca situata al disotto del muso, che  prominente. Albula vulpes (Lady fish)  argentea come gli Elopiformi ed  diffusa in tutti gli oceani.
Oltre ad essere molto allungati, serpentiformi, questi pesci sono caratterizzati dalla quasi costante assenza di squame (eccezionalmente presenti, ma rudimentali e nascoste nella pelle) e di una distinta pinna codale: di regola la dorsale e l'anale confluiscono all'estremit posteriore del corpo, cos da formare un lembo continuo. Le pinne ventrali mancano. Le aperture branchiali sono piccole. Gli stadi larvali sono tipici leptocefali. Anche di quest'ordine fanno parte alcuni singolari abitatori degli abissi.
MURENIDI - Sono privi di pinne pettorali e di lingua. I denti sono acuti nei generi Muraena, Rabula, Gymnothorax (che include molte specie tropicali, variamente colorate) e altri ancora, mentre nel genere Echidna sono arrotondati. Thyrsoidea macrura (Oc. Pacifico)  la pi grossa specie (3 m).
CONGRIDI - Ne  prototipo il comune Grongo mediterraneo, che appartiene a un genere (Conger) rappresentato anche nei mari caldi. I Muraenesox se ne distinguono per avere alcuni denti grandi e caniniformi.
OFICTIDI - Di solito l'apice codale, usato per insinuarsi nel fondo, non  orlato dalla pinna; talvolta mancano tutte le pinne. Alcune specie tropicali sono adorne di caratteristici disegni, ad esempio quelle indopacifiche dei generi Myrichthys e Leiuranus.
MORINGUIDI - L'estrema sottigliezza del corpo spiega il curioso nome di spaghetti eels (Il nome eels in inglese viene usato per tutti gli Anguilliformi). Mandibola sporgente; pinna codale biloba o triloba negli adulti, distanziata dalle altre pinne impari. Tropicali. Moringua  il genere principale.
ETEROCONGRIDI - Anche questi pesci (garden eels) hanno corpo molto sottile e sono tropicali. Con la coda si inseriscono nel fondo, da cui sporgono verticalmente col resto del corpo. Esempi: Gorgasia, Tae- nioconger.

Clupeiformi.
Sardine e Acciughe sono i prototipi di questi pesci. Essi sono dotati di squame cicloidi e argentee, pinne prive di spine, ventrali addominali, codale forcuta; la linea laterale non  distinta. Sono gregarii, ampiamente diffusi a ogni latitudine e rappresentati anche nelle acque dolci.
CLUPEIDI - Generi tropicali sono ad es. Sardinella, Harengula, Dussumieria; in quest'ultimo (round herrings) il corpo non  compresso e non vi sono dentelli lungo il ventre.
ENGRAULIDI - A differenza dei precedenti, la mandibola  assai pi breve della mascella superiore. Thrssina baelama e gli Stolephorus abbondano nei mari indopacifici; Anchoa liolepis  comune presso i reefs del mar Caraibico.
CHIROCENTRIDI - Unico genere  Chirocentrus, con due specie indopacifiche, fra cui Ch. dorab (dorab degli arabi). Hanno corpo allungato e compresso e pinna dorsale situata indietro, ma sono soprattutto notevoli per i forti e acuti denti.

Siluriformi.
Quest'ordine non ha che un'esigua rappresentanza marina. Nessuna specie presenta un normale rivestimento di squame; tutte hanno presso la bocca alcune paia di barbigli pi o meno lunghi (donde il nome di pesce gatto attribuito a numerose specie).
ARIIDI - Tre paia di barbigli; pinna codale distinta. Arius thalassinus  specie marina, indopacifica.
PLOTOSIDI - Quattro paia di barbigli. Pinna codale unita alla seconda dorsale e all'anale, che sono molto lunghe. La prima dorsale  molto breve e al pari delle ventrali, ha il primo raggio spiniforme e acuto. Plotosus lineatiis (30 cm)  bruno, con due o tre linee bianche lungo ogni fianco.  diffuso dal mar Rosso al Pacifico e vien detto siluro dei coralli bench preferisca fondi molli con vegetazione.

Gonorinchiformi.
Si riuniscono in questo piccolo gruppo poche specie (in parte d'acqua dolce) le cui affinit furono a lungo discusse. Il loro aspetto  molto vario.
CHANIDI (*) - Unica specie  Chanos chanos (Milkfish, in arabo qanie), che ebbe il nome italiano di cefalone: ci sarebbe stato approvato da Forsskal che per la prima descrizione us il nome di Mugil chanos. Come gli Elopiformi, questo pesce ricorda una grossa sardina. Ha colore argenteo brillante ed  privo di denti; esiste la linea laterale. La lunghezza pu superare 1 m. Abita il mar Rosso, l'oceano Indiano e il Pacifico fino all'America.  eurialino ed  oggetto di pesca e di allevamento.

Aulopiformi.
Deve ascriversi a questo gruppo - esclusivamente marino - una dozzina di famiglie, una sola delle quali interessa qui. I pesci appartenenti alle altre vivono in profondit, anche nel Mediterraneo.
SINODONTIDI - Corpo cilindrico e piuttosto allungato, bocca ampia con denti acuti, una piccola pinna dorsale adiposa. Il capo, pi o meno depresso, ricorda quello delle lucertole e infatti le specie di Synodus e Saurida sono dette pesci lucertola. Esse sono distribuite in tutti i mari. Synodus synodus  atlantico, s. variegatus  indopacifico. Il circumtropicale Trachinocephalus myops rassomiglia ai trachini per l'aspetto del capo.
Una sola famiglia, composta da pesci di non attraente aspetto.

(*) Un uguale nome italiano spetterebbe alle famiglie Canidi (da Canis) e Canidi (da Chanos), i cui nomi latini hanno invece una diversa grafa (Canidae e Chanidae). Per evitare confusioni, non resta che scrivere Chanidi, anche se in italiano ... anomalo.
BATRACOIDIDI (Pesci rospo) - Capo grosso e depresso. Squame minute o assenti, nascoste da abbondante muco. Due pinne dorsali, di cui l'anteriore piccola; codale arrotondata; ventrali giugulari. Questi pesci, bentonici, vivono in acque temperate e tropicali; talora entrano nei fiumi. Ne sono esempi Batrichthys grunniens e Halophryne diemensis, indopacifici, Opsanus beta (Atlantico occid.), Halobatrachus didactylus (Atlantico orientale e Mediterraneo).

Gobiesociformi.
Una sola famiglia.
GOBIESOCIDI - Capo depresso. Squame assenti. Pinne prive di spine; sul ventre si trova un disco adesivo, semplice o doppio, fiancheggiato dai raggi delle pinne ventrali. Questi piccoli pesci sono marini e bentonici. Diversi generi (Gobiesox, Arcos, ecc.) sono rappresentati nei mari tropicali, lungo le coste.

Lofiiformi.
Anche in quest'ordine si annoverano pesci molto singolari. Tutti sono marini, spesso bentonici, molto bene rappresentati nella fauna abissale di tutti gli oceani. Pelle nuda o comunque priva di vere squame. Due pinne dorsali; il primo raggio (illicio) di quella anteriore  isolato e sottile e porta all'apice un'esca cio un rigonfiamento che, agitato, attira le prede. Pettorali sorrette da una base pi o meno mobile, paragonabile a un braccio presso l'ascella del quale  situata l'apertura branchiale, spesso ridotta a un foro. Ventrali giugulari.
ANTENNARIDI (Pesci rana) - Sono essenzialmente tropicali e non sembrano formare mai popolazioni numerose. Corpo tozzo, bocca ampia, occhi in posizione elevata, pinna dorsale con due grosse ma brevi spine dietro l'illicio. Questi pesci fanno vita sedentaria fra le alghe e i coralli; le pi grosse specie misurano quasi 40 cm. Hanno la capacit di gonfiarsi notevolmente. Il principale genere  Antennarius con parecchie specie indopacifiche e atlantiche. Histro histrio (Pesce dei sargassi)  circumtropicale.
OGCOCEFALIDI (x) (Pesci pipistrello) - Hanno aspetto inconsueto e grottesco. Corpo largo, depresso, molto ristretto posteriormente, cosparso di brevi spine e tubercoli. La prima pinna dorsale  ridotta al breve illicio situato in una fossetta tra la bocca e l'apice del muso, che  prominente. Questi pesci misurano al massimo Una trentina di cm. Abitano i mari tropicali e temperati; alcuni sono littorali, altri dimorano in profondit. Si muovono pigramente sui fondali, procedendo appoggiati sulle pinne pari. Al genere Ogcocephalus appartengono poche specie (Atlantico occidentale e Pacifico orientale). , 
Gadiformi.
Le aree oceaniche temperate e fredde, e le grandi profondit, sono la dimora di gran parte di questi pesci. Il loro nome (da Gadus = Merluzzo) non fa certo pensare alla fauna tropicale e tanto meno a quella delle barriere coralline. Poich i Gadiformi sono essenzialmente definiti da caratteri anatomici, baster accennare qui ad alcune particolarit dell'unica famiglia che li rappresenta presso le coste tropicali.
CARAPIDI - Corpo lungo e sottile, terminante in esile punta. Squame assenti. Pinne dorsale e anale molto lunghe, prive di raggi spiniformi, confluenti all'estremit posteriore. Tutte le specie sono di piccole dimensioni, marine e bentoniche; sono note per la simbiosi con diversi invertebrati, soprattutto echinodermi. Al genere Carapus appartengono specie dei mari tropicali e temperati.

Ateriniformi.
Nonostante il loro aspetto molto diverso, furono di recente riunite in questo ordine alcune famiglie dotate di particolarit anatomiche comuni.
ATERINIDI - Pesci di piccole dimensioni, dotati di due pinne dorsali e di banda laterale argentea. Sono in maggioranza tropicali e non mancano in acqua dolce. Gregarii e importanti nelle catene alimentari. Prane- sus pinguis e Allanetta afra sono fra le specie indopacifiche.
BELONIDI - Riconoscibili per il corpo sottile e allungato, per il rostro lungo ed esile, per la linea laterale decorrente in basso. Sono gregarii, in acque superficiali dalle quali sogliono fare notevoli balzi. Parecchie specie di Strongylura e Tylosurus sono diffuse nei mari tropicali.
EMIRANFIDI - Differiscono dai precedenti perch il becco (che talvolta manca)  formato soltanto dalla mandibola. Hemirhamphus ed Hyporhamphus sono i generi principali, ciascuno con diverse specie atlantiche e indopacifiche.
EXOCETIDI - La capacit di uscire dall'acqua compiendo lunghe traiettorie aeree col sostegno delle ampie pinne pettorali, ha suggerito il nome di pesci volanti. Sono soprattutto abitatori dei mari caldi, dove alcune specie di Exocoetus, Cypselurus e altri generi hanno larga diffusione.

Bericiformi.
Quest'ordine sembra preannunciare quello, ben pi vasto, dei Perciformi. I suoi componenti hanno aspetto assai variabile; alcuni caratteri morfologici sono interpretati come arcaici. Una parte dei Bericiformi sono littorali, mentre altri sono batipelagici e raggiungono notevoli profondit.
OLOCENTRIDI - Squame fortemente ctenoidi; pinne e pezzi
opercolari forniti di robuste spine e dentelli. Occhi grandi. Colore in prevalenza rosso. Numerose specie tropicali abbondano sulle barriere coralline; la loro attivit  soprattutto notturna. Una forte spina rivolta indietro all'angolo inferiore del preopercolo,  presente negli Holocentrus e generi affini, assente nei Myripristis.
ANOMALOPIDI - La caratteristica essenziale consiste in un grande organo luminoso (fotoforo) situato al disotto di ciascun occhio; esso contiene un gran numero di batterii fotogeni e la luce viene emessa a intermittenza, potendosi interrompere grazie a dispositivi varii. La lunghezza non supera una trentina di cm e le pinne dorsali sono una o due.

Didascalia.
Le poche specie vivono lungo le coste dei mari tropicali. Photoblepharon palpebratus  molto diffuso nella regione indopacifica. Kryptophanaron alfredi fu scoperto (1907) presso l'isola di Giamaica e non venne ritrovato che nel 1978.
Fine didascalia.

Gasterosteiformi.
Lasciando da parte tutte le caratteristiche anatomiche, cito soltanto due caratteri di quasi generale occorrenza in questi pesci: il muso lungo e tubiforme, al cui apice sta la piccola bocca, e il parziale o totale rivestimento di placche ossee. I Gasterosteiformi sono largamente rappresentati nei mari caldi e molti hanno un singolare, inconfondibile aspetto.
SINGNATIDI - Esiste una completa corazza di piastrine ossee. Il corpo  allungato e sottile nei pesci ago ed ha una particolare sagoma negli Ippocampi. I pesci ago tropicali appartengono a diversi generi: Corytoichthys, Micrognathus, Yozia, ecc. L'indopacifico Syngnathoides biaculeatus misura fino a 25 cm. Negli stessi mari vive il grosso Hippocampus kuda, molto diffuso.
SOLENOSTOMIDI - Unico genere  Solenostomus, con forse 5 specie, tutte indopacifiche. Le uova vengono custodite dalle femmine (e non dai maschi come nei Singnatidi) in una tasca formata dalle grandi pinne ventrali.
CENTRISCIDI - Corpo molto compresso, rivestito di placche ossee liscie; pinna dorsale col primo raggio spiniforme lungo e forte, diretto indietro. Entrambi i generi (Centriscus e Aeoliscus) sono indopacifici. Spesso nuotano e sostano in posizione verticale.
FISTULARIDI - Unico genere  Fistularia, con quattro specie (Atlantico e Indo-pacifico). Corpo lungo ed esile; muso allungatissimo; un lungo filamento si protende dal centro della pinna codale.
AULOSTOMIDI - Corpo e muso pi brevi che nei precedenti; una serie di spine isolate lungo il dorso, prima della pinna. Tutte le poche specie appartengono al genere Aulostomus (A. chinensis, indopacifico; A. maculatus, atlantico) e sono tipici pesci corallini.
PEGASIDI - Corpo depresso, rivestito di piastre ossee e pi largo nella parte anteriore. Bocca piccola e situata al disotto di un rostro arrotondato e piatto. Pinne pettorali grandi e orizzontali. Pegasus draconis (parte posteriore con 8 anelli) e P. natans (11-15 anelli) dimorano a piccola profondit, fra le
alghe.

Scorpeniformi.
Pur essendo assai ben differenziato, quest'ordine venne molto spesso incluso in quello che segue. Soprattutto caratteristica  la corazzatura del capo, in particolare ai lati a causa dell'espansione delle ossa sottorbitali; inoltre, vi sono spine e fossette che possono dare alla testa un aspetto quasi mostruoso. Le pinne hanno raggi spiniformi robusti, accompagnati non di rado da ghiandole velenifere. Questi pesci, diffusi in tutti i mari, vivono comunemente sul fondo e in gran parte presentano colorazioni quanto mai mimetiche.
SCORPENIDI - Alcune specie ricordano molto i Percoidi, mentre altre (soprattutto tropicali) hanno forme strane e aberranti. I generi Scorpaena e Scorpaenodes annoverano specie sparse in tutti i mari, mentre altri (Minous, Synanceia, Pterois, ecc.) sono limitati alla regione indopacifica. Alcuni generi sono stati separati in famiglie distinte (es. Cocotropus: Aploactidi).
PLATICEFALIDI - Questi pesci, quasi tutti indopacifici, sono notevoli per il particolare aspetto. Corpo depresso, soprattutto nella parte anteriore (come si deduce dal nome della famiglia), bocca grande, mandibola molto prominente. I Platicefali (Platycephalus  il genere pi noto) sogliono seppellirsi nella sabbia o nel fango.
CARACANTIDI - Piccoli pesci dal corpo ovale e compresso, cosparso di minute villosit. Unico genere  Caracanthus (due specie, entrambe indopacifiche).

Perciformi.
Nel qualificare come ordine questa grandissima schiera di pesci, ogni ittiologo prova un giustificato imbarazzo. Il quale  particolarmente sentito quando l'attenzione si volge alle innumerevoli specie che popolano i mari tropicali. La loro variet di forme, di strutture e di costumi  tale che, mentre invita a dettagliate analisi, sembra precludere la via alla pur necessaria sintesi. Ne consegue l'impossibilit di presentare qui una concisa definizione dei Perciformi. Caratteristiche morfologiche di maggiore o minor rilievo permettono tuttavia di riconoscere alcune sezioni (Sottordini: Percoidi, Sgombroidi, ecc.) o anche singole famiglie i cui membri sono accomunati da una particolare fisonomia.
SERRANIDI - Sono interpretabili come il prototipo, se non di tutti i Perciformi, almeno dei Percoidi. A questa famiglia si accostano infatti parecchie altre, comprendenti specie pi o meno numerose: con esse si apre la lunga serie percoide (nella quale, inutile dire, rientrano anche pesci d'acqua dolce, come quelli del genere Perca). In tutti questi pesci esiste un certo numero di raggi spiniformi nelle pinne, le ventrali sono in posizione toracica (cio al disotto delle pettorali), le squame sono molto spesso ctenoidi, la vescica gassosa non comunica con l'esofago; caratteri variabili si riscontrano nella dentatura, nella conformazione dei pezzi opercolari (dotati o no di spine o di dentelli sul margine), nella linea laterale (continua o interrotta), ecc.
I Serranidi hanno denti sul vomere e sulle ossa palatine, oltre che sulle mascelle; l'osso mascellare  ben visibile a bocca chiusa e l'opercolo porta 2-3 piccole spine nella sua parte superiore. Le specie pi grandi e vistose (spesso qualificabili come cernie, in inglese groupers) appartengono ai generi Epinephelus, Mycteroperca, Plectropomus, Variola, Cromileptes; pi piccoli sono i Serranus e gli Anthias che, come altri serranidi, sono adorni di bei colori.
CENTROPOMIDI - Due pinne dorsali, di cui la prima con raggi spiniformi; spina opercolare unica o assente. Lates calcarifer vive negli oceani Indiano e Pacifico. I Centropomus (Robalo, snoek) sono proprii delle zone costiere americane.
GRAMMISTIDI - Come nelle tre famiglie che seguono, vi  una sola, lunga pinna dorsale con alcuni raggi anteriori spiniformi e la linea laterale  interrotta. Pelle ricca di ghiandole. Il genere Grammistes  indopacifico, Rypticus  atlantico.
GRAMMIDI - Fra le poche specie, la pi nota  Grammo loreto (Atlantico occidentale).
PLESIOPIDI - Due sono i generi (Plesiops, Calloplesiops), entrambi indopacifici.
PSEUDOCROMIDI - Le diverse specie di Pseudochromis vivono nella regione indopacifica.
TERAPONIDI - Due pinne dorsali, contigue alla base. Pezzi opercolari con dentelli e spine. Indopacifici; alcuni in acqua dolce. Generi principali: Therapon, Pelates, Helotes.
CIRRITIDI - Pinne pettorali con alcuni raggi inferiori indivisi,
pi lunghi e robusti dei superiori. Sono rappresentati in ogni oceano da varii generi: Paracirrhites, Cirrhitus, Oxycirrhites, ecc.
PRIACANTIDI - I raggi spiniformi delle pinne sono scabrosi. Occhi e pinne ventrali grandi. Colore rosso. Priacanthus  il genere principale, presente in tutti gli oceani.
APOGONIDI - In tutti i mari caldi e temperati sono diffuse numerose specie dei generi Apogon e Cheilodipterus. Statura generalmente piccola, occhi grandi, due pinne dorsali, codale di varia forma.
PEMFERIDI - Corpo molto compresso, pi alto anteriormente; occhi di solito grandi, una sola pinna dorsale con pochi e non ben distinti raggi spiniformi, codale biloba o tronca. Quasi tutte le specie spettano al genere Pempheris (Indopacifico e Atlantico occidentale).
LUTIANIDI - Il genere principale (Lutjanus) comprende numerose specie (snappers) distribuite in tutti i mari tropicali. Esse rassomigliano ai Serranidi, ma il loro osso mascellare  nascosto sotto il sottorbitale quando la bocca  chiusa. I limiti fra questa famiglia e la successiva sono molto imprecisi; alcuni generi furono inclusi ora nell'una ora nell'altra e occorre riconoscere che un soddisfacente ordinamento non  facilmente raggiungibile. I generi Nemipterus, Scolopsis, Caesio e altri sono percoidi di posizione sistematica assai discussa.
POMADASIDI - La dentatura meno robusta viene di solito indicata come carattere distintivo dai Lutianidi. Esclusivi delle acque americane sono i generi Anisotremus ed Haemulon; le specie appartenenti a quest'ultimo vengono dette grunts. Pomadasys e Plectorhynchus includono una serie di specie indopacifiche ed alcune dell'Atlantico orientale.
LETRINIDI - In questi pesci, molto affini ai precedenti, il capo  privo di squame e il muso  piuttosto acuto. Le specie del genere Lethrinus sono indopacifiche ad eccezione di L. arfanticus.
SPARIDI - Anche questo  un gruppo, abbastanza numeroso, di tipici percoidi, diversi dai Serranidi perch non vi sono denti sul palato, l'osso mascellare  nascosto a bocca chiusa e l'opercolo  privo di spine; i denti hanno forme molto varie a seconda dei generi. Questi sono distribuiti nei mari temperati e tropicali. Fra i rappresentanti indopacifici si annoverano le varie specie di Acanthopagrus, nonch Monotaxis grando- culis e Argyrops spinifer (caratterizzato per avere alcuni raggi dorsali spiniformi molto prolungati). Il genere Calamus  proprio dei mari americani.
KIFOSIDI - I denti sono simili a incisivi e le squame si estendono spesso sulle pinne impari. A differenza di Kyphosus, il genere Crenidens  esclusivamente indopacifico (Unica specie: C. crenidens, dotato di denti con margine lobato).
MULLIDI - Le triglie del Mediterraneo sono i pi noti rappresentanti di questo gruppo, composto da pesci con costumi bentonici. Due barbigli sulla mandibola, due pinne dorsali, codale biloba; predominano le tinte rosse e gialle. Le specie tropicali appartengono soprattutto ai generi Upeneus, Parupeneus, Mulloidichthys.
SCIENIDI - Le numerose specie riferite a questa famiglia presentano il consueto aspetto percoide. Mandibola dotata di pori o di brevi barbigli; linea laterale prolungata fino al margine della pinna codale; vescica gassosa di complessa struttura. Equetus lanceolatus, distinto perch la sua prima pinna dorsale  molto pi breve della seconda ma molto pi elevata, vive nell'Atlantico occidentale. I generi Johnius, Nibea, Pama e altri sono indopacifici.
GERREIDI - Questi pesci sono argentei, dotati di bocca molto protrattile e di pinna codale forcuta. Sono essenzialmente tropicali e in A, Gerres oyena (Gerreidi). B, Crenidens crenidens (Kifosidi). Entrambi indopacifici.
In America vengono detti mojarras. Gerres ed Eucinostomus sono i generi principali.
LEIOGNATIDI - Anche questi piccoli, argentei pesciolini hanno bocca quanto mai protrattile; il corpo  pi alto e compresso che nei precedenti e le squame sono molto pi piccole. Sono indopacifici e appartengono soprattutto al genere Leiognathus.
RACHICENTRIDI - Unica specie  Rachycentron canadum (Cobia), circumtropicale. Pu superare m 1,50 di lunghezza ed ha corpo alquanto allungato e capo depresso; 7-8 brevi spine isolate rappresentano la prima pinna dorsale; colore bruno, con una banda pi scura lungo i fianchi.
ECHENEIDIDI (Remore) - L'essenziale caratteristica  costituita dal dispositivo per l'adesione situato sul capo:  un organo ellittico, con una doppia serie di lamelle parallele fra le quali si pu formare il vuoto. Il tenacissimo attacco consente al pesce di essere facilmente trasportato dai suoi ospitatori. Il numero di coppie di lamelle  utile per distinguere le specie. Queste sono poche, tutte pelagiche e a vasta diffusione. Echeneis e Remora sono i generi principali. In passato le remore furono separate in un ordine a s (Echeneidiformi o Discocefali).
CARANGIDI - Questa grande famiglia comprende specie distribuite in tutti i mari tropicali e temperati. Esse sono in prevalenza argentee o dorate, di solito senza colori o disegni notevoli. Squame piccole, peduncolo codale pi o meno sottile, raggi spiniformi non robusti, due brevi spine isolate all'origine dell'anale. Una serie di scudetti ossei carenati, variabili per numero e grandezza, accompagna la parte posteriore della linea laterale in parecchi generi come Caranx (Jacks, crevalles), Decapterus, Selar, Alepes; alcune specie sono circumtropicali (es. Selar crumenophthalmus). Tali scudi mancano in altri casi, come in Alectis, Selene, Seriola, Trachynotus (i cui rappresentanti americani sono detti pompanos), nonch nel Naucrates ductor (Pesce pilota) e in
indopacifico) nei quali le squame sono lunghe e acute.
CORIFENIDI - Un unico genere, con due specie pelagiche e
circumtropicali: Coryphaena hippurus e C. equiselis (Corifene). La loro pinna dorsale  molto lunga e priva di vere spine.
MONODATTILIDI - Pesci argentei e di sagoma romboidale, con pinne dorsale e anale assai alte e in buona parte rivestite di piccole squame. Due specie sono indopacifiche (Monodactylus argenteus e M. falciformis), una si trova lungo le coste dell'Africa occidentale (M. seba).
EFIPPIDI - Anche questi pesci, tutti abitatori dei mari caldi, hanno corpo elevato e compresso; le pinne dorsale e anale possono assumere un grande sviluppo. I pochi generi vennero spesso ripartiti in famiglie diverse. La pinna dorsale a raggi spiniformi  ben distinta da quella a raggi molli, bench contigua, in Ephippus (indopacifico), Chaetodipterus (atlantico) e Drepane (due specie indopacifiche, una atlantica). Invece nei Platax (quattro specie, tutte indopacifiche) le poche e brevissime spine appaiono inglobate in un'unica, ampia pinna dorsale.
CHETODONTIDI (Pesci farfalla) - Questi diffusissimi pesci tropicali, tipici abitatori dei reefs, hanno aspetto caratteristico e presentano colorazioni varie e vivaci. Corpo breve, alto, compresso. Bocca piccola, con denti sottili (furono paragonati a setole). Squame molto estese sulle pinne impari (donde il vecchio nome di Squamipinni). Linea laterale pi o meno incompleta. Genere principale  Chaetodon, con circa 90 specie distribuite in tutti gli oceani. Tutti indopacifici sono gli Heniochus (7 specie) nei quali il primo raggio dorsale  prolungato e il corpo  di solito attraversato da bande oscure verticali o oblique, il Chelmon rostra- tus (muso allungato, alcune bande verticali rosse) e le due specie di Forcipiger, molto simili e a larga diffusione, dotate di muso ancora pi lungo e sottile.
POMACANTIDI - Anche questi sono pesci dei coralli, vistosi come i precedenti e forse di pi, date le dimensioni generalmente maggiori. Gli anglosassoni li denominano pesci angelo (*). Per tradizione furono inclusi fra i Chetodontidi. Da questi  facile distinguerli perch una forte spina diretta indietro si diparte dall'angolo inferiore del preopercolo. Dentelli e spine stanno spesso lungo i bordi delle ossa 
opercolari e preorbitali; piccole squamette possono interporsi fra quelle principali.

Didascalia.
Chaetodon auriga (Chetodontidi). Indopacifico. (Foto P. Arata).
Schemi di Chetodontide (A) e di Pomacantide (B). Una parte delle pinne impari (punteggiata)  coperta dalle squame.
Euxiphipops xanthometopon (Pomacantidi). Indopacifico. (Arch. Euraquarium, foto A. Masotti).
Fine didascalia

I colori sono splendidi in buona parte delle specie e spesso variano con l'et. Atlantico  il genere Pomacanthus, indopacifico  Pomacanthodes, che include parecchie specie al pari di Holacanthus (ben rappresentato in Atlantico), Centropyge e altri; Pygoplites diacanthus, indopacifico,  riconoscibile per le striscie verticali blu, gialle e nere.
POMACENTRIDI - Il nome di questo numeroso gruppo si presta indubbiamente a confusioni col precedente (2); per di pi, esigenze di ordine sistematico vogliono che in questa rassegna le due famiglie si trovino accanto! Pomacentridi, Labridi e Scaridi sono accomunati da una particolarit: le ossa faringee sono grandi e munite di denti (donde il vecchio nome di Faringognati). Per i Pomacentridi sono Percoidi, mentre le altre due famiglie menzionate costituiscono un sottordine distinto: Labroidi. I Pomacentridi sono numerosi e vivono soprattutto nei mari tropicali, in particolare sui reefs, ma non mancano in quelli temperati. Sono di piccola statura ed hanno colori svariati e spesso vivaci. Sagoma ovale. Un solo foro nasale per lato, linea laterale interrotta. La forma dei denti e le spine o dentelli (non sempre presenti) sui pezzi opercolari servono a distinguere i vari generi. Fra questi, Dascyllus e Amphiprion (i cosiddetti clown fishes) sono indopacifici, mentre Chromis, Pomacentrus, Abudefduf sono presenti in tutti gli oceani.
LABRIDI - Le labbra talvolta ingrossate hanno fatto dare il nome a tutta questa famiglia, di cui  prototipo il genere Labrus dei mari europei. Le numerose specie sono soprattutto tropicali e anch'esse hanno notevole parte nella fauna dei reefs. Colori varii e brillanti, spesso con contrasti di tinte. Linea laterale continua o interrotta. Una sola pinna dorsale, codale non biloba; denti anteriori spesso caniniformi e prominenti. Sono
molto diffusi i generi Bodianus, Coris, Thalassoma, Halichoeres, nonch Hemipteronotus nel quale il corpo  molto compresso e la linea laterale  interrotta. Quest'ultima caratteristica si ritrova nel gen. Cheilinus, indopacifico, di cui una specie (Ch. undulatus)  il pi grosso labride (2 m). Fra gli altri generi indopacifici sono Anampses, Epibulus, Gomphosus (caratteristico per il lungo muso) e Labroides (Pesci pulitori). Il grosso Lach.nolaim.us maximus  proprio dell'Atlantico occidentale.
SCARIDI (Pesci pappagallo) - I denti di entrambe le mascelle
sono coalescenti, rassomigliando agli elementi di un mosaico; essi formano, nel complesso, quattro placche (due superiori, due inferiori) che ricordano un forte becco e spiegano il nome volgare.
Dimensioni spesso notevoli, squame grandi; vi  un'estrema policromia, spesso legata a dimorfismo sessuale. Tutti gli Scaridi sono tropicali e anch'essi abbondano sui reefs. In tutti gli oceani sono distribuite le numerose specie di Scarus (S. caeruleus, S. guacamaia, ecc. in Atlantico; S. sordidus, S. ghobban, S. niger, S. harid, ecc. nei mari indopacifici). Bolbometopon muricatus (dal mar Rosso al Pacifico)  il gigante del gruppo (m 1,20). Il gen. Sparisoma  atlantico; una specie si trova pure in Mediterraneo (S. cretense).

(2) Pomacantidi: dal greco pma (coperchio, qui nel senso di pezzi opercolari) e canta (spina). Pomacentridi: dal greco pma e kntron (punta, spina) con riferimento ai frequenti dentelli sui lati del capo.

MUGILIDI - Questa famiglia e le cinque successive rappresentano altrettanti, differenti sottordini di Perciformi, ossia non fanno parte dei Percoidi, n dei Labroidi. Nei mari tropicali vivono parecchie specie di Muggini, pertinenti ai generi Mugil, Liza e altri. La fisionomia generale ripete quella ben nota delle specie mediterranee.
SFIRENIDI - Anche questi pesci hanno aspetto complessivamente uniforme. Unico genere  Sphyraena, con una ventina di specie, essenzialmente tropicali; il barracuda raggiunge le maggiori dimensioni (m
1,80).
POLINEMIDI - Come nelle due famiglie precedenti, le pinne dorsali sono due, di cui la prima con raggi spiniformi. Molto caratteristiche sono le pinne pettorali, nelle quali i raggi inferiori, in numero variabile, sono isolati e molto lunghi, simili a vistosi filamenti. Tutte le specie sono tropicali, costiere, eurialine. Generi principali sono Polynemus e Polydactylus. La pi grossa specie  Eleutheronema tetradactylum (m 1,80) dell'india.
PARAPERCIDI - A questa famiglia viene pure applicato il nome Mugiloididi, che pecca per la forte rassomiglianza con Mugilidi. Corpo allungato, occhi situati in alto, prima pinna dorsale piccola, seconda dorsale e anale lunghe, ventrali pi avanti delle pettorali. Parapercis  il principale genere (indopacifico) di questi pesci, che fanno vita di fondo come i trachini.
BLENNIDI - Le notissime bavose (Blennius) dei nostri mari sono ottimi esempi di questa numerosa schiera di pesci che abitano soprattutto le coste dei mari tropicali. Hanno denti numerosi e sottili, spesso mobili, capo frequentemente dotato di appendici, pelle priva di squame, pinna dorsale lunga, codale non biloba. Ricchi di specie sono i generi Omobranchus, Istiblennius, Alticus, Ecsenius, ecc. Alcuni Blennidi hanno costumi praticamente anfibi.
GOBIDI - Anche pi numerosa  questa famiglia, che comprende pesci di piccole dimensioni, presenti in tutti i mari temperati e tropicali, nonch nelle acque dolci. Due pinne dorsali, codale non biloba, ventrali pi o meno riunite cos da formare un ventaglio, linea laterale assente. Numerosi generi e specie sono di difficile identificazione. Dormitator maculatus (Atlantico occidentale)  il pi grosso gobide (60 cm). Altri generi sono Bathygobius, Cryptocentrus, Acentrogobius, Gobio don, ecc.
Molti ittiologi distinguono da questa famiglia i Perioftalmidi e gli Eleotridi. I primi sono rappresentati soprattutto dai Periophthalmus, molto comuni nei mangrovieti (come si  detto nel precedente capitolo). I secondi - dei quali  prototipo il genere Eleotris - si distinguerebbero dai Gobidi perch le pinne ventrali sono ben separate fra loro invece di essere pi o meno unite.
ACANTURIDI - Da questa famiglia prende nome il sottordine Acanturoidi, che include anche le due seguenti. Gli Acanturidi sono esclusivamente tropicali e caratterizzati perch su ciascun lato del peduncolo codale si trova un'acuta spina mobile oppure una serie di due o pi placchette ossee. Corpo assai alto e compresso; denti a forma di incisivi, talora mobili; occhi in posizione elevata; squame piccole; pinne dorsale e anale lunghe. Le spine codali esistono nei generi Acanthurus (circumtropicale), Paracanthurus, Zebrasoma e Ctenochaetus. Al genere Acanthurus appartiene il maggior numero di specie, note con il nome di pesci chirurgo. Placche ossee immobili si osservano invece nei generi Prionurus e Naso; alcune specie di quest'ultimo presentano, allo stato adulto, un singolare aspetto perch il capo ha un lungo prolungamento orizzontale nella parte anteriore.
ZANCLIDI - Negli oceani Indiano e Pacifico vive lo Zanclus cornutus, unico membro di questa famiglia (se non ne riteniamo distinto lo Z. canescens). Porta uno strano nome volgare (Idolo moresco o Moorish idol) e rassomiglia alquanto a un chetodontide. Ha muso prominente, squame minute, primi raggi dorsali molto lunghi, due larghe bande nere verticali.
SIGANIDI - Possono riunirsi nell'unico genere Siganus (dall'arabo sigan) tutte le specie di questo gruppo. Esse sono esclusive della regione indopacifica. Bocca e squame piccole, denti simili a incisivi; pinne con raggi spiniformi forti e acuti: 13 nella dorsale, 7 nell'anale, due in ciascuna ventrale, separati da tre raggi molli. S. rivulatus e S. luridus, comuni in mar Rosso, penetrarono nel Mediterraneo. S. vulpinus ha muso prominente e bei colori.
SGOMBRIDI -  questa la principale famiglia del sottordine
Sgombroidi, i cui componenti sono fra i pi tipici pesci pelagici. Gli Sgombridi (che forse si dovrebbero scindere in due o tre famiglie) sono riconoscibili per il peduncolo codale sottile, dotato di una serie di pinnule sopra e sotto; la codale  biloba o lunata; le squame sono piccole e possono mancare su tutto il corpo o in parte. Questi pesci hanno un'ampia diffusione nei mari temperati e tropicali.
Alcuni generi (Thunnus, Euthynnus, Auxis, ecc.) sono rappresentati anche nelle acque europee. Affini agli Sgombri sono i Rastrelliger, indopacifici. Di notevole statura sono Acanthocybium solanderi (circumtropicale) e le varie specie di Scomberomorus (Spanish mackerels) come S. commersoni (indopacifico) e S. maculatus (Atlantico e Pacifico orientale).
XIFIDI - Unica specie  il pesce spada (Xiphias gladius), caratteristico per il lungo rostro appiattito e per una carena lungo ciascun lato della base della pinna codale;  privo di denti, di squame e di pinne ventrali. Misura fino a 4 m di lunghezza ed abita i mari caldi e temperati.
ISTIOFORIDI - Si distinguono facilmente da Xiphias per avere rostro cilindrico e due carene codali; inoltre esistono i denti (piccoli), le squame (piccole e oblunghe) e le pinne ventrali (ciascuna con 1-3 raggi). Poche sono le specie, tutte di grandi dimensioni; sono proprie delle zone tropicali di tutti gli oceani. Quelle dei generi Makaira e Tetrapturus sono denominate marlins. Istiophorus platypterus (Pesce ventaglio)  circumtropicale e riconoscibile per la grande pinna dorsale. Xifidi e Istioforidi formano il sottordine Xifioidi (spesso unito al precedente).
NOMEIDI - I pesci che appartengono a questa famiglia (sottordine Stromateoidi) sono dotati di caratteristiche estroflessioni dell'esofago (tasche esofagee) munite di dentini sulla parete interna. Nomeus gronovii  noto per la sua simbiosi con le fisalie, ricordata nel precedente capitolo.
Unici fra i vertebrati ad avere alterato la simmetria bilaterale, i Pleuronettiformi costituiscono uno dei pi definiti ordini ittici: tutte le specie hanno un inconfondibile aspetto. Sono questi i pesci piatti, presenti in tutti i mari e nettamente bentonici. Il corpo  molto compresso e pigmentato su un solo lato: su questo si trovano entrambi gli occhi. Squame piccole; pinne di solito prive di raggi spiniformi, dorsale e anale molto lunghe, codale non biloba. Colorazione molto mimetica. Questi pesci si adagiano sui fondali poggiandovi il lato cieco e depigmentato. Gli occhi e il pigmento si trovano, a seconda delle famiglie, sul lato destro o su quello sinistro. Sviluppo con metamorfosi; gli stadi larvali sono simmetrici.
PSETTODIDI - Il lato colorato pu essere indifferentemente il destro o il sinistro. Pinne dorsale e ventrali dotate di alcuni raggi spiniformi. Unico genere  Psettodes, con una specie indopacifica (P. erumei) e due atlantico-orientali (P. bennetti e P. belcheri).
BOTIDI - Occhi sul lato sinistro; soltanto su questo esiste la linea laterale.  frequente il dimorfismo sessuale (maschi con occhi pi distanziati o con alcuni lunghi raggi nelle pinne pettorali). Diverse specie del genere Bothus vivono nei mari tropicali.
SOLEIDI - Occhi sul lato destro. Anche questi pesci, dei quali le Sogliole sono i prototipi, sono distribuiti nei mari tropicali e temperati; alcuni si trovano in acqua dolce.

Didascalia.
Schemi di Balistide (A) e Monacantide (B).
Placche dentarie di Tetraodontide (A) e di Diodontide (B). A destra, bocca di Tetraodontide, di lato.
Scarus caeruleus (Scandi). Atlantico occidentale. (Tavola di M.E. Bloch, 1786).
Fine didascalia.

Indopacifici sono i Pardachirus (privi di pettorali) e Synaptura cornuta (le cui pinne impari sono tutte riunite).
CINOGLOSSIDI - In questa famiglia gli occhi sono situati a sinistra e il corpo tende a restringersi a punta posteriormente, le pinne pettorali mancano e quelle impari sono sempre riunite. Il genere Cynoglossus conta molte specie tropicali.

Tetraodontiformi.
I pesci inclusi in quest'ordine (e denominati anche Plettognati) hanno un aspetto cos singolare da venire indicati con notissimi nomi volgari. Vivono soprattutto lungo le coste dei mari tropicali. Hanno bocca piccola, mascelle brevi e forti, pelle con placche, spine o granulazioni, pinne dotate o no di raggi spiniformi, ventrali atrofiche o assenti.
BALISTIDI (Pesci balestra) - Corpo rivestito di squame spesse e ruvide, simili a placchette; due pinne dorsali di cui l'anteriore  costituita da tre raggi spiniformi di cui il primo molto pi grande e robusto. L'atlantico Balistes carolinensis abita anche il Mediterraneo. Melichthys niger e Xanthichthys ringens sono circumtropicali. I Balistapus, Balstoides, Rhinecanthus, ecc. spesso adorni di bei colori, sono indopacifici.
MONACANTIDI - Corpo molto compresso, coperto di piastrine che portano piccole e brevi spinule: la pelle appare vellutata o quasi liscia. La circumtropicale Aiuter scripta  la specie pi grande (90 cm) e col corpo pi allungato, di colore grigio o castano con punti blu e neri. Numerose altre appartengono ai generi Monacanthus, Stephanolepis, Amanses, ecc.
OSTRACIONTIDI (Pesci cofano) - Corpo protetto da una solida corazza di piastre ossee poligonali; ha sezione triangolare, quadrangolare o pentagonale e spesso porta alcune prominenze spiniformi. Questi pesci sono soprattutto abitatori dei reefs. L'animale ha sezione quadrangolare nei generi Ostracion (privo di prominenze frontali) e Lactoria (in L. cornuta esse sono molto sviluppate), entrambi indopacifici; sono invece trigoni i Lactophrys (3 specie) e gli Acanthostracion (4 specie), tutti atlantici.
TETRAODONTIDI (Pesci palla) - Il nome deriva dalla presenza di quattro placche dentarie (due superiori e due inferiori) che formano una specie di becco. Numerose, piccole spine sono variamente distribuite sulla pelle. Inghiottendo acqua o aria, il corpo pu gonfiarsi sino a divenire sferico. Questi pesci, detti anche puffers e in Giappone fugu, abitano soprattutto i reefs; alcune specie, pure tropicali, vivono nei fiumi. Lagocephalus, Sphoeroides, Arothron sono fra i generi principali. I Canthigaster sono pi piccoli e meno rigonfiabili; hanno muso prominente, dorso carenato, belle colorazioni.
DIODONTIDI (Pesci istrice) - Differiscono dai precedenti perch le placche dentarie sono due (una superiore e una inferiore) e perch su tutto il corpo sono sparse acute e robuste spine. Si gonfiano come i Tetraodontidi. Nel circumtropicale Diodon hystrix le spine sono mobili, drizzandosi quando l'animale  rigonfio; nel genere Chilomycterus esse sono pi brevi e immobili.
MOLIDI - Corpo compresso, discoidale o oblungo, due placche dentarie, pinne dorsale e anale elevate e opposte; posteriormente il corpo appare tronco ed  orlato da una pinna pseudocodale. Le specie sono soltanto tre, pelagiche e diffuse in tutti i mari caldi e temperati. Mola mola e Masturus lanceolatus (Pesci luna) misurano fino a 3 m di lunghezza; il secondo si distingue per la prominenza mediana della pinna pseudocodale. Ranzania laevis  pi piccola (80 cm) e oblunga; come Mola  presente anche nel Mediterraneo.


LE REGIONI BIOGEOGRAFICHE.

L'uomo saggio deve apprendere non dai decreti dei filosofi, ma dalla Natura stessa.
W. Harwey.

Nonostante la gi accennata, relativa uniformit che si rileva negli ambienti e nelle faune lungo i littorali di tutti i mari caldi, esistono non trascurabili differenze fra i pesci che vivono nei singoli oceani. In particolare, osservazioni anche non approfondite consentono di distinguere assai bene l'ittiofauna indopacifica da quella atlantica, cos da inquadrare l'una e l'altra nelle rispettive regioni biogeografiche.
Nel corso del XIX secolo, ad opera di zoologi specializzati in gruppi animali diversi, i mari vennero suddivisi in parecchie (diciamo pure troppe) zone a seconda dei loro caratteri faunistici. Per primo l'inglese E. Forbes - uno dei pi eminenti pionieri della Biologia marina - propose (1856) una ripartizione fondata essenzialmente sulla latitudine e quindi sulla temperatura delle acque, intesa come fattore essenziale che condiziona la vita degli organismi. Il progresso degli studi conferm la validit di tale principio, ma condusse - quasi un secolo dopo - a concezioni diverse, cio alla definizione di poche e grandi unit biogeografiche. Per quanto riguarda la fauna marina tropicale esse sono le seguenti: 1) oceano Indiano e Pacifico occidentale e centrale; 2) Pacifico orientale; 3) Atlantico.
Lo svedese Ekman (1953) insist sulle strette relazioni fra gli ambienti dell'Atlantico occidentale (Mar Caraibico e zone vicine) e del Pacifico orientale, tanto da ridurre a due sole le regioni fondamentali: Indo-West Pacifica e Atlanto-Est Pacifica. Pi di recente (1974) l'americano Briggs distinse quattro regioni: Indo-West Pacifica, Pacifica orientale, Atlantica occidentale, Atlantica orientale. Qualunque sia la divisione preferita (tutte hanno innegabili motivi di validit), per ben comprendere i caratteri delle singole ripartizioni  indispensabile tener conto dei cambiamenti
intervenuti nel corso di molti milioni di anni nella distribuzione delle terre e dei mari e per conseguenza nella composizione delle faune. Gli aspetti storici hanno infatti una capitale importanza perch vengano comprese le situazioni odierne.
Nel considerare la distribuzione degli organismi nei mari caldi e le passate vicende, ci si riferisce molto spesso alla Tetide. Alla fine dello scorso secolo il geologo austriaco E. Suess, ide questo fortunato termine (generalmente preferito a mesogea o mare nummulitico) per indicare un'immensa superficie marina che dall'era Paleozoica a quella Cenozoica si sarebbe estesa tutt'intorno al globo, interponendosi a guisa di grande fascia fra le terre che parzialmente occupavano l'uno e l'altro emisfero. In seguito ai moderni studi di geologi e geofisici i concetti paleogeografici hanno subito profonde modificazioni, connesse con l'accoglimento della teoria delle traslazioni continentali (A. Wegener) e di quanto concerne la tettonica a placche e l'espansione dei fondi oceanici. Sebbene non tutti gli studiosi concordino intorno alle posizioni passate dei continenti e ai tempi in cui esse cambiarono,  mutata la primitiva, semplice idea della Tetide in quanto se ne ritengono inferiori l'estensione e la durata. Essa deriv necessariamente dall'immenso, unico oceano (Pantalassia) che circondava il grande blocco continentale (Pangea) prima che questo si scindesse in una parte settentrionale (Laurasia) e una meridionale (Gondwana). Completatasi tale divisione tra la fine dell'era Paleozoica e l'inizio di quella Mesozoica (all'incirca 200 milioni di anni or sono), la Tetide costitu la fascia di mare - di varia larghezza - che fino a una parte dell'era Cenozoica separ le terre del nord da quelle poste pi a sud.
Con il susseguirsi dei cambiamenti paleogeografici, ebbe luogo anche il graduale differenziarsi delle faune nelle singole aree. Negli ultimi tempi dell'era Cenozoica - che si chiuse 1,6-1,8 milioni di anni or sono, se la intendiamo nel classico senso di Terziario - si stabil la complessiva fisonomia delle grandi regioni marine tropicali quali oggi si presentano. La diffusione circumtropicale di certi animali - come i pesci del genere Elops, che risale all'Eocene - o la distribuzione discontinua di altri sono state spiegate ammettendone la presenza passata in tutta la Tetide: essa  provata dai fossili.
A formare i diversi popolamenti attuali contribuirono gli spostamenti di organismi (non  appropriato parlare di migrazioni) in determinate direzioni. Per spiegarli, non basta tenere conto di cambiamenti di clima o di agenti locali come le correnti oceaniche, bench queste siano importanti vettori di uova e di larve. Ebbe infatti un ruolo cospicuo la diversa ricchezza del mondo animale nelle singole zone: lo spostarsi
delle specie fu diretto dalle zone con fauna pi ricca a quelle ove il popolamento era pi scarso e quindi le prospettive di competizione erano minori.
Attualmente nell'ambito di ogni regione biogeografica la fauna presenta variazioni locali pi o meno accentuate, cos da indurre a definire unit subordinate: province (o sottoregioni) ed eventualmente sottoprovince (o sezioni). Intervengono valutazioni diverse secondo gli autori, sia per le differenze inerenti ai particolari gruppi zoologici sui quali ci si basa, sia per le difficolt di stabilire limiti precisi. In ogni unit biogeografica esistono specie endemiche, di primario interesse quali elementi che caratterizzano le faune. Un endemismo del 10% (ossia 1/10 di specie endemiche rispetto al totale presente) fu proposto, almeno nei riguardi dei pesci, come criterio di distinzione faunistica. Permangono tuttavia due motivi di incertezza. Anzitutto, animali che dapprima si ritenevano proprii di una regione vengono prima o poi ritrovati anche altrove; in secondo luogo, possono sopravvenire nuove interpretazioni sistematiche: una specie considerata endemica  riconosciuta identica a un'altra che vive in sedi magari molto distanti. Entrambi i casi ricorrono con frequenza e quindi le valutazioni degli endemismi hanno molto spesso un significato approssimato e transitorio.


Dall'oceano Indiano al Pacifico.

Appena superato l'istmo di Suez avvistiamo il mar Rosso, che costituisce l'estremit nord-occidentale della regione Indopacifica. Questa  di gran lunga la pi vasta fra quelle ove risiede la fauna marina tropicale. In latitudine il limite settentrionale raggiunge 30 (Mar Rosso) e 33 (Giappone), quello meridionale  situato a 23 (Sud Africa) e 25 (Australia); in longitudine i limiti stanno a 35 E e 130 W, il che significa oltre met della circonferenza del globo!
Come attesta il suo nome, questa regione include due oceani: Indiano e Pacifico. Il primo di essi con i suoi complessivi 75 milioni di Km quadrati  notevolmente pi piccolo degli altri oceani. Verso nord si prolunga in due appendici (Mar Rosso e golfo Persico o Arabico); a oriente, il Mediterraneo australasiatico nel quale sono sparse le grandi e piccole isole della Sonda segna il passaggio al Pacifico. In questo vastissimo oceano  indopacifica soltanto un'ampia parte occidentale e centrale, pi precisamente: Australia settentrionale e nord-orientale, isole Filippine, mar Cinese, Giappone meridionale, Nuova Guinea e arcipelaghi dell'Oceania fino alle Hawai, Tuamotu e Marchesi.
Nella regione Indopacifica la fauna dei mari caldi presenta il massimo rigoglio e, pur con variazioni locali, ha una fisonomia ben definita.  elevata la percentuale di specie a vastissima diffusione, rinvenibili dal mar Rosso fino alle remote isole dell'Oceania. Fondamentale interesse hanno per il biologo le formazioni coralline, che assumono un insuperato sviluppo con tutti i possibili aspetti. Nell'edificazione di esse le alghe calcaree adempiono un ruolo assai maggiore che altrove. I Madreporarii ammontano a circa 500 specie, molte delle quali appartengono al genere Acropora. Ad eccezione di una specie, le Fungie vivono soltanto in questi mari. Alcionarii caratteristici sono la Heliopora caerulea (Corallo azzurro) e la Tubipora musica (Organo di mare): nella prima i polipai sono alquanto massicci, lobati o ramificati, e mostrano il colore azzurro soprattutto se, spezzandoli, si osserva l'interno; nella seconda essi sono rossi e sembrano costituiti da tanti tubi affiancati come canne d'organo. Abbondano le Millepore (Millepora dichotoma, ramificata, e M. platyphylla, simile a ventagli irregolari) e le grandi attinie dei generi Stoichactis,
Discosoma, ecc.
Immenso  il numero di altri invertebrati in parte associati ai reefs, in parte dimoranti in altri biotopi. Esclusivi dei littorali indopacifici sono molti gasteropodi dotati di apprezzate conchiglie e pertinenti ai generi Cypraea, Conus, Strombus, Lambis, Terebra, Murex, ecc. Endemici sono i grossi o addirittura enormi bivalvi del genere Tridacna nonch i celebri Nautilus che per non fanno parte della fauna dei reefs.
Annidati nelle madrepore sono molto comuni i piccoli granchi del genere Trapezio, ma assai pi vistosi crostacei brachiuri sono i variopinti Carpilius, gli Atergatis, il Portunus pelagicus. Si trovano in abbondanza quasi ovunque tipici echinoidi tropicali come Diadema, Echinometra, Clypeaster, oltre ai peculiari Heterocentrotus (ricci matita), mentre fra gli asteroidi sono notevoli i massicci Protoreaster e Pentaceraster, le pentagonali Culcita, la Linckia laevigata (spesso di un bel colore azzurro) e l'Acanthaster planci divoratore di polipi. Le Oloturie hanno larga parte nel popolare i fondali: grosse specie di Holothuria e Stichopus vivono nelle acque poco profonde delle lagune e sono attivamente pescate per la preparazione del trepang o bche de mer che tuttora  cibo molto apprezzato in Estremo Oriente.
Fra le piante che costituiscono estese praterie sommerse si annoverano Thalassia hemprichi e Cymodocea ciliata, nonch l'idrocaridacea Halophila stipulacea, diffusa dal mar Rosso a Madagascar. Quest'ultima fanerogama  dotata di rizoma strisciante e di piccole foglie (4-5 cm) penninervie e di colore verde chiaro. 

Didascalia.
Caratteristiche specie indopacifche. In alto, Epinephelus tauvina (Serrani- di). In basso, Lutjanus sebae (Lutianidi).
Fine didascalia.

Al pari delle madrepore, le mangrovie si trovano in maggior quantit nella regione indopacifica. Esse
sono soprattutto copiose lungo le coste di Sumatra e Giava, ove si conoscono una ventina di specie. Fra i pesci dei mangrovieti figurano quasi tutte le specie di Perioftalmi. Si aggirano sul fondo i limuli (Tachy- pleus moluccanus) e i crostacei anomuri del genere Thalassina, il cui aspetto ricorda stranamente quello degli scorpioni; questi e molti altri animali non sono presenti che in determinate aree.
I pesci indopacifici compongono uno spettacoloso insieme, sia che si considerino le specie littorali, sia che si volga l'attenzione a quelle pelagiche. Molte di queste sono circumtropicali (Manta, corifene, pesci volanti, remore, ecc.). Fra gli squali che hanno una simile distribuzione spicca il gigantesco Squalo balena (Rhincodon typus). Esso  numeroso nell'oceano Indiano occidentale, dove talvolta attacc le imbarcazioni (provocato?); il primo esemplare descritto (1829) era stato pescato al Capo di Buona Speranza (dunque ben al difuori della zona tropicale), ma in precedenza si era gi osservato questo pesce nelle acque delle isole Filippine.
Sono proprii dei mari indopacifici diversi sgombroidi, come quelli del genere Rastrelliger (affine a Scomber) e altri di maggiore statura (Scomberomorus commersoni, Gymnosarda nuda, Grammatorcynus bicarinatus, Euthynnus affinis, ecc.). Makaira indica  il poderoso black marlin degli oceani Indiano e Pacifico; a differenza di quanto avviene nelle specie congeneri, le sue pinne pettorali non sono ripiegabili sui fianchi. L'aggettivo black (nero) pu fare confondere questo Istioforide con M. nigricans, circumtropicale, il quale ha per la corrente qualifica di blue!.
Quanto ai pesci littorali, un alto numero si inquadra in famiglie esclusivamente indopacifiche: Chirocentridi, Plotosidi, Solenostomidi, Centriscidi, Pegasidi, Caracantidi, Teraponidi, Leiognatidi, Zanclidi, Siganidi, e diverse altre. Una larga rappresentanza hanno pure alcune famiglie tipicamente tropicali:
Emiranfidi, Anomalopidi, Lutianidi, Pomadasidi, Gerreidi, Chetodontidi, Pomacantidi, Scaridi, Acanturidi, Antennaridi.
Le specie indicate nelle pagine che seguono costituiscono una rappresentanza quanto mai limitata; alla difficolt di scegliere in questa moltitudine si accompagna, in chi scrive, un vivo rammarico di dover troppo omettere.
Dopo le brevi, comprensive considerazioni sin qui svolte si pone il problema delle minori unit biogeografiche da riconoscersi in una cos vasta area come quella indopacifica. Diversi schemi furono proposti da studiosi variamente specializzati, i quali distinsero una serie di province che altri ridussero a due sole: Indo-occidentale e Indo-Polinesiana. Le separerebbe una linea che attraversa l'oceano Indiano da nord a sud secondo il meridiano 70 est, poco a occidente dell'india. Qualunque sia la ripartizione accettata, si prospettano serii ostacoli che non derivano soltanto dalla difficolt di tracciare limiti. Col proseguire delle indagini faunistiche,  infatti risultato che numerose specie sono molto pi diffuse di quanto si ritenesse e che altre, considerate endemiche in questa o quella zona, non sono affatto tali. Si aggiungano le incertezze derivanti dalle conoscenze sistematiche spesso incomplete, in quanto esistono non poche specie e razze le cui relazioni permangono oscure. In una trattazione succinta come la presente, che per di pi si riferisce soltanto ai pesci,  preferibile prescindere da rigidi schemi e delineare semplicemente i caratteri dell'ittiofauna in ciascuno dei due oceani interessati, senza per trascurare i necessarii accenni a particolari zone.
L'oceano Indiano con le sue dipendenze  quasi completamente situato nella zona equatoriale. Il suo limite meridionale  pressoch coincidente con quello della regione Indopacifica e lo si pu tracciare con una linea che va dal littorale africano (poco a sud del Natal) all'Australia occidentale (Shark's bay). Alla conoscenza faunistica del settore ovest (cio della provincia Indo-occidentale) contribuirono ricerche di vecchia data, alle quali fecero seguito moderni apporti come quelli dovuti alla Spedizione britannica del 1933-34 (John Murray Expedition). Un fondamentale contributo allo studio dei pesci littorali si deve a J.L.B. Smith, ittiologo sudafricano a cui oggi  intitolato l'istituto di Ittiologia della Rhodes University (Grahamstown) che ne continua l'attivit. Smith rivel la ricchezza dell'ittiofauna indo-occidentale, con la scoperta di molte specie nuove e il rinvenimento di altre che si ritenevano proprie di mari pi orientali. Fra le novit che egli descrisse  particolarmente celebre il celacantide Latimeria chalumnae, che per quanto sappiamo  localizzato intorno alle isole Comore e vive fra 150 e 800 m di profondit.
Ricchissima  la fauna littorale dell'oceano Indiano, considerata nel suo complesso. Il numero di specie ittiche fu valutato fra 3000 e 4000. Molte di esse fanno parte del prestigioso popolamento delle formazioni coralline che spesso accompagnano le coste, dalle zone settentrionali dell'oceano fino a Madagascar e alle isole Mascarene. Lungo le coste africane a nord di Mozambico le madrepore sono pi scarse per effetto della risalita di acque fredde dalle profondit. Abbondano molti tipici pesci indopacifici. Quasi met delle specie (menzionate in seguito) vivono anche nel Pacifico; altre sono limitate all'oceano Indiano occidentale, come Cirrhitus punctatus, Anisochromis kenyae, Amphiprion attardi, Chaetodon leucopleura, Ch. zanzibarensis. D'altronde, si rileva una grande variet di distribuzione anche nell'ambito di un medesimo genere: ne sono prova i pesci balestra - tutti di colore bruno o nero - del genere Melichthys, uno dei quali  circumtropicale (M. niger), un altro  indopacifico nel largo senso (M. vidua), un terzo pare essere limitato all'oceano Indiano (M. indicus). I Chetodontidi sono tra le famiglie il cui numero di specie diminuisce procedendo da est verso ovest nell'oceano Indiano; un
analogo fatto  stato registrato per alcuni invertebrati (Echinodermi, Crostacei), ma non sembra essere di generale occorrenza.
Per le sue particolarit faunistiche  stata definita una sottoprovincia araba: coste meridionali dell'Arabia, golfo Persico, mar Rosso. Tenuto conto dell'interesse che quest'ultimo presenta per i biologi italiani, sar dedicato ad esso il successivo paragrafo; verranno indicate diverse specie di pesci non ancora rinvenute fuori di esso.  per probabile la loro presenza almeno nel golfo di Aden, analogamente a quanto ci  noto per specie arabe come Chaetodon austriacus, Larabicus quadrilineatus e qualche altro pesce. Diffuso dal mar Rosso (anzi, dal Mediterraneo orientale) al golfo Persico  il monacantide Stephanolepis diaspros. Il golfo Persico differisce dal mar Rosso per la profondit molto minore (una cinquantina di metri) e la grande estensione di fondali molli; solo lungo la costa sud-occidentale si incontrano rocce e reefs. Per quanto riguarda i pesci, le ricerche della Spedizione Danese (1937-38) dimostrarono una prevalenza quantitativa dei piccoli, argentei Leiognathus.
La sottoprovincia malgascia venne dapprima riconosciuta in base allo studio dei molluschi e dei crostacei brachiuri. Essa include non soltanto Madagascar (dove la Stazione francese di Tulear  un importante centro di ricerche biologiche), ma anche le isole Mascarene (Maurizio, Rodriguez, Riunione). Tra i pesci che abitano questo settore meridionale, alcuni - come il serranide Holanthias borbonius - si conoscono unicamente presso le isole predette, mentre altri furono pure rinvenuti lungo le coste del Natal (Holanthias natalensis, Zebrasoma gemmatum).

Didascalia.
Chaetodon collaris (Chetodontidi). Indopacifico. (Arch. Euraquarium, foto Kahl).
Antennablennius velifer (Blennidi). Oceano Indiano.
Fine didascalia.

Se ci si volge alle zone centrali ed orientali dell'oceano Indiano, si incontrano gli arcipelaghi delle Maldive e Laccadive, ove prosperano i pi bei reefs, accompagnati da una rigogliosa ittiofauna corallina. All'ittiologo tedesco W. Klausewitz si deve lo studio, non ancora completato, dei pesci delle Maldive riportati dalla spedizione della Xarifa (1957-58) alla quale parteciparono tedeschi e austriaci accompagnati da H. Hass. Tali arcipelaghi si trovano appena oltre il meridiano 70 est e segnano l'inizio di un'immensa area marina in cui la fauna assume un sempre maggiore rigoglio man mano che si procede verso levante. Quest'area - che fu qualificata come provincia Indo-Polinesiana - si estende dal centro dell'oceano Indiano sino all'estrema Oceania. Si tratterebbe dunque di buona parte della regione Indopacifica, restandone escluso solo l'oceano Indiano occidentale. Alcuni studiosi ammisero una provincia Indomalese, ma in realt  difficile tracciare soddisfacenti delimitazioni dai due oceani vicini.
I mari dell'Indonesia vengono considerati come il centro di dispersione di tutta la fauna indopacifica: questa vi appare infatti con un'eccezionale ricchezza e variet, ampiamente documentate in una lunga serie di opere scientifiche antiche e recenti. Gli zoologi olandesi posero le pietre miliari per lo sviluppo delle conoscenze in proposito. Durante lo scorso secolo, P. Bleeker (p. 35) tratt ampiamente dei pesci, pubblicando memorie - corredate da splendide illustrazioni - che permangono classiche. In seguito, il suo compatriota Max Weber studi i copiosi materiali raccolti durante la celebre spedizione del Siboga (1899-1900) e in collaborazione con E.de Beaufort redasse una fondamentale opera (11 volumi, 1911-1962) relativa ai pesci indo-australiani marini e d'acqua dolce.
Tali pesci formano un complesso nel quale si distinguono quattro gruppi di specie. Il primo consiste di ben note forme circumtropicali. Il secondo consiste di specie diffuse dal mar Rosso al Pacifico ossia indopacifiche nel senso pi completo; sono fra esse Carcharhinus melanopterus, Synodus variegatus, Echidna nebulosa, Gymnothorax pictus, Adioryx spinifer, Epinephelus tauvina, Gnathanodon speciosus, Carangoides ferdau, Monotaxis grandoculis, Pomacanthodes imperator, Heniochus acuminatus, Abudefduf sordidus, Cheilio inermis, Thalassoma lunare, Naso unicornis, Scorpaenopsis gibbosa, Bothus pantherinus. Il terzo gruppo risulta di specie che dall'oceano Indiano orientale o dai mari indonesiani si estendono per un maggiore o minor tratto nel Pacifico; a titolo di esempio ricordo Rhinomuraena ambonensis, Epinephelus corallicolus, Apogon nematopterus, Plectorhychus chaetodonoides, Chaetodon citrinellus, Pomacanthodes annularis, Siganus vulpinus, Chaetoderma penicillige- rum, Arothron mappa. Nel quarto gruppo, infine, sono inclusi pesci che attualmente figurano come endemici indonesiani, non essendo ancora stati rinvenuti altrove; alcuni di essi sono Pseudochromis paccagnellai, Centropyge eibli, Chaetodontoplus mesoleucus.
L'oceano Pacifico occupa ben 167 milioni di Km quadrati, una notevole parte dei quali rientra nella regione Indopacifica. Questa termina a levante in corrispondenza di circa 130 long. W; estese zone del Pacifico ne restano quindi al difuori, rientrando in regioni biogeografiche diverse. Ancora pi dell'oceano Indiano  questo il mondo dei coralli, come dimostrano i grandi e piccoli atolli copiosamente disseminati. Essi costituiscono fra l'altro l'intero arcipelago delle Tuamotu (Polinesia), ove l'atollo di Rangiroa misura 80 Km di diametro, restando tuttavia inferiore al massimo atollo conosciuto: si trova nel gruppo delle Marshall (Micronesia) e il suo diametro  di quasi 125 Km. Presso l'isoletta Lord Howe, nelle acque australiane orientali, sono situati i reefs pi meridionali del mondo (31 lat. S).
La Grande Barriera Australiana si estende per circa duemila Km lungo le coste del Queensland, separandole dal mar dei Coralli. Tra quelle numerosissime, insidiose isole e barriere madreporiche si avventur per primo Giacomo Cook (1770) con la sua nave Endeavour a bordo della quale lo accompagnava J.R. Forster in qualit di naturalista. Alle isole dei mari del sud verdeggianti di palme di cocco volsero la prora - durante i primi decenni dell'800 - alcune navi francesi (Uranie, Astrolabe, Physicienne, ecc.) e di altre nazionalit, che condussero in quelle plaghe, allora molto remote, persone animate non solo dal desiderio di scoperte geografiche ma anche da interessi naturalistici: J.R. Quoy e J.P. Gaimard sono esempi di chirurghi naturalisti ai quali dobbiamo una serie di osservazioni e descrizioni di pesci del Pacifico. In seguito, le conoscenze si ampliarono rapidamente. Contributi molto importanti scaturirono dalle crociere americane dell'Albatross (1907-1910) alle Filippine e nei mari vicini e da quelle che nel 1946-49 si diressero alle isole Marshall riportandone un ricco materiale. La Great Barrier Reef Expedition (1928-29), proveniente dall'Inghilterra, stabil per molti mesi un laboratorio marino sull'isola Low (Queensland); poco dopo (1935) i giapponesi fondarono la Stazione di Biologia marina tropicale sull'atollo Palau, non molto lontano dalle Filippine. Analoghe istituzioni sorsero pi di recente, come quella francese di Nouma (Nuova Caledonia, 1956) e quella australiana di Heron Island (1953).

Didascalia.
Balistoides conspicillum (Balistidi). Indopacifico. (Arch. Euraquarium, foto A. Masotti).
Pseudochromis paccagnellai (Pseudocromidi). Indonesia. (Arch. Euraquarium, foto A. Masotti).
Scarus sordidus (Scaridi). Indopacifico.
Fine didascalia.

Ai centri scientifici dell'Australia oggi fa capo, naturalmente, una serie di iniziative per lo studio dei fertili fondali prossimi alle coste di questo continente.
A parte i pesci rinvenibili anche altrove - alcuni dei quali sono stati indicati pi sopra - il Pacifico  sede di numerose specie che attualmente non risultano segnalate al difuori di questo oceano. Alcune di esse sono frequenti e largamente diffuse, come Acanthurus achilles facile a riconoscersi perch il nero del corpo contrasta con il rosso della pinna codale e di una macchia ovale sul peduncolo. Altre specie sono pi rare, come il pomacantide Centropyge flavissima - cos denominato per il colore giallo vivo - o non sono note che in aree pi ristrette, come Lienardella fasciata (Labride rosso con bande verticali blu, comune sulla Grande Barriera), Kentrocapros aculeatus (strano membro di una piccola famiglia affine agli Ostraciontidi; Giappone e Hawai) e Plectranthias japonicus (aranciato o roseo, con macchie nere sul dorso allo stato giovanile: Giappone e Filippine). Quest'ultimo serranide venne descritto per la prima volta nel 1884, ma ne trovai un esemplare in cattivo stato fra i pesci che nel 1866 erano stati ottenuti a Yokohama dai naturalisti italiani imbarcati sulla Magenta durante la sua circumnavigazione del globo... ed erano rimasti ignorati nel museo di Torino fino al 1939! Identificai allora quel pesce come Sayonara satsumae, ma un tal nome (assai nipponico) fu recentemente dimostrato sinonimo di P. japonicus.
Il Giappone non  una regione omogenea in rapporto alla biogeografia. Solo nelle acque meridionali fino a circa 32 nord esistono animali tropicali, cio indopacifici, ma il loro numero  molto ridotto; alle isole Riu Kiu hanno termine i reefs.
Per la loro posizione appena a sud del tropico, anche le isole Hawai stanno al limite della regione Indopacifica e questo fatto, insieme con l'evidente isolamento, spiega le particolarit del loro popolamento marino. Gli interessi pratici da parte degli Stati Uniti, ai quali le isole furono aggregate nel 1898, stimolarono all'inizio del secolo anche l'attivit scientifica. Fra gli studiosi che condussero svariate ricerche zoologiche si segnalarono gli ittiologi D.S. Jordan e B.W. Evermann, autori di monografie dei pesci hawaiani sia littorali sia di profondit. Allo studio della complessiva fauna dell'Oceania collaborano oggi il Laboratorio marino dell'Universit di Honolulu e il Bishop Museum della stessa citt.
A numerose specie indopacifiche a vasta diffusione si affiancano, nelle acque delle Hawai, una trentina di pesci endemici fra i quali Anthias thompsoni, Parupeneus multifasciatus, Thalassoma duperreyi, Chaetodon miliaris, e quasi tutti i Pomacantidi presenti. Per contro, in origine erano assenti alcuni altri pesci - come i percoidi Epinephelus argus e Lutjanus fulvus - che in quanto di pratica utilit furono introdotti.  curioso il fatto che la pi elevata percentuale di endemismi nel Pacifico si verifica presso alcune isole che per la loro posizione periferica potrebbero definirsi subtropicali piuttosto che tropicali: Hawai (29%), Pasqua (27%), Lord Howe (12%). Fu rilevato che i pesci pi abbondanti in ognuna di queste localit sono proprio quelli endemici. Tuttavia si deve tener conto che le separazioni specifiche non sono sempre chiare: in alcuni casi la divergenza potrebbe essere solo a livello sottospecifico. Alcuni pesci del Pacifico, come Acanthurus leucopareius, sono presenti nelle zone pi settentrionali (beninteso, dell'area indopacifica e non dell'intero oceano) e in quelle pi meridionali, mentre mancano alle latitudini intermedie: ci  in sicuro rapporto con le loro esigenze termiche.
Bikini  un atollo che fa parte dell'arcipelago delle Marshall. Misura circa 22 miglia per 13; nella laguna centrale il fondo si trova a circa 50-60 m ed  coperto di sabbia, alghe e coralli sparsi. Sia la laguna sia i circostanti reefs hanno un ricco popolamento animale, cos da confermare quanto sia appropriato il paragone fra gli atolli e le oasi del deserto.
La pace di questo luogo fu sconvolta nel 1946 e 1947 in seguito agli esperimenti atomici, con esplosioni di bombe, ivi compiuti dalla Marina statunitense. In tali occasioni furono effettuati studi faunistici sia per contribuire alla conoscenza degli organismi marini tropicali, sia per verificare gli effetti delle terribili perturbazioni; per il loro interesse pratico, i pesci furono tenuti in particolare considerazione. L.P. Schultz, allora ittiologo del Museo di Storia Naturale di Washington (Smithsonian Institution), partecip alla missione e in seguito fu tra gli autori di un'opera in tre volumi intorno ai pesci delle Marshall. Ritornato a Bikini nel 1947, a un anno dalla prima esplosione atomica, egli vi ritrov una piena normalit: palme ondeggianti al vento, laguna e reefs popolati come prima. Grande era stata, tuttavia, la mortalit degli animali e certamente nascosti, ma di estrema probabilit erano i danni arrecati al mondo vivente.
La relazione di Schultz, pubblicata nel 1948, si conclude cos: Senza dubbio, innumerevoli animali sono periti a Bikini in seguito agli esperimenti con le bombe atomiche ed altri ancora possono perire. Ma questa distruzione di vita in un grande atollo come Bikini si riferisce solo a una percentuale estremamente piccola della totale vita animale. Il quadro generale della vita sui reefs  cambiato poco, al disotto di
questo strato superficiale, e da vaste aree adiacenti e non colpite sono venuti individui a ripopolare ed occupare i reefs.

Didascalia.
Chaetodon semilarvatus (Chetodontidi). Mar Rosso e oceano Indiano occidentale. (Arch. Euraquarium, foto A. Masotti).
Fine didascalia.

La densit di popolazione tutt'intorno alle zone danneggiate  molto grande e presto pone riparo alle perdite. La Natura comincia cos il ciclo di ripopolamento e, se si concede ad essa un tempo sufficiente, i reefs danneggiati saranno purificati dalla contaminazione, l'equilibrio biologico sar raggiunto e la vita si stabilir come nei millenni passati, simile a quella che era prima che l'Uomo scatenasse la pi grande forza distruttiva della sua storia. Dobbiamo augurarci che Acanthurus sohal (Acanturidi).
Mar Rosso. (Foto A. Olschki)
nulla venga a offuscare questa ottimistica visione e che agli esperimenti non facciano seguito catastrofi molto pi gravi.
A oriente della Polinesia e pi precisamente al di l di circa 130 W, ha inizio una delle maggiori barriere che separano fra loro, in senso longitudinale, le regioni biogeografiche marine. Essa  costituita dalla zona oceanica che separa la fauna indopacifica da quella delle coste americane occidentali. Come verr detto pi oltre, solo pochi pesci e invertebrati riuscirono a varcare questo immenso spazio, cos da essere
oggi elementi comuni alla regione Indopacifica e a quella del Pacifico orientale.


Il mar Rosso.

Nonostante certi inevitabili disagi e il caldo (che non  detto si faccia sempre sentire), si ritorna volentieri ai lidi di questo mare: al richiamo dei suoi paesaggi subacquei siamo tanto pi sensibili quanto pi le nostre conoscenze si accrescono. Non commette errore chi afferma che il mar Rosso  un pezzo di oceano Indiano. Questo mare  infatti una sua appendice e della regione Indopacifica costituisce l'estremit nord-occidentale che era percorsa dagli antichissimi navigatori diretti verso la mitica Arabia Felix. La sua quasi contiguit col Mediterraneo e i rapporti che ne conseguono inducono a considerarlo con particolare attenzione.
Molti milioni di anni sono trascorsi da quando i movimenti della crosta terrestre - correlati con una forte attivit tellurica - determinarono un grande solco, in una parte del quale  situato il mar Rosso. A nord di questo il solco prosegue verso il mar Morto e la valle del Giordano, mentre a sud  ancora pi esteso in quanto forma la ben nota fossa orientale africana, che decorre sul continente giungendo assai oltre l'equatore. Nel 1959 e per alcuni anni successivi, numerosi scienziati collaborarono alla Spedizione Internazionale nell'Oceano Indiano, in seguito alla quale fu tra l'altro accertato che il suddetto solco  collegato con quello che corrisponde al golfo di Aden e che nel vicino mare Arabico si congiunge a una grandiosa fenditura diretta da nord a sud lungo tutto il fondo dell'oceano Indiano.
Nei suoi primordi (Eocene e Oligocene) il mar Rosso fu uno stretto golfo dipendente dal Mediterraneo e forse prolungato fino al sito dell'odierna Kosseir (Egitto); pi tardi (Miocene) esso fu praticamente un vasto lago salato o salmastro. Durante il Pliocene si stabil la comunicazione con l'oceano Indiano. In seguito le acque rimasero separate da quelle mediterranee perch nel corso del Quaternario i depositi apportati dal Mediterraneo stesso, dal Nilo e dal mar Rosso contribuirono a formare l'istmo di Suez, posto in un'area gi interessata da fenomeni di sollevamento.
Per effetto di tutte queste vicende il mar Rosso perdette la sua primitiva fauna - che faceva parte di quella della Tetide - e venne ad essere popolato da animali indiani penetrati dopo che fu aperto l'ingresso
verso l'oceano adiacente, cio lo stretto di Bab el Mandeb. Sembra che durante il periodo Glaciale il notevole abbassarsi (200 m) del livello marino abbia causato un nuovo isolamento cio un ritorno alla condizione lacustre; ristabilitesi le condizioni propizie, ebbe luogo una seconda invasione di specie dall'oceano Indiano cio la definitiva costituzione della fauna. Questa pu essere indicata come eritrea con richiamo all'antica e nota denominazione di Mare Eythraeum.
Il mar Rosso si presenta come una ristretta zona interposta in senso NW-SE fra Africa e Arabia, all'incirca fra 30 nord e 1230' sud e fra 3230' e 43 est. La lunghezza  di 2350 km e la larghezza che in media  di 250 Km giunge a un massimo di 350 all'altezza di Massaua. Soltanto nella parte meridionale si trovano arcipelaghi: Dahlak presso la costa africana, Farasan presso quella araba. A nord il mare diventa bicorne in quanto due golfi si insinuano ai due lati della penisola del Sinai. Quello di Suez, a ovest,  pi lungo (300 Km) e non pi profondo di una cinquantina di metri (80 all'ingresso); vi sono ampi fondali di sabbia e fango, spesso coperti di vegetazione (Halophila). Quello di Aqaba o Eilat, a est, misura la met (circa 150 Km) ma la sua profondit massima  di 1800 m in quanto esso  situato sul decorso della grande fossa ricordata pi sopra. Del golfo di Aqaba si aveva gi notizia ai tempi delle prime dinastie faraoniche, ma in seguito cadde in oblo tanto che in carte del XVII secolo il mar Rosso  ancora unicorne cio termina a nord col solo golfo di Suez.
Tenuto conto della sua area limitata, questo mare  assai profondo (massimo: 2600 m circa); nella sua parte centrale esistono avvallamenti diretti da nord a sud. Il fondo  irregolare e qua e l si eleva sino a livelli compatibili con l'insediamento delle madrepore. La salinit  nel complesso alta, soprattutto nella zona settentrionale; in superficie oscilla fra 36,5%c e 41,5%c, ma a Suez furono rilevati valori di 45, osservabili anche pi a sud in ristrette aree profonde. Il dislivello di marea  in generale modesto, tuttavia raggiunge m 2,30 a Suez e un metro alle Dahlak. Per effetto dei monsoni, pu manifestarsi una differenza di livello di 20-35 cm rispetto alla superficie mediterranea. La forte evaporazione provoca una perdita d'acqua non rimediabile con apporti di acque fluviali: essa  compensata dalla corrente che penetra dall'oceano Indiano. In corrispondenza dello stretto di Bab el Mandeb, il fluire delle correnti a diversi livelli cambia secondo le stagioni; la corrente superficiale  diretta dall'oceano al mar Rosso in inverno, in senso contrario in estate.
Poich nel citato stretto il fondo marino si innalza formando una soglia, fino a un centinaio di metri dalla superficie, si ripete quanto ha luogo a Gibilterra ossia la separazione tra le zone profonde e quelle del vicino oceano. Nel mar Rosso gli strati acquei profondi sono ben separati da quelli dell'oceano Indiano e a differenza di questi possono mantenere una temperatura relativamente elevata e costante (21-25). Ne consegue la scarsit di fauna a carattere abissale. Non sappiamo se e come le popolazioni animali risentano di un curioso fenomeno accertato di recente: la presenza, nelle profondit, di avvallamenti (tasche) occupati da acqua calda (oltre 30 C) e soprasalata, sottostante ad acqua molto pi fredda. In superficie la temperatura media  compresa fra 20 (Febbraio) e 27 C (Agosto-Settembre). Il mar Rosso  sempre... temuto per i forti calori; almeno nella sua met settentrionale fino a circa 20, questi sono attenuati in misura sensibile dal vento che soffia quasi ininterrottamente dal nord.
Le coste sono generalmente molto squallide e spesso continuano diritte per molte decine di chilometri con aride distese di petraie e sabbie: anche la visione dei monti non  pi confortevole, essendo essi dirupati e selvaggi, senza vegetazione. Non mancano tuttavia aspetti pittoreschi quando la costa sia alta e si addentri in baie come quella di Abu Galum, 110 Km a sud di Eilat. Cos pure, l'uniformit  interrotta qua e l da mangrovieti che rappresentano per la regione indopacifica un estremo avamposto. Avicennia marina, una verbenacea,  la mangrovia presente lungo le coste del Sinai e altrove.
Dal mondo sottomarino deriva al mar Rosso tutto il suo fascino. Da oltre due secoli esso ha attirato ricercatori singoli e spedizioni organizzate. La prima di queste part dalla Danimarca nel 1761; ne faceva parte Petrus Forsskal, allievo di Linneo, che purtroppo non ritorn dal viaggio. Nella sua opera postuma intitolata Descriptiones Animalium... quae in itinere orientali observavit (1775) sono descritte 146 specie di pesci, osservati a Jeddah ed in altre localit; alcuni esemplari si conservano tuttora disseccati, nel museo di Copenhagen. Qualche tempo dopo, la campagna di Napoleone in Egitto ebbe notevoli risultati scientifici, come dimostrano - per quanto concerne i pesci - le descrizioni pubblicate (1817-1829) da Isidoro Geoffroy S. Hilaire. Di capitale importanza fu l'attivit dei tedeschi E. Ruppell (*) e B. Klunzinger: attente esplorazioni faunistiche consentirono all'uno e all'altro di illustrare molte nuove specie ittiche in opere rimaste classiche. Sia verso la fine dello scorso secolo, sia durante quello presente, diverse navi di varie nazionalit compirono crociere a scopo idrografico e biologico, fornendo preziosi materiali ai musei d'Europa: sono fra esse le italiane Scilla (1891-96) e Ammiraglio Magnaghi (1923-24), le austriache Pola (1895-96) e Xarifa (1957-58), l'inglese Manihine (1950-51) e la francese Calypso (1951-52). La Spedizione Israeliana nel mar Rosso meridionale (1962) si inserisce nel grande quadro delle attivit scientifiche degli israeliani, che in parte ebbero a capo Hans Steinitz: diversi studiosi continuano oggi le iniziative promosse da questo zoologo, al quale  intitolata la Stazione di Biologia Marina di Eilat. Fin dal 1931 un analogo centro di ricerche era stato istituito sulla costa egiziana (Ghardaqa) e un altro esiste ora ad Aqaba (Giordania) dove lavorano biologi francesi. La conoscenza dei pesci eritrei viene attualmente ampliata grazie agli studi di J. Randall, W. Klausewitz, E. Clark, A. Ben Tuvia e altri. Anche in questo caso l'interesse pratico dell'ittiologia lascia presumere un intensificarsi di attivit in regioni che si trovano in via di sviluppo culturale, come l'Arabia Saudita.
Il complessivo carattere della fauna del mar Rosso  nettamente indopacifico sebbene - come sar detto fra breve - non manchino rapporti con il Mediterraneo. Mentre offrono minori attrattive le popolazioni animali stabilite sulle sabbie o nelle praterie di Halophila e di Thalassia, a ben altro discorso si prestano le formazioni coralline, consistenti in barriere costiere accompagnate talvolta da microatolli. In molti luoghi si trovano barriere fossili, anche assai discoste dall'odierna riva marina; vi si possono raccogliere campioni assai ben conservati di madrepore, echinodermi, conchiglie.
Tra le numerose specie (circa 100) di coralli costruttori presenti in mar Rosso sono da ricordare Acropora pharaonis e alcune congeneri, Pocillopora hemprichi, Stylophora pistillata, Favia favus, Platygyra lamellina e diverse Fungia. Tra gli Alcionarii abbondano le Xenia e Dendronephthya (i cosidetti coralli molli), ma non mancano le Gorgonie, come le rosse Acabaria e le Junceella simili a lunghi steli privi di ramificazioni. Le Millepore formano vistose masse, soprattutto di M. dichotoma. Oltre a un grande numero di altri invertebrati, chi perlustra la barriera durante il giorno pu raccogliere variopinte creature come i Nudibranchi, uno dei quali (Hexabranchus sanguineus)  notevole per l'insolita statura e il colore rosso vivo, o come una specie di planaria marina che mi accadde di osservare presso Jeddah e mi parve identica a quella (Pseudoceros corallophilus) che trovai figurata a colori tra gli animali della Grande Barriera australiana. Diverso  il mondo animale incontrato da chi si immerge di notte: a parte alcuni pesci - come gli Pterois - che durante il giorno sono invisibili o quasi, compaiono i delicati Crinoidi e un grosso, magnifico ofiuroide (Astroboa nuda) dalle braccia finemente ramificate. Di notte  molto pi facile scorgere l'echinoide Asthenosoma varium, che fuoriesce dai suoi nascondigli ed  caratteristico per il guscio non rigido e per il colore rosso con aculei bianchi; a meno che interessi scientifici ne esigano la cattura,  meglio lasciarlo dov' per non provare i brucianti effetti del suo contatto.
Si possono valutare a circa 800 le specie di pesci note in mar Rosso, ma il loro elenco si allunga rapidamente in seguito alle continue, nuove acquisizioni. Nonostante la sua complessiva fisonomia indiana, questa ittiofauna annovera un non piccolo numero di forme endemiche (specie o sottospecie); trent'anni or sono ammontavano al 15%, ma oggi molto probabilmente la percentuale  pi elevata. Questo mare costituisce senza dubbio un centro evolutivo, cio una regione in cui nuove forme animali si sono originate differenziandosi da quelle indiane progenitrici. Sottospecie eritree esistono fra i Chetodontidi, i Labridi, i Tetraodontidi e altre famiglie ancora; maggiore o minore  il divario che si riscontra fra esse e quelle corrispondenti che vivono nel vicino oceano. In altri casi il processo di differenziazione  stato pi spinto, portando alla comparsa di specie endemiche (Heniochus intermedius, Scarus ferrugineus, Bathygobius fishelsoni, Oxymonacanthus halli, ecc.) o addirittura generi, come i Gobidi Eilatia e Lotilia.
Gli squali primeggiano spesso nei discorsi e negli scritti relativi ai pesci eritrei, fra i quali essi sono rappresentati assai bene. 

Didascalia.
Comuni squali eritrei: A, Triaenodon obesus. B, Carcharhinus melanopterus.
Fine didascalia.

Alla grande famiglia dei Carcarinidi appartengono le tre specie indopacifiche pi comuni presso i reefs: Carcharhinus melanopterus (pinne nere), C. amblyrhynchus e Triaenodon obesus. Quest'ultimo, il cui areale si estende fino al Pacifico orientale,  molto frequente; misura poco pi di due metri e nei riguardi dell'Uomo  del tutto inoffensivo. Per avere alcune pinne con apice bianco, viene talvolta confuso con altri squali dotati della stessa caratteristica, come Carcharhinus albimarginatus, facile a distinguersi perch la seconda pinna dorsale  molto pi piccola.
Fra gli altri squali eritrei sono da segnalare Isurus oxyrhynchus (Mako), Galeocerdo cuvieri (Squalo tigre), Sphyrna mokarran (Pesce martello), Nebrius concolor, affine allo Squalo nutrice dell'Atlantico. Vistosi pesci a scheletro cartilagineo sono pure i pesci sega - in particolare Pristis pectinatus, diffuso in tutti gli oceani - i pesci chitarra o halavi (fra cui Rhinobatos halavi), le Torpedini (Torpedo panthera), diversi Dasiatidi - come Taeniura lymma, riconoscibile per le macchie blu - e la spettacolare Manta.
I componenti della ricchissima serie dei pesci ossei sono variamente insediati a seconda delle loro preferenze ecologiche. Presso la superficie del mare vagano in fitte schiere Sardinella sirm e altri clupeidi, acciughe (Thrissina baelama), aterine (Allanetta atra, Pranesus pinguis), emiranfidi (Hemirhamphus far, Hyporhamphus dussumieri, ecc.); poco pi in basso nuotano in gran numero altri pesci gregarii come gli argentei Carangidi e gli azzurri Caesio.
In prossimit delle rive, l dove si estendono banchi di roccia ricchi di ospitali cavit, oppure in altri favorevoli biotopi, guizzano Gobidi - fra i quali sono assai comuni Bathygobius fuscus e Acentrogobius ornatus - e Blennidi. Uno di questi ultimi  Alticus kirki, caratteristico per la cresta cutanea che sporge sul capo ed  pi elevata nei maschi. Nelle praterie sottomarine (Halophila, Thalassia, alghe) si aggirano pesci erbivori come i sigan ossia le cinque o sei specie di Siganus; non mancano i saraghi (Diplodus noct sostituisce il mediterraneo D. annularis a cui  molto simile). Si possono osservare anche stuoli di Plotosus lineatus e alcune singolari creature come Solenostomus cyanopterus e il bel monacantide Aiuter scripta. Sulle distese sabbiose, con vegetazione pi rada, si scorgono branchetti di muggini, giovani e adulti, e svariati altri pesci; sul fondo ricercano il cibo i Mullidi come Parupeneus barberinus e Mulloidichthys flavolineatus - il primo con una striscia laterale nera, seguita da un punto alla base della pinna codale, il secondo pi piccolo e adorno di una vistosa fascia laterale gialla - e i pesci piatti come Bothus pantheri- nus e Pardachirus marmoratus, che si seppelliscono sparendo prontamente alla vista.
 per in ambiente corallino che l'ittiofauna eritrea dispiega il massimo rigoglio: di fronte ad essa avvertiamo pi che mai di trovarci in un mondo ben diverso da quello mediterraneo a noi famigliare. Sembrano talora annunziarlo i grossi, variopinti sohal (Acanthurus sohal) che guizzano rapidi presso il margine superiore della barriera, ove sul fondo si ergono i primi blocchi di madrepore; alla base di queste si nascondono i pesci pietra ossia le temibili sinanceie la cui velenosit esorta alla prudenza nel proseguire il cammino. Pi avanti, svariati altri pesci cominciano ad accompagnare la nostra nuotata e non  raro che dimostrino una certa simpatica famigliarit. Poco lontano da Jeddah ero regolarmente avvicinato da gruppi di pomacentridi (Stegastes nigricans) ai quali dovevo apparire interessante ma importuno. Un ostinato seccatore ero anche per altri membri della medesima famiglia come i Dascyllus trimaculatus e soprattutto Amphiprion bicinctus. Questi ultimi sono sempre associati, in coppie, alle grosse attinie (se ne parler in un prossimo capitolo) e apparivano visibilmente conturbati per il mio approssimarsi, non tranquillizzandosi che con l'allontanamento dell'intruso. Intorno ai maggiori cespi di acropore si agitano innumerevoli pesciolini multicolori che presentano indimenticabili quadri: sono Anthias squamipinnis di un
bel rosso vivo, Chromis dimidiatus - detti cos perch il loro corpo  mezzo nero e mezzo bianco - giovani Chromis caeruleus verdi (la tinta azzurra compare con l'et), Dascyllus aruanus a bande nere e bianche... Dagli anfratti tra i coralli sporgono il capo le murene - come Echidna grisea e i grossi Gymnothorax - mentre le Fistularia simili a lunghi bastoni si librano quasi immobili (due sono le specie eritree: F. petimba e F. villosa).
I pesci farfalla abbondano. Al genere Chaetodon appartengono diverse specie assai comuni come Ch. auriga (con due gruppi di linee nere sui fianchi, dirette obliquamente in senso opposto e con un breve filamento sul margine della pinna dorsale), Ch. fasciatus (giallo con linee nere oblique), Ch. austriacus (pure giallo ma con linee orizzontali e pinna anale nera), Ch. larvatus (grigio-azzurro con una serie di linee bianche piegate ad angolo), ecc. Due sono invece gli Heniochus: H. acuminatus e H. intermedius, non facili da distinguere in acqua, caratterizzati dalle ampie fascie nere su fondo bianco e dal lungo filamento dorsale. Anche due Pomacantidi possono venire confusi: Pomacanthodes maculosus e Anisetta asfur, entrambi dotati di una larga banda verticale gialla nel mezzo del corpo. Il pi notevole membro di questa famiglia  per Pomacanthodes imperator, adorno di molte strisce blu e gialle, oblique e alternate.
La pi che sommaria rivista dei pesci che fra le madrepore si aggirano e si nascondono  tutt'altro che esaurita. I Labridi sono numerosi ma mi limito a ricordare Gomphosus caeruleus (ben riconoscibile per il lungo muso), Thalassoma lunare (verde con linee rosse sul capo), Cheilinus fasciatus (con fasce verticali brune sui fianchi), Labroides dimidiatus (pesce pulitore, azzurro e nero). Alla famiglia sistematicamente vicina degli Scaridi o pesci pappagallo appartengono diverse specie di Scarus (presso Jeddah osservai la frequenza di S. sordidus e pi ancora di S. niger) e l'imponente Bolbometopon muricatus ( imponente anche il nome generico, istituito da J.L.B. Smith). Sono comuni i gruppi di pesci chirurgo dei generi Acanthurus (A. xanthopterus e altri) e Zebrasoma (fra cui Z. xanthurum di colore blu con la pinna codale che contrasta per il suo giallo vivo). Procedendo lentamente, vagano in gruppi i grandi Platax dal corpo alto e compresso, quasi discoidale. A nessun osservatore sfuggono le varie specie di Tetraodontidi o pesci palla (Arothron hispidas, A. diadematus, A. stellatus, ecc.) n i curiosi Ostraciontidi o pesci cofano, fra i quali Ostracion tuberculatus  il pi comune. Meno facile  incontrare il pesce istrice (Diodon hystrix), specie circumtropicale.
Le strie gialle su fondo bruno fanno riconoscere Balistapus undulatus, rappresentante dei Balistidi. In mar Rosso questa famiglia annovera parecchie altre specie variamente distribuite a seconda delle esigenze ecologiche (Pseudobalistes flavimarginatus, Rhinecanthus assasi, ecc.).
Un'attenta osservazione fa scoprire schiere - a volte molto numerose
- di pesci nascosti negli anfratti o sotto le sporgenze di corallo o di roccia, cio in situazioni oscure: si tratta di specie fotofobe ad attivit crepuscolare e notturna. Di un simile gruppo etologicamente differenziato fanno parte non solo gli Pterois dalle lunghe spine velenifere, ma diversi altri pesci che in relazione ai loro costumi sono dotati di occhi assai grandi: alcuni rosseggianti Olocentridi - come Adioryx spinifer e Myripristis murdjan - i Pempheris (riconoscibili per la pinna dorsale corta e l'anale molto lunga) e Apogon. L'ultimo genere nominato figura nelle acque italiane col solo A. imberbis, mentre nel mar Rosso si contano oltre 20 specie, fra le quali sono frequenti A. aureus, dotato di fascia nera sul peduncolo codale, e A. nigripinnis con un ocello laterale nero. Affini agli Apogon ma pi grandi sono i Cheilodipterus;  comune Ch. lineatus, che presenta linee nere orizzontali lungo i fianchi.
Una decina d'anni or sono fu scoperto a Eilat uno strano pesce luminoso, i cui branchi apparivano di notte presso la superficie determinando aree di luce verdastra. Esso fu studiato da due ittiologi giapponesi, Abe e Hanseda, che nel 1973 vi riconobbero una nuova sottospecie (steinitzi) dell'anomalopide indopacifico Photoblepharon palpebratiis.
Qualunque sia il mare alle cui sponde ci rechiamo e del quale desideriamo conoscere la fauna ittica,  sempre necessario visitare i locali mercati. Piccolo, ma pittoresco (il colore locale  lento a scomparire) e ben fornito mi parve quello di Jeddah (purtroppo non fotografabile!). Vi trovai prevalenti gli Sgombridi e i Percoidi. Fra i primi abbondava soprattutto una specie di sgombro (Rastrelliger kanagurta) accompagnato da grossi Scomberomorus commersoni, Grammatorcynus bicarinatus, Gymnosarda nuda. Fra i secondi erano molti vistosi serranidi (Epinephelus tauvina, bruno con fasce e macchie pi scure, e Plectopomus maculatus, rosso con macchie e lineette blu), due sparidi (Argyrops spinifer, dotato di alcuni raggi dorsali lunghi e quasi filamentosi, e Monotaxis grandoculis, assai degno del suo nome specifico). Fra gli altri percoidi da me veduti erano Lutjanus bohar, Plectorhynchus gaterinus, Lethrinus miniatus, Caranx fulvoguttatus, Rachycentron canadum. Si pescano pure grosse Seriole che mi parvero molto simili alla nostra ricciola (Seriola dumerili) e forse identiche.
La Seriola offre lo spunto per considerare i rapporti tra la fauna eritrea e quella mediterranea, che nonostante la loro profonda differenza hanno in comune una serie di specie. Alcune di queste (Corifene, remore, ecc.) sono circumtropicali ed esistono da tempo remoto in entrambi i mari, mentre altre - a distribuzione geografica pi limitata - passarono dal mar Rosso al Mediterraneo o viceversa perch l'opera umana ne offr la possibilit. Occorre naturalmente prescindere da certe vecchie, errate citazioni da parte di autori che credettero di riconoscere pesci mediterranei fra quelli del mar Rosso. Il problema degli scambi faunistici intervenuti in seguito al taglio dell'istmo di Suez presenta un vivo interesse per i biogeografi e non manca di aspetti pratici, come pi oltre verr accennato.
L'intervento umano nel detto istmo risale a epoca molto antica. I Faraoni costruirono infatti un canale che collegava il Nilo con l'estremo settentrionale del mar Rosso, che al tempo di Ramesse II corrispondeva agli attuali laghi Amari in quanto il golfo di Suez si addentrava maggiormente verso nord. Un canale dal Cairo a Suez fu mantenuto in efficienza dai Tolomei e poi dai dominatori romani ma venne distrutto dagli invasori arabi probabilmente aiutati da naturali interramenti. Dopo un'interruzione durata molti secoli, fu finalmente ristabilito il passaggio dall'uno all'altro mare e di un tale evento non pu sfuggire l'importanza biologica. L'attuale canale fra Suez e Porto Said fu aperto nel 1869 e misura 161 Km; attraversa i laghi Amari (piccolo e grande) e poi il lago Timash, che in un lontano tempo riceveva il pi orientale ramo del delta del Nilo. Da oltre un secolo sono dunque in contatto due mari molto diversi, l'uno di tipo temperato e l'altro tropicale, e due non meno diverse faune, una di tipo atlantico e l'altra di tipo indopacifico.
Com'era prevedibile, non tard il passaggio di organismi cio un'immigrazione in nuove sedi; F.D.Por, zoologo dell'Universit di Gerusalemme, la denomin lessepsiana (1968) in onore dell'ingegnere francese F.M.Lesseps (1805-1894) promotore del taglio dell'istmo. Lo spostamento da sud a nord, ossia dal mar Rosso al Mediterraneo, fu di gran lunga prevalente per due principali motivi: 1) la corrente nel canale  diretta da sud a nord per ben dieci mesi dell'anno (da Ottobre a Luglio) e solo negli altri due si inverte; 2) la fauna eritrea  molto pi ricca e non sarebbe facile ai nuovi arrivati trovare nicchie ecologiche libere.
Si ritiene (la riserva sar motivata pi oltre) che nel Mediterraneo orientale siano immigranti lessepsiane circa 150 specie di organismi (animali di svariati gruppi, piante), la presenza dei quali vi ha accentuato il carattere subtropicale. Alcune specie sono state finora rinvenute solo presso le coste dell'Egitto e di Israele, ma altre si sono maggiormente diffuse ed hanno formato consistenti popolazioni. I pesci ammontano a una trentina e alcuni appartengono a famiglie (Olocentridi, Siganidi, ecc.) che erano dapprima sconosciute nel Mediterraneo. Ecco una parziale rassegna:
Saurida undosquamis, Adioryx ruber, Sphyraena chrysotaenia, Pranesus pinguis, Alepes djeddaba, Leiognathus klunzingeri (giunto fino a Lampedusa), Upeneus moluccensis (a lungo confuso con Mulloidichthys auriflamma = flavolineatus), Upeneus asymmetricus (a lungo confuso con U. tragulo), Siganus rivulatus (giunto fino alla Tunisia), Cynoglossus sinusarabici, Stephanolepis diaspros (giunto sino al golfo di Taranto e Tunisia), Lagocephalus spadiceus. Alcune altre specie eritree furono segnalate in questi ultimi anni presso la costa settentrionale del Sinai. Nessun rappresentante dei Chetodontidi, Acanturidi, Ostraciontidi e altri
importanti gruppi tropicali  stato finora avvertito.
In seguito alla penetrazione di nuovi pesci nel Mediterraneo sono naturalmente insorte competizioni con le forme indigene, non senza interessare la pesca: presso le coste che vanno dall'Egitto all'Anatolia gli Upeneus hanno alquanto soppiantato i Mullus e la similitudine delle esigenze eco-etologiche ha fatto s che i Sigani si siano qua e l sostituiti alle Salpe. Tenuto conto che l'immigrazione  andata e va aumentando, sono da prevedersi altri casi analoghi.
Il passaggio attraverso il canale  oggi facilitato da due cause. Anzitutto, col dissolvimento dei potenti banchi salini sul fondo, la salinit dei laghi Amari  scesa dal primitivo 75%c a valori normali, cos da non opporre pi un ostacolo. In secondo luogo, dopo la costruzione della nuova diga di Assuan  venuta meno, di fronte al delta, la stagionale diluizione delle acque dovuta alle piene del Nilo; perci nelle zone vicine la salinit permane elevata (cio favorevole ai pesci in arrivo dal canale), ma nello stesso tempo il mancato apporto di sostanze nutritive da parte del gran fiume ha fatto diminuire la produttivit. Come in non pochi altri casi, i cambiamenti ambientali apportati dall'Uomo hanno avuto anche conseguenze negative. Comunque, nel Mediterraneo orientale sono ora oggetto di pesca commerciale una decina di specie ittiche eritree.
Per tornare a questioni pi strettamente scientifiche,  importante un'osservazione. Per molti animali e vegetali  indubbio il recente arrivo del mar Rosso attraverso il canale di Suez, ma non sappiamo se ci costituisca un fatto generale, verificatosi per tutti gli organismi ritrovati. Il bacino mediterraneo orientale rimase per lungo tempo molto meno conosciuto di quello occidentale dal punto di vista biologico.  quindi possibile che alcune specie non siano effettivamente penetrate ai nostri tempi, ma siano antiche abitatrici del Mediterraneo cio siano residui di un alobio paleomediterraneo, confinati alle acque pi salate e pi calde.
Sebbene molto meno rilevante, ha anche avuto luogo uno spostamento in senso inverso che ha condotto verso il mar Rosso alcuni organismi mediterranei. Diversi pesci, soprattutto eurialini, penetrarono per un variabile tratto nel canale: muggini, branzini, orate, ombrine, acciughe, sogliole. Epinephelus aeneus, Caranx crysos e Blennius pavo si trovano almeno fino al lago Timash. Nel golfo di Suez furono segnalati Dicentrarchus punctatus e Gobius cobitis, in quello di Aqaba Gobius paganellus. Anche una specie mediterranea di muggine (Liza aurata)  presente nella zona pi settentrionale del mar Rosso. Non resta che concludere che - almeno per quanto riguarda i pesci - il movimento da nord a sud  stato molto limitato, sia per il numero delle specie, sia per la loro diffusione nell'opposto mare.
Le ricerche compiute nel canale di Suez e nelle zone vicine - ricerche per le quali la spedizione inglese partita da Cambridge (1924) segn un momento importante - hanno posto in evidenza la molteplicit e variet di problemi che riguardano diversi rami dell'attivit scientifica. Quarant'anni or sono, quando esploravo le sponde del canale e dei suoi laghi, compresi quanto abbia ragione chi vi ravvisa un grande laboratorio di biologia sperimentale.

(*) Eduard Ruppell (1794-1884) di Francoforte sul Meno  figura di preminente importanza nei riguardi dell'esplorazione naturalistica dell'Africa nord-orientale e del mar Rosso. Viaggi a lungo dall'Egitto all'Abissinia e lasci fondamentali opere come Atlas zu der Reise im Nordlichen Afrika. I. Zool., Frankfurt, 1826 e Neue Wirbeltiere zu der Fauna von Abyssinien gehrig. Frankfurt, 1835-40 (12 parti). Oltre alle descrizioni e figure di numerose nuove specie, gli scritti di Ruppell contengono carte e disegni che attestano la molteplicit dei suoi interessi. Egli fu membro di una serie di istituzioni scientifiche anche italiane (Accademie di Torino, Livorno, Palermo; Istituto Lombardo di Scienze e Lettere; Societ Geografica Italiana). Cinque generi di animali e ben 72 specie furono intitolate al suo nome. Vita e opere sono trattate in dettaglio nel seguente volume: R. Mertens. Eduard Ruppell. Ed. Kramer, Frankfurt am Main, 1949. L'autore (erpetologo) diresse per parecchi anni il museo di Storia Naturale di Francoforte, ove sono conservati molti animali raccolti da Ruppell.


Panama e zone oceaniche vicine.

La meno estesa fra le regioni che stiamo passando in rassegna  quella che, dalla sua parte centrale, ebbe la denominazione di Panamense; questa pu sembrare troppo restrittiva e d'altra parte quella di Pacifica orientale pecca in eccesso, a meno che non si specifichi il suo carattere tropicale. Comunque, l'importante  fissare i limiti di quest'unit biogeografica. A tutta prima, non ci si attenderebbe un cos rilevante divario nella fauna calda del massimo oceano, ma basta riflettere su quanto  grande la distanza che separa gli ultimi arcipelaghi dell'Oceania dalle coste americane, che distano ben 5000 Km dalle Hawai. In questo vasto spazio sta la pi larga interruzione nel complesso della fauna insediata lungo le coste tropicali tutt'intorno al globo.

Didascalia.
Fra questi pesci delle Galapagos spiccano tre Prionurus laticlavius. (Foto P. Arata).
Fine didascalia.

L'andamento delle isoterme e delle correnti marine spiega la ristrettezza dell'ambiente tropicale nell'estrema parte orientale del Pacifico: fra
30 nord e appena 3-4 sud, ossia all'incirca tra il confine nord del Messico e quello sud dell'Ecuador (baia di Guayaquil). Oltre alla profonda rientranza in corrispondenza della California meridionale, la costa si incurva nel golfo di Tehuantepec e pi ancora in quello di Panama, ove si trovano le isole delle Perle. A notevoli distanze nell'oceano sono sparse le isole Cocos, Revilla Gigedo, Clipperton e, ben pi importante, l'arcipelago delle Galapagos situato sull'equatore a 1040 Km dall'Ecuador.
Nel determinare la predetta costrizione hanno grande influenza due correnti fredde: a nord quella di California, a sud quella di Humboldt, entrambe dirette verso le pi basse latitudini. Nell'insieme, le condizioni di temperatura manifestano in questa regione un'accentuata variabilit. E da notare che lungo tutto il restante littorale nordamericano occidentale si osservano aspetti boreali, sia ambientali sia faunistici.
Per la sua fisonoma complessiva, la fauna del Pacifico orientale presenta affinit con quella, molto pi ricca, che si incontra presso l'opposto lato del continente americano. Rilevante  invece il distacco da quella del Pacifico centro-occidentale, cio dalla regione Indopacifica, sebbene non manchino elementi comuni con essa: ne abbiamo esempi sia fra i pesci, come si dir fra poco, sia fra gli invertebrati (basti citare l'asteroide Acanthaster planci).
La rassomiglianza con il mondo animale atlantico  spiegata dall'antica continuit dei due mari. Solo nel tardo Pliocene, circa tre milioni di anni or sono, essa ebbe termine in seguito all'emersione dello stretto di Panama che cre una netta barriera. Anche in questo caso intervenne l'opera umana a ristabilire una comunicazione, ma - a differenza di quanto si verific nell'istmo di Suez - con scarse conseguenze biologiche.
Il canale di Panama, previsto fin dal XVI secolo ma aperto solo nel 1914, non si prest che al passaggio di pochi organismi eurialini. Diversamente accadrebbe con la progettata realizzazione di un nuovo canale a livello, ossia non conformato a chiuse. Gravi effetti negativi per la fauna furono prospettati da uno zoologo americano, J.C. Briggs (1969): molte specie del Pacifico scomparirebbero, sopraffatte dalla competizione degli invasori atlantici, i quali a loro volta - anche nel mare d'origine - risentirebbero seriamente per l'arrivo di specie indopacifiche. I danni sarebbero aggravati dall'eventuale impiego di attrezzature nucleari per costruire il canale. Lasciamo da parte ogni fosco presagio (probabilmente non ingiustificato) e torniamo alla situazione di oggi.
Le formazioni coralline - alle quali va subito il pensiero quando si tratta di ambienti tropicali - sono scarse; le principali si trovano nel golfo di Panama. Mentre il genere Acropora  stranamente assente, le Pocillopora prosperano. L'unico rappresentante dei Fungidi (Cycloseris elegans)  endemico. Alle Galapagos esistono alcune specie di madrepore, ma non veri e proprii reefs.
Sono state distinte tre province faunistiche: due continentali (Messicana e Panamense, delimitate dal golfo di Tehuantepec) e una insulare (Galapagos). Contrariamente a ci che un tempo si ritenne, sono poche le specie ittiche littorali presenti sia nel Pacifico orientale sia nel vicino
Atlantico; una di esse  lo Squalo nutrice (Ginglymostoma cirratum). In alcuni casi la specie  la medesima, ma due differenti sottospecie si rimpiazzano nell'uno e nell'altro mare. Il Carangide Vomer setapinnis, ad esempio,  rappresentato nel Pacifico da V. setapinnis declivifrons. In seguito a una pi spinta differenziazione, cio a un maggior effetto dell'isolamento geografico, si hanno coppie di specie assai simili ossia vicarianti; si riscontrano quindi dimostrativi parallelismi nell'ambito di diversi generi di percoidi americani fra i quali:
In Atlantico: Selene vomer, Chloroscombrus chrysurus, Anisotremus virginicus, Chaetodipterus faber.
Nel Pacifico: Selene brevoorti, Chloroscombrus orqueta, Anisotremus taeniatus, Chaetodipterus zonatus.
Anche i Centropomus (Centropomidi) e gli Oligoplites (Carangidi) sono generi esclusivamente americani, che nei due mari compaiono con specie molto simili, ma distinte. Oltre ai precedenti si possono indicare parecchi altri pesci caratteristici della regione. Tra i pesci cartilaginei: Mustelus lunulatus, Rhizoprionodon longurio, varie specie del genere Urotrygon. Tra i pesci ossei: Gymnothorax dovii, Paranthias furcifer, Epinephelus analogus, E. labriformis, Chaetodon humeralis, Pomacanthodes zonipectus, Acanthurus crestonis, Sphoeroides annulatus. Il percoide Cirrhitus rivulatus  degno di nota per essere il pi grosso cirritide: la sua lunghezza pu superare 50 cm. Assai interessante  l'ittiofauna delle Galapagos, costituita da specie (le littorali sono 200 circa) molto pi affini a quelle presenti lungo le coste dell'America centrale e del Messico che a quelle pi prossime, cio viventi nelle acque della Colombia e dell'Ecuador.
La grande distanza non ha impedito ad alcuni pesci indopacifici di diffondersi verso oriente, fino a raggiungere le coste americane o almeno le prospicienti isole. Si ritiene abbia agito da vettore la controcorrente equatoriale, diretta a est; gli spostamenti sono stati soprattutto compiuti da individui allo stato larvale o giovanile. Comunque sia, nel Pacifico orientale ricompaiono diversi pesci corallini ben conosciuti nella regione Indopacifica. Fra essi, hanno una maggior diffusione lo squalo Triaenodon obesus, nonch Chanos chanos, Fistularia petimba, Scarus ghobban, Acanthurus xanthopterus, Arothron hispidus. Limitati alle isole o a ristrette zone del continente sono invece: Gymnothorax flavimarginatus, Enchelynassa canina, Echidna nebulosa, Aulostomus chinensis, Myripristis murdjan, Acanthurus triostegus e alcuni altri pesci. Talvolta le specie non furono correttamente indentificate e ulteriori studi fecero riconoscere - anche in questo caso - coppie di specie vicarianti, una indopacifica
(come Myrichthys maculosus e Lutjanus kasmira) e una est-pacifica (rispettivamente M. tigrinus e L. viridis, ambedue presenti alle Galapagos).
L'insediamento dei pesci indopacifici  ostacolato dalla competizione con quelli locali, dalla forte riduzione dell'ambiente corallino e da altri sfavorevoli fattori ambientali come la variabilit della temperatura. Pertanto, non risulta che specie indigene siano state finora soppiantate da altre indopacifiche.
Sebbene non presenti una grande ricchezza, anche l'ittiofauna del Pacifico orientale riesce di notevole interesse. Lo hanno dimostrato molto bene le attivit svolte da diversi istituti degli Stati Uniti occidentali come la Scripps Institution of Oceanography (La Jolla, California) e l'Accademia Californiana delle Scienze (San Francisco). Feconde di risultati sono state le recenti spedizioni alle Galapagos e lungo le coste continentali.


Atlantico tropicale occidentale.

Intermedia come estensione fra la regione Indopacifica e quella Est- Pacifica, la vasta area dell'Atlantico occupata da acque calde si presta dal punto di vista biogeografico a valutazioni diverse. Si  voluto aggregarla al Pacifico orientale oppure, separandola da questo, scinderla in due regioni: occidentale e orientale. Vi sono motivi per sostenere l'una o l'altra opinione, ma altrettanto valido mi sembra il ritenere semplicemente una regione Atlantica, che comprende tutte le zone tropicali di questo oceano e lascia fuori il Pacifico.
Il suo limite settentrionale va dalla Florida settentrionale al Senegal (Capo Verde), quello meridionale va dal Brasile (Rio de Janeiro) all'Angola. La temperatura media annua in superficie  quasi ovunque superiore a 25 C. A nord e a sud si passa a due vaste zone subtropicali, in una delle quali  incluso - almeno in parte - il Mediterraneo. Notevole  la differenza fra l'Atlantico occidentale o americano e quello orientale o africano. E stato detto che solo il primo  veramente un mare tropicale; presso le sue coste la citata temperatura esiste da 35 nord a 15 sud (cio fra 45 gradi di latitudine), mentre presso le coste africane la si rileva soltanto fra 15 nord e 5 sud (20 gradi di latitudine).
A occidente sono state distinte tre province dalle quali si pu prescindere in una trattazione elementare come la presente. La provincia Caraibica comprende la Florida, la parte meridionale del golfo del Messico e le coste americane dal tropico (all'incirca) al Venezuela incluso. Alla provincia delle Indie occidentali spettano le isole Antille, Bahamas e Bermude. Quella brasiliana, infine, si estende dalla Guiana al tropico del Capricorno.
Nella parte settentrionale del golfo del Messico, la fauna presenta un carattere subtropicale; le temperature invernali sono assai basse. Vi si osservano anche specie di acque temperate come l'Ostrica della Virginia (Crassostrea virginica). La continuit di distribuzione di questo mollusco e di altri animali lungo le coste americane viene interrotta dalla sporgenza della Florida (600 Km); questa penisola rimase in gran parte sommersa fino al primo intervallo interglaciale e perci l'attuale costa della Carolina e Georgia fu allora continua con quella del predetto golfo. Tropicale  invece la fauna marina delle Bermude, sebbene queste isole
- situate a 1100 Km dal Nord America - si trovino a ben 33 nord. Il locale popolamento delle loro acque ebbe origine da quello delle Bahamas e delle vicine coste americane e pervenne col favore della corrente del Golfo.
Sulle condizioni termiche dei mari della Florida e delle Indie occidentali influisce il gruppo di correnti calde che si diramano dalle due grandi correnti equatoriali, nord e sud, che attraversano l'oceano dirette verso ovest. Variabili sono i valori della salinit, che  del 35%c alle Bahamas, ma altrove si abbassa fortemente, come nel lago costiero di Maracaibo (Venezuela) ove ha sede un'interessante miscela di pesci marini e di altri che sono proprii di acque salmastre o addirittura dolci.
Le formazioni coralline consistono essenzialmente in barriere costiere e, come i mangrovieti, si estendono dalla Florida a Rio de Janeiro, localit dove praticamente finisce l'ambiente tropicale. Nelle Keys (Florida) la riva del mare risulta molto spesso di masse calcaree di evidente origine madreporica; esse sono anche il substrato delle Bahamas. Attualmente i reefs atlantici sono meno di 1/20 di quelli indopacifici e in buona parte hanno un'origine postglaciale. Un lontano avamposto di essi si trova alle Bermude; il massimo rigoglio viene assunto nel mar Caraibico, dove una barriera di 240 Km accompagna la costa orientale del Yucatan. Una lunga interruzione si verifica presso l'America del sud, tra le foci dell'Orinoco e quelle del Rio delle Amazzoni: condizioni nettamente avverse sono ivi create dalla diminuzione della salinit e dall'abbondanza di sedimenti. Nella stessa zona vengono quindi a mancare anche i pesci e gli altri organismi legati all'ambiente corallino.
Chiunque visiti i fondali corallini della Florida e dei non lontani arcipelaghi apprezza la suggestiva bellezza dei sea gardens cio dei siti pi attraenti e pertanto ben meritevoli di una tale qualifica. Sono presenti una cinquantina di specie di madreporarii. Alcuni generi (Acropora, Porites, Favia) sono comuni con i mari indopacifici, ma non mostrano altrettanta ricchezza di specie; le comuni Acropora sono A. palmata e A. cervicornis, dai cui nomi ben si deduce l'aspetto. Endemiche sono le Maeandrina (brain corals) e le Mussa. Il primo posto fra i costruttori di reefs viene attribuito a Montastraea annularis dai polipai grandi e compatti. Rigogliose sono le Millepora, sia M. alcicornis (polipai simili e ventagli frastagliati e accartocciati) sia M. braziliensis (polipai con ramificazioni molto massicce).
L'abbondanza di Gorgonie costituisce una fondamentale caratteristica dei reefs atlantici, cos da differenziarli molto bene rispetto a quelli indopacifici. Queste arborescenti colonie - varie per colore, robustezza, forma e dimensioni - formano spesso piccole foreste di grande effetto nei panorami sottomarini. Numerose sono le specie di Plexaura, Eunicea, Muricea, Pterogorgia, ecc. Maggiore ammirazione riscuote per la Gorgonia flabellum, simile a un ampio ventaglio finemente reticolato, violetto o giallo, alto fino a 1 m circa; il nome volgare di sea fan (ventaglio di mare)  del tutto giustificato.
Oltre alle madrepore e alle gorgonie  notevole anche un'enorme spugna (Spheciospongia vesparia). Molti altri interessanti organismi bentonici vivono sui reefs oppure in varii altri ambienti. Tra i molluschi, insieme a Coni, Cipree e Murici, si trovano grosse Aplisie (Aplysia dactylomela, A. willcoxi), ma molto pi noto  lo Strombus gigas (Queen conch): nei ristoranti se ne consuma la carne, mentre la massiccia conchiglia bianco-rosea  un classico souvenir caraibico. Anche il grosso asteroide Oreaster reticulatus  comunemente offerto ai turisti. Clypeaster rosaceus (Sea biscuit) e Diadema antillarum rappresentano due tipici generi tropicali di Echinoidi.
Anche le mangrovie vegetano lungo i littorali che si estendono dal golfo del Messico a Rio de Janeiro. Tre sono le specie che in Florida costituiscono folti cordoni di verzura:
Mangrovia rossa (Rhizophora mangle: fam. Rizoforacee), detta cos perch il legno  rossastro;
Mangrovia nera (Avicennia germinans: fam. Verbenacee), le cui foglie hanno un sapore salato;
Mangrovia bianca (Laguncularia racemosa: fam. Combretacee). Nei mangrovieti abbondano i granchi del genere Uca, nonch il granchio delle mangrovie (Goniopsis cruentata). La non rara presenza di ostriche sui rami pi bassi fece credere che esse possano crescere sugli alberi, a guisa di frutti! Un grosso artropode, non esclusivo di questo ambiente,  il Limulus polyphemus, di singolare aspetto; viene detto king crab bench non sia affatto un granchio. Quanto ai pesci, nuotano in prossimit delle piante molti giovani muggini, sfirene e piccoli tarpon; questi ultimi per compensare la frequente deficienza di ossigeno sogliono affiorare per inghiottire aria che la vescica gassosa utilizza a fini respiratorii. Fra gli altri pesci che trovano riparo e cibo fra le mangrovie figurano i Centropomus e il Lutjanus griseus (Mangrove snapper). Mancano i Perioftalmi. Nell'Atlantico tropicale occidentale esiste complessivamente un migliaio di specie ittiche, circa 120 delle quali sono pure presenti nella parte orientale di questo oceano, avendo una distribuzione anfiatlantica.
N Maregrave quando visit il Brasile (sec. XVII) n il padre Plumier quando nel secolo successivo svolse a Martinica la sua attivit missionaria potevano immaginare che i pesci da loro osservati fossero una cos piccola parte di quelli che vivono in quei mari. Per lungo tempo la conoscenza della fauna floridana, caraibica e brasiliana rest circoscritta in modesti limiti. Nonostante la pubblicazione di importanti opere come quelle di F. Poey sui pesci di Cuba (sec. XIX) e di A. Miranda Ribeiro sui pesci del Brasile (sec. XX), relativamente poche furono le ricerche intorno alla sistematica e all'ecologia. Esse presero slancio dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto per l'attivit degli zoologi statunitensi, appoggiati da bene organizzati centri di studio, come l'Institute of Marine Science (Universit di Miami), il Mote Marine Laboratory di Sarasota (Florida) e il Lerner Marine Laboratory di Bimini (Is. Bahamas). Molte specie nuove continuano a venire descritte, cos da confermare quella ricchezza faunistica che trova ottima documentazione nei contemporanei (1968) volumi di Bhlke e Chaplin sui pesci delle Bahamas e di J. Randall su quelli del mar Caraibico.
Se ripenso alle esperienze che negli anni passati ebbi oltre oceano, il nome stesso di Miami mi sembra rievocare i grossi pesci che laggi potei esaminare a mio agio subito dopo la cattura. Porrei in primo piano il Tarpon (Megalops atlanticus), superbo animale la cui lunghezza pu superare 2 m, con un peso di circa 150 Kg. Il suo nome  forse di origine indiana e per fortuna ha soppiantato nell'uso comune quello di camaripuguacu che un tempo veniva applicato in Brasile. Quest'ambita preda dei pescatori sportivi, che ne ammirano la strenua lotta al momento della cattura,  eurialina e vive anche nel lago di Nicaragua insieme con
pescicani e pesci sega. Pi che ad alcuni grossi squali (Negaprion brevirostris, Sphyrna lewini) la mia attenzione fu rivolta ai marlins (Makaira nigricans, Tetrapturus albidus), al vistoso pesce ventaglio (Istiophorus platypterus: i nomi specifici americanus e albicans sono sinonimi) e allo Scomberomorus cavalla (King mackerel) che misura fino a m 1,50 e oltre.
La fauna dell'Atlantico tropicale mi si present nel suo pieno rigoglio su una barriera corallina di meritata reputazione: Alligaior Reef presso Key Largo, una delle isole che in lunga serie si allineano oltre l'estremo sud della Florida. Una folla di pesci si aggira tra madrepore e gorgonie, sino a una profondit di 35-40 m. Dopo dieci anni di ricerche, W. Starks (1968) registr la presenza di ben 517 specie: veramente notevole per una cos modesta area! Potei per la prima volta osservare con calma un grosso barracuda (Sphyraena barracuda) restandogli del tutto indifferente,
e alcune Fistuiaria tabacaria lunghe certamente pi di un metro. Eleganti colorazioni valgono a identificare due serranidi di notevole statura: Epinephelus striatus (Nassau grouper) biancastro con larghe e
irregolari bande brune, ed E. guttatus (Red hind) fittamente punteggiato di rosso. Riesce invece difficile, senza una particolare esperienza, riconoscere sul posto le varie specie di Haemulon (Grunters) che nel mar Caraibico sommano a una quindicina e di Lutjanus (Snappers: L. analis, L. grseus, L. mahogoni, ecc.). Fra gli altri percoidi, Ocyurus chrysurus si riconosce per la banda laterale gialla e la pinna codale di questo stesso colore, e Anisotremus virginicus per le due bande nere verticali nella parte anteriore, che ricordano molto quelle dell'indopacifico Acanthopagrus bifascatus: attenzione dunque (lo si deve sempre raccomandare!) a non ritenere identici i pesci che abitano ben diversi mari ed hanno soltanto una rassomiglianza superficiale.
Molto comuni sono i Pomacentridi - come Abudefuf saxatilis, esclusivo dell'Atlantico e non circumtropicale come fu ritenuto - i Labridi (Thalassoma bifasciatum, Lachnolaimus maximus), gli Scaddi (Scarus caeruleus), i Pesci chirurgo (Acanthurus chirurgus, A. caeruleus), gli Olocentri (Holocentrus ascensionis, H. rufus). Quanto a pesci veduti in prossimit della riva, su fondi di roccia e alghe, menzioner solo Scorpaena plumieri e lo stranissimo lofiiforme che porta l'ostico nome Ogcocephalus nasutus.
Lungo la costa floridana occidentale osservai in abbondanza alcuni percoidi: Diplodus argenteus, Lagodon rhomboides, Orthopristis chrysoptera, Archosargus probatocephalus. Un
piccolo serranide (Serranus subligarius) ha un particolare interesse in quanto  ermafrodita sufficiente; allo stesso genere appartengono varie specie delle Indie occidentali, fra cui il grazioso S. tigrinus macchiato e variegato di bruno su fondo bianco giallastro. Sul finire di una estate trovai sparsi sulla spiaggia di Sarasota (Florida occidentale) un gran numero di animali uccisi dalla marea rossa che per alcuni giorni aveva fatto strage; una simile, grave perturbazione si verifica spesso nei mari caldi e si deve all'anormale proliferare di alcune alghe microscopiche. Tra i pesci che ne erano vittima, abbondavano i pesci istrice (Chilomycterus antillarum) e i pesci cofano. Questi ultimi sono rappresentati nell'Atlantico tropicale americano da tre specie del genere Lactophrys, dal carapace trigono, e due del genere Acanthostracion, distinti per le due corna frontali rivolte avanti.
Molto ricca  l'ittiofauna delle Bahamas. Negli acquarii annessi al laboratorio marino di Bimini - una delle pi piccole fra queste isole - vidi diversi pesci fra cui il comunissimo Bathygobius soporator, la Scorpaena grandicornis e un altro pi attraente abitatore delle acque circostanti: Gromma loreto. questo pesciolino, non pi lungo di 7 cm,  violetto nella parte anteriore, giallo in quella posteriore; sta nei siti ombrosi, sotto sporgenze di roccia o di corallo e spesso si tiene capovolto. A vederlo, si spiega subito il favore accordatogli dagli acquariofili.
All'isola di New Providence il sea garden di Lyford Cay offre stupende visioni sottomarine, di cui nulla si cela attraverso l'acqua normalmente limpida come cristallo. Fra i pesci che nuotano su quegli sfondi di madrepore e di gorgonie sono Chaetodon capistratus, Pomacanthus arcuatus, Holacanthus tricolor, Halichoeres bivittatus, Thalassoma bifasciatum, Pomacentrus leucostictus, Haemulon sciurus, Acanthurus
caeruleus, Scarus vetula, S. caeruleus, Aulostomus maculatus, Lactophrys bicaudalis, Stephanolepis hispidus. Non meno interessante  la visita al mercato di Nassau, capitale dell'arcipelago. Vi osservai due specie di Caranx (C. crysos e C. bartholomei) e almeno tre di Haemulon (H. flavolineatum, H. sciurus, H. plumieri), oltre al curioso Selene vomer, al grosso labride Lachnolaimus maximus, ad alcuni Epinephelus ascensionis e Balistes vetula. Quest'ultima specie di pesce balestra  caratterizzata da due linee azzure sulla parte inferiore e laterale del capo. Riesce sorprendente la visione di tutti i policromi materiali col esposti, ai quali si aggiungono tartarughe marine - fra cui Caretta caretta e Cheionia mydas
- e grossi granchi.
I pesci sin qui menzionati sono fra i pi noti membri dell'ittiofauna caraibica, ma non si pu tacere di alcuni altri che nell'Atlantico occidentale sono pi o meno diffusi con o senza penetrazione in acque subtropicali adiacenti. Fra le svariate specie di squali si annovera Carcharhinus springeri, lungo fin quasi 3 m; poich  comune sulle barriere coralline viene detto reef shark. Lo squalo nutrice (Ginglymostoma cirratum)  anfiatlantico e si ritrova nel Pacifico orientale. Alla serie dei pesci cartilaginei appartengono pure Pristis pectinatus (Pesce sega), che misura circa 5 m e vive lungo le coste su fondali fangosi, donde risale anche il corso dei fiumi, Narcine brasiliensis affine
alle Torpedini, Dasyatis sayi e Gymnura micrura dalle larghissime pinne pettorali e dalla coda molto breve.
Fra i pesci ossei, Equetus lanceolatus  uno scienide ornato di una larga banda bruna estesa dalla prima pinna dorsale (molto elevata) alla codale; Chaetodon aculeatus  un chetodontide di cui fino al 1959 si conosceva un solo esemplare, pescato a Cuba, mentre ora  specie commerciata per gli acquarii; Bodianus rufus  un bel labride con forti variazioni di colore; Antennarius ocellatus  notevole per le dimensioni relativamente grandi (375 mm). Sono pure da ricordare Elops saurus e Albula vulpes - che condividono il nome di lady fish - Gymnothorax funebris (Green moray) e G. moringa, Hemirhamphus brasiliensis, Centropomus undecimalis (Snoek), Myripristis jacobus, Polydactylus virginicus, Mycteroperca venenosa, Trachynotus goodei (Palometa), Oligoplites saurus, Dormitator maculatus, Bothus (lunatus e ocellatus), Sphoeroides (testudineus, spengleri, ecc.).
I pi recenti studi ecologici intorno ai pesci del mar Caraibico hanno dimostrato che alcuni sono insulari - ossia vivono soprattutto presso le isole - e altri sono continentali. Di questi ultimi si considerano come tipici rappresentanti gli Scienidi, mentre degli insulari fanno parte gli Haemulon e i Lutjanus-, pure insulare  il variopinto gobide Gobiosoma oceanops, rosso con alcune fasce verticali blu.
Alle Bermude sono presenti quasi 400 specie littorali, di cui molte sono caraibiche; una di queste  il grosso serranide Epinephelus nigritus (Jewfish) lungo fino a m 1,80. Alcune decine di specie sono endemiche e almeno 12 furono introdotte.
Lungo le coste del Brasile  largamente rappresentata l'ittiofauna che si trova pi a nord (Florida, Bahamas, Antille). Sebbene venga annoverata una provincia brasiliana non  facile definirne le particolarit poich lunghi tratti di costa permangono pressoch ignoti agli zoologi. Notevoli progressi nella conoscenza dei pesci marini del Brasile derivarono dallo studio dei materiali raccolti durante la crociera della Calypso (1961-62).


Atlantico tropicale orientale.

Sia che vi ravvisiamo una regione a s, sia che lo definiamo provincia Afro-occidentale, al settore africano dell'Atlantico tropicale dobbiamo attribuire caratteri faunistici proprii che lo distinguono assai bene da quello americano. Nell'uno e nell'altro esiste un palese collegamento con la fauna indopacifica, espresso dalla comunanza non delle specie circum- tropicali - il che  ovvio - ma da quelle molto affini che nelle due aree rappresentano famiglie e generi a vasta distribuzione. Comunque, tanto i pesci quanto gli invertebrati dimostrano come presso le coste africane la fauna sia meno ricca e la sua fisonoma tropicale sia fortemente attenuata. Un tal fatto non  difficile da spiegare. Anche qui come nel Pacifico orientale sono in parte responsabili due correnti fredde provenienti da latitudini pi elevate: corrente delle Canarie a nord e del Benguella a sud. Adatte condizioni per organismi termofili sono quindi limitate a un tratto relativamente breve di costa, cio fra il capo Verde e la foce del Congo, tratto in cui le acque sono pi calde (media annua superficiale oltre 25). Altre cause, oltre quelle termiche, concorrono a far s che la fauna delle coste africane non abbia cos evidenti caratteri tropicali come quella americana, anche a parit di latitudini. Scarse o nulle sono le possibilit per gli organismi vincolati all'ambiente corallino perch i reefs sono praticamente assenti, pur non mancando qualche specie di madreporario. I fondi rocciosi sono pi limitati rispetto agli arenili o alle distese di fango, propizie allo sviluppo delle mangrovie. Le coste diritte e povere di insenature non offrono siti riparati e favorevoli alla vita di molte specie appartenenti al bentos littorale.
Intervennero per anche vicende storiche. Alcuni milioni di anni or sono si verificarono nell'oceano Atlantico gravi perturbazioni delle quali la fauna risent profondamente, con la scomparsa di un gran numero di specie tropicali che in parte verranno menzionate fra breve. Come riferisce Ekman (1953) Entrambi i lati dell'oceano Atlantico furono soggetti a un deterioramento climatico nel tardo Terziario. Si ebbe tuttavia questa differenza: dalla parte americana il clima e la fauna tropicali riapparvero nel Pliocene e nel Quaternario, mentre all'Africa occidentale e al Mediterraneo fu resa solo una parte insignificante della fauna originaria. Sembra che la zona nord-orientale del Sud America sia stata per la fauna tropicale un rifugio durante il Pliocene e i primi tempi del Quaternario. Nel loro complesso, gli animali che oggi vivono presso le coste africane sono in buona parte originarii dell'Atlantico occidentale.
A nord del Capo Verde, ossia dei littorali africani qualificabili come tropicali, avrebbe inizio la provincia Lusitanica che si estende fino all'ingresso della Manica.  per evidente come in quest'ampio tratto (circa 15-48 lat. N) il popolamento animale si modifichi alquanto col crescere della latitudine, essendo dapprima insediato in un ambiente temperato caldo e avvicinandosi poi a quello boreale. Non a torto, quindi, pi di un autore intese la detta provincia in modo pi ristretto, fissandone il limite meridionale al Marocco o poco pi a sud; recenti ricerche hanno indotto a denominare senegalese e sahariana le ittiofaune subtropicali che successivamente si incontrano procedendo verso nord a partire dal Capo Verde. Poich nelle finitime zone subtropicali di entrambi gli emisferi - riferendoci sempre alla parte orientale dell'oceano in questione - vivono parecchie specie termofile, si possono portare a 30 nord e 23 sud i confini, sia pure approssimati, dell'Atlantico caldo; vi restano perci incluse zone con temperatura media annua superficiale di 15-20.
Prescindendo dalle sempre discusse e discutibili ripartizioni biogeografiche,  importante tenere presente il forte legame fra l'Atlantico orientale e il Mediterraneo. Quest'ultimo mare viene anzi incluso da alcuni nella provincia Lusitanica, sebbene appaia preferibile considerarlo quale provincia a s, nell'ambito della regione temperata-calda settentrionale.
L'attuale Mediterraneo occupa una parte dell'antica Tetide. Durante i primi tempi dell'era Terziaria (Eocene, Oligocene) esso era aperto non solo a ovest verso l'Atlantico, ma anche a est verso l'adiacente parte di Tetide destinata a costituire l'oceano Indiano. Nelle acque mediterranee prosperava allora una fauna paleomediterranea ricca in specie tropicali di tipo indopacifico, che in parte si diffusero anche in Atlantico. Tale fauna
- inquadrata in quella della Tetide, cio del vasto mare di cui gi si  detto - lasci cospicue testimonianze come i famosi pesci fossili di Bolca (Verona). Molti di questi sono affini a specie che oggi vivono nell'oceano Indiano e appartengono ai generi Myripristis, Priacanthus, Platax, ecc. Fra gli animali che in remoti millenni abitavano anche l'Atlantico orientale mentre oggi sono esclusivamente indopacifici, figurano i Solenostomidi e i Siganidi fra i pesci, Heliopora e Nautilus fra gli invertebrati.

Didascalia.
Branco di Anisotremus virginicus (Pomadasidi). Atlantico occidentale.
(Foto P. Arata).
Fistularia (Fistularidi).  un genere circumtropicale.
ChaetocLipterus goreensis (Efppidi). Atlantico orientale.
Holocentrus ascensioni (Olocentridi). Atlantico. (Tavola di M.E. Bloch, 1790).
Fine didascalia.

Durante il periodo Miocenico (28-12 milioni di anni or sono) le cose cambiarono molto. L'area mediterranea acquis, sia pure non integralmente, la sua attuale configurazione. In seguito all'emersione delle terre corrispondenti al Medio Oriente, venne meno la comunicazione con l'oceano Indiano; allorch scomparve anche quella con l'Atlantico, il
Mediterraneo divent un bacino chiuso che fin col disseccarsi in buona parte. Quasi tutta la fauna spar. Nel Pliocene, in seguito a rilevanti fenomeni trasgressivi, il carattere di mare fu ripreso e si ristabil la comunicazione atlantica, anzi essa fu dapprima assai pi ampia dell'odierno stretto di Gibilterra. Dall'oceano penetrarono molti organismi, termofili o no, che vennero costituendo una nuova fauna, ossia quella attuale composta di elementi di varia origine e in parte endemici. Infatti il Mediterraneo rappresent un centro evolutivo ed  possibile che da esso siano pervenute diverse specie oggi presenti nell'Atlantico orientale, almeno in ristrette aree.
Chiusa la non inutile parentesi mediterranea, torniamo all'oceano cio alla provincia Afro-occidentale. Della fauna ivi insediata si occuparono nel secolo XIX varii esploratori e naturalisti (Adanson, Rochebrune, Osorio, ecc.). Un forte impulso a nuovi studi ebbe inizio dopo la spedizione al Congo promossa dall'American Museum (New York), in seguito alla quale H.W. Fowler pubblic (1936) la prima opera generale intorno ai pesci marini dell'Africa occidentale. L'Institut Fondamental Afrique Noire (IFAN) di fondazione francese, da parecchi decenni svolge a Dakar una notevole attivit nella quale si inserirono le ricerche ittiologiche di J. Cadenat, J. Blache e altri zoologi. Si susseguirono diverse crociere come quella danese dell'Atlantide (1945-46), quelle che il Belgio invi nell'Atlantico del sud (1945-46 e 1955) e quella della Calypso nel golfo di Guinea (1956). In base a tutte le documentazioni cos ottenute fu possibile a Blache e collaboratori presentare (1970) un'utilissima chiave per la determinazione dei pesci (littorali, batifili, pelagici) dell'Atlantico tropicale orientale; tutte le specie vi sono figurate.
Prescindendo come al solito dai pesci circumtropicali e considerando soltanto quelli littorali, nella provincia Afro-occidentale si distinguono due gruppi con differente carattere biogeografico.
A) Pesci anfiatlantici, costituenti circa il 30% del totale. Ne sono esempi Ginglymostoma cirratum, Tarpon atlanticus (recentemente pescato anche in Portogallo), Gymnothorax moringa, Fistularia tabacaria, Aulostomus maculatus, Holocentrus ascensionis, Rypticus saponaceus, Lutjanus griseus, Pracanthus arenatus, Selene vomer, Pomacanthus paru, Abudefduf saxatilis, Thalassoma bifasciatum, Acanthurus chirurgus, Monacanthus ciliatus, Sphoeroides spengleri. Inoltre vi sono diversi pesci la cui area di distribuzione si estende al Mediterraneo: Epinephelus guaza, Mycteroperca rubra, Sparus pagrus, Kyphosus sectator, Caranx crysos, Xyrichthys novacula, Balistes carolinensis.
Sono degne di nota alcune coppie formate da specie vicarianti e assai simili: una di esse  atlantica occidentale - come l'efippide Chaetodipte- rus faber e il chetodontide Chaetodon aculeatus - e l'altra  orientale, come Ch. goreensis e Ch. marcellae. Analoghe coppie si riscontrano fra i molluschi, i crostacei, gli echinodermi: ad esempio, al grosso asteroide occidentale Oreaster reticulatus fa riscontro l'orientale O. clavatus.
B) Pesci esclusivi dell'Atlantico orientale.
Rhynchobatus lubberti  molto simile ai Rinobati; misura fino a 3 m ed  macchiettato di bianco su fondo bruno. L'arcaico genere Elops conta due specie (E. lacerta e E. senegalensis). Forme caratteristiche si annoverano fra i Percoidi (Lutjanus goreensis, Brachydeuterus auritus, Eucinostomus melanopterus,
Pterosmaris melanura, Holacanthus africanus) e altri gruppi varii (Muraena melanotis, Polydactylus quadrifilis, Uranoscopus polli, Acanthurus monroviae, Balistes punctatus). Alcuni pesci sono isolati rappresentanti di generi e famiglie indopacifiche: Letrinidi (Lethrinus atlanticus), Efippidi (Drepane longimana), Monodattilidi (Monodactylus sebae), Perioftalmidi (Periophthalmus papilio), Platicefalidi (Thysanophrys gruveli). Si aggiungano le poche specie di Pomadasys e Plectorhynchus (Pomadasidi) e di Psettodes (Psettodidi: P. bennetti e P. belcheri). Fra tutte queste famiglie, una sola (Efippidi) si ritrova nell'Atlantico occidentale, ove per contro ne esistono due (Anomalopidi,
Pemferidi) che risultano assenti in quello orientale.
 molto probabile l'arrivo in questo oceano di pesci indiani attraverso l'attuale area mediterranea durante i primi periodi del Terziario cio all'epoca della fauna paleomediterranea di carattere tropicale. Pi tardi, l'emersione di terre intorno al Mediterraneo orientale separ il mondo atlantico da quello indopacifico. Rimase per la possibilit di passaggi dall'oceano Indiano all'Atlantico col favore di correnti costiere dirette in tal senso intorno al Sud Africa.
Anche del gruppo B sopra indicato fanno parte alcuni pesci presenti nel Mediterraneo. Alcuni vi sono largamente diffusi e quindi ben noti (Murena, Sciarrano, Orata, Mormora, Ombrina, Sfirena, ecc.), mentre altri hanno una distribuzione pi limitata. Pomadasys bennetti, che in Atlantico si trova dal Portogallo all'Angola,  vincolato alle zone pi calde e raggiunge le coste del Libano e dell'Egitto. Serranus atricauda, Plectorhynchus mediterraneus, Parapristipoma octolineatum, Ephippion guttifer si pescano solo nel bacino occidentale (Spagna, Nord Africa). Dell'ofictide Pisodonophis semicinctus e del polinemide Galeoides polydactylus non si ebbero che occasionali catture in Algeria.


I COLORI DEI PESCI CORALLINI.

Noi non dobbiamo credere che ai fatti; essi ci sono presentati dalla Natura e quindi non possono ingannarci. Dobbiamo sottomettere in ogni occasione il nostro ragionamento alla prova dell'esperienza.
A. Lavoisier.

Anche nelle pi calde regioni del globo, le aperte distese oceaniche sono popolate da una folla di pesci, come squali, tonni, exoceti, ecc., la cui livrea sostanzialmente ripete quella che si osserva nei mari temperati: secondo uno schema che pu dirsi classico, le parti superiori sono per lo pi grige, blu o verdi e quelle inferiori sono bianche. Analoga constatazione  da farsi negli ambienti pi costieri dove - spesso riuniti in grandi stuoli - si aggirano pesci nei quali il vivido argenteo dei fianchi sfuma dorsalmente nel verde o azzurro, mentre ventralmente passa sovente a un bianco opaco. Sarebbe difficile fare una scelta fra i molti esempi: per fermare le idee baster richiamare l'aspetto delle nostre sardine, cio di tipici rappresentanti del pesce azzurro. Diversi generi della famiglia dei Clupeidi (Sardinella, Harengula, ecc.) sono ben rappresentati nei mari tropicali e altrettanto si dica per gli Engraulidi o acciughe (Anchoa, Stolephorus, ecc.): gli uni e gli altri non presentano un particolare interesse nei riguardi dei colori, come non l'hanno i ben pi spettacolosi squali, oppure il tarpon, gli sgombri, tonni, tonnetti, marlins e via discorrendo.
Molto maggiori sono le attrattive offerte dai pesci tropicali littorali e pi o meno bentonici, e soprattutto da quelli che  logico qualificare come corallini perch le formazioni madreporiche sono la loro classica sede: chetodonti, scari, acanturi e cos via. Proprio alla colorazione moltissime specie devono una celebrit ben meritata.
Non  una superflua pignoleria precisare che il termine colorazione non equivale esattamente a colore, ma ha un significato pi ampio perch si riferisce al complesso dei colori presenti sul corpo di un animale, alla loro distribuzione, agli eventuali disegni o macchie. Due specie di pesci possono avere una colorazione diversa pur essendo tutte e due rosse (a parte la possibilit che il loro rosso sia di tipo e tonalit diverse).
Ci non esclude che in trattazioni elementari e non dettagliate, come la presente, i due predetti termini vengano indifferentemente impiegati.
Nei pesci corallini si riscontra un'estrema variet di livree, con eleganti disegni e insoliti accostamenti di tinte, non di rado in vistoso contrasto. In numerosissimi casi ne riesce facilitata la determinazione delle specie o razze, per quanto i colori possano manifestare notevoli differenze anche in individui conspecifici e per di pi vadano spesso soggetti a rapidi e cospicui cambiamenti. Sebbene in alcuni laboratorii si siano trovati metodi per una soddisfacente (ma definitiva?) conservazione almeno parziale dei colori, questi sono generalmente scomparsi nei consueti esemplari di collezione, preservati in alcool o formalina, anche se persistono macchie e disegni caratteristici. Purtroppo  cosa normale per gli studiosi esaminare pesci il cui aspetto  ben lontano da quello originario, del quale non sempre si ha la fortuna di farsi un'idea sul vivo.
Quanto ho detto spiega come anche in opere di indiscusso valore scientifico le notizie sulla colorazione siano non di rado molto concise, approssimate e magari relative soltanto ad alcuni dei particolari cromatici che una specie  suscettibile di presentare. Si possono constatare incredibili differenze nelle figure a colori che illustrano una medesima specie ittica in libri diversi, antichi o recenti. A seconda degli autori sono stati rappresentati i giovani oppure gli adulti, i maschi oppure le femmine, gli individui viventi in una regione oppure in un'altra: simili svariate condizioni possono implicare grandissime differenze in individui che pure appartengono alla stessa specie. Ne derivano comprensibili imbarazzi a chi si accinga a determinare una specie o comunque voglia acquistare una nozione sufficientemente esatta di un certo pesce esotico.
L'attuale facilit di avere fotografie a colori  di capitale aiuto (presupponendone una felice riuscita) sia per gli ittiologi, sia per tutti coloro che agli abitatori del mare volgono la loro attenzione; deve per raccomandarsi che vengano ritratti individui molto freschi o meglio ancora viventi, in natura o in acquario e nel primo caso  sempre utile annotare la localit e l'epoca in cui la foto  stata scattata.
Lungi dall'invitare a semplici apprezzamenti estetici, i caratteri cromatici di tutti gli organismi - acquatici o terrestri che siano - si collegano a pi o meno complessi problemi inquadrabili in svariati campi di ricerca, dalla Genetica alla Biochimica all'Eco e Etologia. Poich i predetti caratteri sono facilmente valutabili e ci permettono di riconoscere specie e razze di pesci tropicali, l'importanza sistematica  evidente; non minore interesse ha per il loro significato biologico.
Quando si vogliano seriamente considerare i colori animali,  necessario tenere conto di due punti di vista: quello relativo alle cause che li producono e quello che pone i colori stessi in rapporto con la vita degli organismi globalmente intesa, anche con riferimento agli ambienti ove essa si svolge. Come in moltissimi altri animali, nei pesci i colori sono dovuti a fattori chimici oppure fisici, talora associati cos da determinare suggestivi effetti. Nel primo caso intervengono pigmenti di varia natura. I loro spostamenti nell'interno delle cellule (cromatofori) che li contengono sono provocati da azioni ormonali e nervose ed hanno per conseguenza cambiamenti di colore; questi sono molto spesso cospicui e possono verificarsi con inaspettata rapidit, come  facile constatare anche negli acquarii. I principali pigmenti sono le melanine (nere o brune) e i carotenoidi o lipocromi (rossi, aranciati o gialli); tutte queste sostanze hanno struttura molecolare ciclica, rispettivamente quaternaria e ternaria. Nei pesci, come in altri abitatori delle acque, esiste inoltre la guanina, che produce il bianco e l'argenteo ed  spesso contenuta sotto forma cristallina entro cellule dette guanofori o iridociti. La guanina  un composto organico azotato affine all'acido urico; fu dapprima isolata dal guano (donde il nome), a cui perviene dagli innumerevoli pesci divorati dagli uccelli marini. La combinazione di iridociti e di cromatofori pu generare un'ampia gamma di brillanti tinte.
I colori fisici vengono pure qualificati come strutturali perch dipendono dal comportamento delle radiazioni luminose in rapporto a certe strutture del tegumento animale e dei relativi annessi, come le squame, che provocano fenomeni di interferenza e di diffrazione. Anche in questo caso  spesso indispensabile la presenza di substrati pigmentarii. Dal concorso di molteplici cause risulta dunque la svariatissima ornamentazione grazie alla quale i pesci dei tropici - sia marini, sia d'acqua dolce - figurano in gran numero fra gli esseri viventi ammantati di pi stupende livree.
Dopo questi rapidissimi cenni dobbiamo pi particolarmente occuparci degli svariati fatti che riguardano i colori, fatti che in parte sono stati descritti e spiegati nel corso di recenti ricerche svolte in tutti i mari caldi. Esse hanno dimostrato quanto importante sia il cosiddetto lavoro di campagna, cio l'osservazione degli animali in natura e non solo nelle vetrine di un museo o nelle vasche di un acquario. Saranno tali osservazioni a farci meglio apprezzare il prodigo uso che la Natura fece della sua tavolozza per abbellire le creature delle acque.


Differenze e rassomiglianze di colori.

Accade spesso che nell'ambito di una medesima specie i colori e i disegni siano alquanto diversi a seconda degli individui, anche a parit di sesso, et e provenienza. Una simile variabilit individuale  un fatto di comune occorrenza negli animali e talvolta  cos rilevante da determinare un accentuato polimorfismo o meglio, nel presente caso, policromismo. Le differenze cromatiche possono interessare tutto il corpo, come in un minuscolo gobide (Gobiodon rivulatus), che si annida tra le ramificazioni delle madrepore: ora  interamente bruno scuro e ora di un bel verde, senza che fra questi individui si rilevi alcuna differenza al difuori del colore. In altri casi la variabilit riguarda solo una parte del corpo, come in certi labridi (Coris, Halichoeres, Thalassoma) i quali presentano notevoli variazioni nei disegni policromi che adornano il capo.
Dei cambiamenti mimetici sar detto pi oltre, ma qui occorre far presente che al policromismo si accompagnano spesso, quasi ad accentuarlo, differenze espresse dal mutar delle tinte secondo i momenti. Infatti, esse possono cambiare sia in risposta a fattori ambientali, sia in relazione con stati emotivi dell'animale. Lachnolaimus maximus, che misurando fin quasi 90 cm  il pi grosso labride dell'Atlantico occidentale, si riconosce facilmente per la lunghezza dei primi raggi della pinna dorsale. Pu essere rosso, marrone, grigio con o senza macchie pi scure oppure biancastre, ma cambia nettamente a seconda dell'immobilit o del movimento, ovvero dei colori dell'ambiente e delle condizioni di luce; soltanto i grossi maschi sono... pi costanti. Ci trova
riscontro nei cambiamenti di colore verificabili in diversi pesci durante la notte. Varie specie dell'Atlantico occidentale sono state osservate da alcuni studiosi americani. Fra esse, parecchie si limitano a impallidire, ma altre divengono addirittura irriconoscibili: il rosso Holocentrus ascensionis (Pesce scoiattolo) appare quasi bianco e Pseudupeneus maculatus (affine alle triglie), oltre a sbiadire, perde le sue tre caratteristiche macchie laterali.
Immobili sul fondo durante le ore notturne, i grossi serranidi del genere Epinephelus assumono di frequente alcune bande verticali oscure, che possono comparire anche quando l'animale si trova in condizioni di anossia.
Tutti questi cambiamenti di colore si definiscono come fisiologici. Si tratta di processi reversibili, rapidi o rapidissimi; ne sono cause il concentrarsi o il diffondersi dei pigmenti entro i cromatofori, come gi si  accennato. Ma vi sono pure cambiamenti - definiti come morfologici - dovuti a tutt'altro fenomeno: un aumento o una diminuzione dei cromatofori stessi oppure della quantit di pigmento che essi contengono. Questa volta il processo  pi lento e graduale, ma alla fine pu risultarne un effetto non meno cospicuo; non c' reversibilit. Da processi di questo tipo dipendono le vistose modificazioni cromatiche dei Labridi, a seconda dell'et: negli individui pi vecchi possono comparire o per lo meno accentuarsi colori blu, verdi o neri: essi conseguono a un aumento di iridociti o di melanina e a una diminuzione di xantofori, ossia dei cromatofori portatori di pigmenti gialli o aranciati (carotenoidi). Questo fatto dovr essere tenuto presente quando, nelle prossime pagine di questo medesimo capitolo, si dir della livrea secondaria che negli individui di parecchie specie sostituisce quella primaria rimpiazzandola poco per volta quando  raggiunto un determinato grado di sviluppo.
A chiunque abbia qualche conoscenza intorno alla fauna marina  noto che la colorazione di alcuni animali muta con la profondit, pur nell'ambito della stessa specie. A tal riguardo, non manca qualche esempio fra i pesci corallini. Diversi grossi Serranidi del genere Epinephelus presentano due aspetti cromatici, uno a profondit minori e l'altro a livelli pi bassi. Ne  esempio E. fasciatus, molto comune in mar Rosso e nel vicino oceano; all'isola Riunione, dove lo si pesca fino a circa 120 m, si  osservato che la sua vivace tinta scarlatta diviene aranciata nelle zone pi profonde.
Quanto ho finora riferito a proposito della variabilit giustifica pienamente la raccomandazione - rivolta a tutti coloro che intendono determinare pesci o riconoscerli in base a fotografie - di esaminare il loro colorito con la massima attenzione, poich esso pu risultare cos simile in specie diverse, da indurre in errore con la massima facilit. Alcuni esempi sono molto persuasivi.
I pesci farfalla del genere Heniochus, tutti indo-pacifici, sono rappresentati in mar Rosso da due specie: il diffusissimo H. acuminatus e l'endemico H. intermedius. In entrambi spiccano, su fondo bianco, due vistose bande nere e solo un attento confronto rivela la loro differente larghezza. Tutti coloro che visitano una barriera corallina indo-pacifica osservano sciami di pesciolini bianchi con alcune fascie nere verticali. Si tratta dei pomacentridi Dascyllus aruanus e D. melanurus, molto simili ma distinguibili se si bada alla grande macchia nera che nella seconda specie occupa buona parte della pinna codale. In altri casi le rassomiglianze sono tali da porre in serio imbarazzo anche il pi esperto ittiologo: non c' che da volgere l'attenzione agli Scaridi (Pesci pappagallo), diverse specie dei quali presentano sorprendenti e per noi disperanti analogie sia nella colorazione d'insieme, sia in alcuni suoi dettagli. Ad esempio, una striscia verde estesa dalla mandibola fin sotto l'occhio costituisce un'ornamentazione che si ripete in diversi scaridi indo-pacifici (Scarus sordidus, S. niger, ecc.) e atlantici (S. vetula, S. iserti, ecc.). Nelle femmine di S. taeniopterus e S. iserti, coabitanti nel mar Caraibico, esiste uno stesso schema cromatico con bande brune e chiare longitudinali. Purtroppo gli smaglianti colori di questi pesci non solo spariscono nei liquidi conservativi, ma si alterano semplicemente dopo la morte. Dovetti spesso convincermi che la determinazione degli esemplari di museo riesce molto difficile o, se sono vecchi, impossibile; d'altra parte, rimasi sbalordito constatando, in riva al mar Rosso, il rapidissimo cambiamento di Leptoscarus vaigiensis dopo la morte e successiva immersione in formalina:
quei gioielli viventi, ammantati di verde brillante e cosparsi di punti azzurri simili a lapislazzuli, assumono il pi insignificante aspetto.
Considerato quanto possano rassomigliarsi, per colori e disegni, due o pi specie dello stesso genere, a maggior ragione dobbiamo attenderci forti analogie fra razze geografiche della medesima specie. Ottimi esempi risultano quando si confrontino elementi dell'ittiofauna del mar Rosso e di quella dell'oceano Indiano. Poich alcune specie presenti in ambedue queste aree mostrano nell'una e nell'altra qualche diversit di colorazione, vengono riconosciute coppie di razze geografiche (ossia sottospecie): sono in questo caso il pesce farfalla Chaetodon auriga, il labride Gomphosus caeruleus, il pesce palla Arothron hispidus.
Diversi pesci sono rappresentati nel golfo di Aden e presso le coste meridionali dell'Arabia da individui con caratteri intermedii tra quelli del restante oceano Indiano e quelli del mar Rosso: ci  naturale, in quanto le differenze sottospecifiche non sono nette, ossia non escludono l'esistenza - soprattutto nelle zone di confine tra i due areali - di esemplari dotati di caratteristiche intermedie fra quelle delle due sottospecie. La definizione di queste ultime, cio la conoscenza della variabilit geografica, si pu ottenere soltanto con lo studio di un adeguato numero di individui: si eviteranno cos generalizzazioni errate e si valuter pi esattamente la globale fisonomia delle popolazioni. Nel grande quadro degli studi relativi dell'evoluzione, i fatti concernenti la differenziazione geografica hanno assunto da tempo un rilevante interesse per zoologi e botanici, come attesta un'abbondante letteratura.


Colori, sesso, et.

 risaputo che in molti animali gli individui dei due sessi differiscono in modo pi o meno spiccato per la colorazione: anche quelli cromatici rientrano dunque fra i cosiddetti caratteri sessuali secondarii. Un simile dicromismo sessuale compare pure fra i pesci corallini ed  anzi fra le cause che in passato indussero ad attribuire a specie diverse alcuni animali che invece fanno parte di una medesima unit sistematica. Dicromico  Gomphosus caeruleus, curioso labride diffuso dal mar Rosso all'Oceania e riconoscibile per il suo muso lungo e assottigliato: i maschi sono blu scuri - e quindi spiccano maggiormente mentre guizzano sullo sfondo dei coralli - mentre le femmine hanno colore superiormente bruno chiaro, inferiormente giallo, pinne pettorali ialine anzich nerastre.
Per la specie or ora citata non mi consta che il dicromismo sia collegato, come accade in altri pesci, a quei fenomeni di inversione sessuale che le moderne ricerche hanno dimostrato essere ben pi frequenti di quanto si ritenesse in passato. L'individuo non mantiene lo stesso sesso durante tutta la vita, perch a un certo momento lo inverte; in altre parole, si ha dapprima una fase maschile o femminile e poi, col progredire dell'et, una fase rispettivamente femminile o maschile. Il cambiamento non riguarda soltanto gli organi riproduttori o la statura, ma anche la colorazione, tanto che si distinguono una livrea primaria e una livrea secondaria. Di solito (ma non sempre) esse accompagnano il cambiamento di sesso; potrebbero anche definirsi livrea giovanile e adulta, se questi termini non valessero anche per pesci a sesso invariabile con l'et.
L'inversione sessuale  stata attentamente studiata nel comune labride mediterraneo Coris julis (Donzella): la sua fase femminile (primaria) - che ha minori dimensioni e diverso colore - venne a lungo considerata come una specie a s, denominata Coris giofredi. Nei mari dei tropici si osservano altri esempi di questo interessante fenomeno. Thalassoma
bifasciatum  un grazioso labride che figura fra i pi comuni pesci del mar Caraibico e si trova pure lungo le coste della Florida, delle Bahamas, delle Bermude e del golfo del Messico; ricompare sull'opposto lato dell'Atlantico (Isole del Capo Verde). La prima descrizione di esso si deve a Bloch (Labriis bifasciatus, 1791), che erroneamente lo credette provenire dalle Indie orientali; tenuto conto di quanto avviene, non c' da stupire che ben sette altri nomi specifici gli siano stati successivamente attribuiti! Nella sua livrea primaria questo pesce  giallo, con o senza una banda nerastra lungo il fianco, spesso frammentata; nella livrea secondaria  verde con due fasce nere verticali nella parte anteriore (donde il nome bifasciatum) e con la testa blu (il nome volgare  infatti bluehead = testa blu). Gli individui verdi sono pi grossi, misurando di solito una decina di cm, e sono tutti di sesso maschile: la loro  la livrea secondaria. Nel capitolo che segue verr meglio delineato ci che concerne la riproduzione di questo tipico abitatore dell'Atlantico tropicale, che con cos grande frequenza compare nelle foto subacquee scattate col.
 merito dell'eminente ittiologo J. Randall avere apportato fondamentali contributi alla conoscenza degli Scaridi. Diverse specie di questi furono descritte sotto pi di un nome, semplicemente perch ci si fondava su individui colti in diverse fasi del ciclo vitale e quindi dotati di caratteri cromatici assai differenti. Radicali cambiamenti sono perci intervenuti nella classificazione (riduzione del numero di specie) e di
conseguenza nella nomenclatura dei pesci pappagallo: non  il caso di delinearli con lunghi e non troppo dilettevoli discorsi.

Didascalia.
Thalassoma bifasciatum (Labridi). Atlantico. In basso, livrea primaria
(femmine e maschi primarii); in alto, livrea secondaria (maschi secondarii).
Fine didascalia.

In ogni modo,  inevitabile la sorpresa per chi confronta le giovani femmine e i vecchi maschi di Scaridi come Sparisoma viride, comune nell'Atlantico occidentale. Fino a circa 25 cm di lunghezza tutti gli individui di questa specie sono di sesso femminile ed hanno colore bruno sul capo e sulle parti superiori, rosso sulle parti inferiori; col crescere della statura e con l'instaurarsi della funzionalit maschile compare una tutt'altra colorazione, poich l'animale si ammanta di verde, blu e giallo. Il nome di S. abildgaardi, attribuito alle femmine quando si riteneva fossero una specie distinta,  quindi divenuto sinonimo di S. viride.
Molto sarebbe da riferire intorno ai cambiamenti di colore che accompagnano lo sviluppo di numerosi pesci, indipendentemente dalle condizioni sessuali; anche in questi casi la livrea giovanile e quella adulta possono essere cos diverse da lasciare meravigliati per la conspecificit e magari dubbiosi.  naturale che il passaggio dall'una all'altra condizione implichi fasi intermedie (livree di transizione) in cui la colorazione giovanile a poco a poco si oblitera, venendo sostituita da quella che  propria dello stato adulto.

Didascalia.
Sparisoma viride (Scaridi), maschio. Atlantico occidentale. (Foto P. Arata).
Coris gaimardi (Labridi). Indopacifico. Individuo giovane (in alto) e adulto (in basso).
Fine didascalia.

Organismi altamente policromi come i Labridi entrano ancora una volta in scena. Infatti uno dei pesci tropicali che pi si ammirano negli acquarii  Coris gaimardi, o meglio i giovani di questa specie, vivente negli oceani Indiano e Pacifico. Nulla di strano che in passato essi venissero considerati come una specie diversa (C. greenovii). Sulla loro tinta fondamentale rosso-mattone spiccano cinque macchie bianche orlate di nero: le prime due stanno sul capo e le altre, pi grandi, sono allineate sul dorso, alla base della pinna. Questo vivace abito si mantiene fino a 8 cm di lunghezza e ne restano tracce fino a 10 cm circa, dopodich il pesce - che pu raggiungere 35 cm - diventa bruno-violaceo o olivastro con numerosi punti blu o neri.
Sui reefs presso Jeddah vidi spesso nuotare graziosi pomacentridi la cui tinta gialla delle parti superiori contrastava nettamente con quella azzurro-chiara del resto del corpo. Li identificai poi come Abudefduf melanopus e credetti di avere scoperto la presenza in mar Rosso di questo pesce noto negli oceani Indiano e Pacifico; senonch un ittiologo australiano, G.R. Alien, inform trattarsi semplicemente della fase giovanile di Pteroglyphydodon melas (il nome  lungo!), che nel predetto mare  ben noto e che a completo sviluppo  bruno-nero uniforme, in accordo col suo nome di cui A. melanopus  un sinonimo. Nella stessa occasione, potei spesso ammirare sciami di pescetti smeraldini (allora a me ignoti) frammisti ad altri rossi (Anthias squamipinnis) che si affollavano in gran numero presso le madrepore: indimenticabile quadro! Ma questa volta l'identificazione di quei pesciolini non fu difficile: erano giovani Chromis caeruleus, un altro pomacentride cambia-colore, che solo quanto  adulto pu qualificarsi come ceruleo. Dir incidentalmente che nell'Atlantico tropicale vive una specie congenere anch'essa azzurra e infatti denominata Ch. cyaneus: il che pone ancora una volta in difficolt coloro che per i nomi scientifici vorrebbero sempre stabilire un corrispondente italiano.
Dal mar Rosso all'Oceania sono molto diffusi i percoidi dei generi Diagramma e Plectorhynchus (che per molto tempo furono riuniti, probabilmente a torto). In D. pictum, unica specie del genere, le squame sono pi piccole (122-125 lungo la linea laterale invece di 50-60) e la pinna dorsale  anteriormente elevata, in seguito alla maggior lunghezza dei suoi primi raggi. Quest'ultima caratteristica  pi evidente nei giovani al disotto di circa 9 cm; in essi il corpo  attraversato da due o tre fascie nere longitudinali che spiccano sul fondo giallo-verdastro e sono talvolta interrotte; gli adulti, che raggiungono una novantina di cm, sono nettamente diversi, cio grigi dapprima punteggiati di nero e poi uniformi.
Come in altri casi, non si sospetterebbe la parentela. E questo pu ripetersi nei riguardi dei plettorinchi, alcune specie dei quali allo stato giovanile sono adorne di linee longitudinali brune o nere che in vario numero percorrono i fianchi. In P. gaterinus (Gaterin  il nome arabo)
- molto comune in mar Rosso - tale colorazione perdura fino a circa 12 cm di lunghezza; gli adulti, che misurano fino a 50 cm, sono grigioargentei con le pinne gialle e un'abbondante punteggiatura nera sparsa ovunque. Diversamente stanno le cose in altre specie congeneri, come P.  orientalis e P. chaetodonoides, assenti in mar Rosso. I giovani individui dell'uno e dell'altro presentano larghe zone bianche orlate di scuro e talora contenenti qualche macchia nera; esse si trovano sul corpo e sulle pinne e contrastano con le zone brune o aranciate che le separano. Gli adulti sono grigi-argentei completamente striati di nero in senso longitudinale (orientalis) oppure punteggiati (chaetodonoides).
Fra i coralli delle barriere indo-pacifiche si aggirano, sostando qua e l come per farsi meglio ammirare, gli splendidi Pomacanthodes (P. imperator, P. maculosus, ecc.), accomunati da una forte differenza tra la colorazione giovanile e quella adulta. Mentre quest'ultima  ben diversa a seconda delle specie, la prima risponde a un medesimo schema fondamentale perch, salvo variazioni di dettaglio, su un fondo blu scuro decorrono sempre numerose linee bianche o cilestrine dirette dal dorso al ventre (pinne comprese) e pi o meno arcuate con la convessit verso il capo dell'animale. Una simile ornamentazione persiste fino a circa 5-6 cm e poi gradualmente sparisce in seguito alla comparsa di quella che caratterizza gli adulti. Questi misurano fino a 30-35 cm e differiscono nettamente secondo le specie. La fortissima rassomiglianza fra i predetti stadi giovanili ostacola la loro identificazione specifica (*), eventualmente desiderata dagli acquariofili nelle cui vasche questi leggiadri pesci vengono talvolta ospitati. P. imperator  senz'altro degno di questo appellativo specifico: per il suo superbo aspetto  uno degli animali marini pi apprezzati dai fotografi subacquei e pi di frequente scelti a simbolo dei pesci tropicali. P. semicirculatus riceve invece una curiosa denominazione volgare: Pesce del Corano. Semplice  la spiegazione: sulla pinna codale dei giovani individui risaltano alcune variegature che furono paragonate a una scrittura araba (non saprei dire se si tratta proprio del Corano).
Alla stessa famiglia dei Pomacantidi (attenzione a non confondere
con Pomacentridi) appartengono parecchie belle specie esclusive della fauna atlantica e qualificate come pesci angelo (si ricordi che questo stesso nome designa pure tutt'altri pesci, come le squatine, che sono selaci presenti anche nel Mediterraneo). Due di esse spettano al genere Pomacanthiis, che differisce dall'indo-pacifico Pomacanthodes per la minor compressione laterale e per il diverso numero di raggi nella pinna dorsale. Questi pesci hanno corpo ovale ed elevato, pinna codale posteriormente convessa; negli adulti sia la pinna dorsale, sia l'anale terminano con un breve e acuto prolungamento diretto indietro. P. paru (ignoro perch venga detto Pesce angelo francese)  nero con le squame orlate di giallo; si trova non soltanto presso le coste americane, ma anche presso quelle africane.

Didascalia.
A, Plectorhynchus gaterinus (Pomadasidi). Indopacifco. Giovane (era 9,5 circa) con striscie nere su fondo giallo. B, Pomacanthodes semicirculatus (Pomacantidi). Indopacifco. Giovane (cm 6 circa) con linee bianche su fondo blu.
Zanclus cornutus (Zanclidi). Indopacifico. A destra in basso, giovane Pomacanthodes. (Arch. Euraquarium, foto A. Masotti).
Fine didascalia.

P. arcuatus (Pesce angelo grigio)  pi grande (60 cm), grigio-bruno con una macchietta nera su ogni squama. Fino alla lunghezza di circa 7 cm i giovani di ambedue le specie sono neri con alcune fasce verticali gialle che in parte sono ancora visibili allo stadio subadulto.
Altri variopinti pomacantidi che fanno parte della stessa ittiofauna sono: Holacanthus tricolor (dobbiamo accettare il nome rock beauty = bellezza di roccia?) diffuso da Bermuda al Brasile, H. bermudensis (= isabelit) (Pesce angelo blu) e H. ciliaris (Pesce angelo regina), che hanno una distribuzione meno estesa; tutti e tre misurano una trentina di cm. Il primo di questi bei pesci si fa immediatamente riconoscere per il suo colore giallo vivo, su cui spiccano un ocello laterale nero (nei giovani) o un'ampia area quadrangolare nera (negli adulti). Gli altri due sono molto simili per la loro complessiva colorazione blu-verde; in H. ciliaris si osserva sulla nuca una macchia nera orlata e punteggiata di blu. I giovani sono blu scuri con alcune linee verticali bianco-azzurre.

(*) Tale identificazione  facilitata dalla serie di disegni che si trovano nel libro di Klausewitz (1975, p. 167, fig. 177. v. Bibliografia).


Mimetismi di diverso tipo.

Quando si considera la colorazione degli animali, il mimetismo desta sempre un particolare interesse:  impossibile non restare meravigliati di fronte all'incredibile rassomiglianza di molte specie, appartenenti ai pi varii gruppi zoologici, con l'ambiente circostante o con qualcuno degli elementi che ne fanno parte. Nel suo significato pi corrente e comprensivo, il termine mimetismo indica infatti la corrispondenza tra la forma del corpo e delle sue appendici (omomorfismo) o il loro colore (omocromismo) e le caratteristiche dell'ambiente in cui l'animale risiede. Da una tale corrispondenza risulterebbe un vantaggioso occultamento, per cui al mimetismo si suole attribuire una funzione difensiva. Tuttavia, per quanto riguarda le colorazioni mimetiche, non ci si pu fermare a questa semplice asserzione, sia perch in realt ci troviamo di fronte a diversi ordini di fatti, sia perch  indispensabile tener conto di alcune valutazioni critiche alle quali accenner pi oltre.
La colorazione crittica cio quella che nasconde (dal greco cripts = nascosto) pu manifestarsi in due modi:
1) la tinta dell'animale ripete quella circostante;
2) esistono sul corpo tinte contrastanti e disegni che sembrano rompere la figura dell'animale cos da ostacolare il riconoscimento non solo delle sue forme, ma della stessa sua presenza. In simili casi si parla di colorazione somatolitica (secondo l'etimologia greca si avrebbe uno scioglimento del corpo cio una separazione delle sue parti).
Dell'una e dell'altra modalit non mancano begli esempi fra i pesci che vivono tra le formazioni madreporiche; per lo pi si tratta di specie bentoniche, a comportamento pi o meno sedentario. Il mimetismo di un animale si esprime al massimo quando esso  fermo, poich il movimento compromette l'invisibilit e quindi la prevista protezione. Lungo le scogliere mediterranee abbondano le piccole bavose (Blennius), variegate di grigio, verde, bruno, bianco: le scorgiamo quando scattano rapidissime fra le alghe delle pozze, ma  difficile ritrovarle quando si arrestano, posandosi fra i vegetali o sulla roccia. La stessa cosa mi fu dato osservare ripetutamente percorrendo le petraie del Medio Oriente, dove scorazzano rettili del genere Agama e insetti del genere Eremiaphila: gli uni e gli altri sembrano letteralmente scomparire quando si fermano immobili fra i ciottoli, eludendo le ricerche dello sconcertato zoologo.
Per accennare qui ad alcuni pesci tropicali che sono mimetici nel senso pi classico, si pu cominciare col pesce di Mos: fu dato questo strano nome al Pardachirus marmoratus, che fa parte della famiglia delle sogliole (Soleidi) e quindi ha corpo piatto con entrambi gli occhi sul lato destro. Secondo una leggenda esso deriva da un pesce che si spacc in due quando le acque del mar Rosso si separarono per lasciar passare gli ebrei durante il loro esodo dall'Egitto. Nel detto mare il pardachiro  assai comune negli spazi sabbiosi che stanno fra le masse coralline. La sua tinta  decisamente mimetica (giallo, bruno, nero e bianco sono variamente frammisti) e pu modificarsi con eccezionale prontezza - diventando pi o meno chiara e pi o meno macchiata - cos da uniformarsi sempre al fondale su cui l'animale si adagia o si seppellisce: il gioco dei cromatofori  fulmineo, non appena sia necessario. Ci non toglie che il pesce allarmato, ad esempio per l'avvicinarsi di un Homo subaqueus, provveda subito ad un occultamento radicale, scomparendo nella sabbia con agili mosse. Quello del pardachiro e di tutti gli altri pesci piatti, cio Pleuronettiformi (Rombi, sogliole, ecc.)  un omocromismo non accompagnato da particolarit di forma, ossia da omomorfismo. In altri casi - e ne indicher subito due tra i pi significativi - entrambi i fenomeni coesistono in modo da determinare una mimetizzazione quanto mai spinta.
La Sinanceia (Synanceja verrucosa)  uno scorpenide di trista fama per le sue capacit velenifere, che verranno trattate in un successivo capitolo. Il nome usuale di pesce pietra conviene perfettamente a questo animale, che suole dimorare immobile sui fondali: sembra di scorgere (quando lo si pu scorgere) non un pesce bens una pietra con tanto di scabrosit e di rivestimento algoso che nascondono perfettamente l'animale. Visitai tempo fa una mostra i cui organizzatori avevano avuto l'ottima idea di presentare una fotografia di Sinanceia tracciandovi sopra alcune linee che permettessero all'ignaro osservatore di capire quale fosse il contorno del corpo e dove si trovassero gli occhi, la bocca e le pinne. Interessante  il fatto che, come accade in altri pesci della stessa famiglia, la pelle subisce un periodico rinnovamento; essa perde la sua cuticola superficiale, che talvolta viene eliminata intera, tutta in una volta. Pu darsi che questa... purificazione serva a rimuovere alghe e parassiti.
Anche altre specie di Scorpenidi si uniformano molto bene alle caratteristiche del fondo, come del resto dimostrano le Scorpene (o scorfani) del Mediterraneo.

Didascalia.
Pomacanthodes imperator (Pomacantidi). Indopacifico. Accanto, madrepora del gen. Seriatopora; in alto, un Acanthurus. (Arch. Euraquarium, foto A. Masotti).
Fine didascalia.

Il secondo caso che desidero menzionare  assai noto. Pur avendo incontrato il protagonista fra le alghe littorali del mar Rosso, mi rammarico di non averlo veduto in uno dei suoi ambienti pi tipici: i sargassi galleggianti dell'Atlantico. Si tratta di Histrio histrio, tozzo e goffo come tutti gli Antennaridi e a distribuzione circumtropicale. Esso  frequente tra le fronde dei predetti vegetali, dove la sua mimetizzazione  veramente egregia e deriva sia dalle macchie e variegature brune e biancogiallastre, sia dalle appendici cutanee distribuite sulla pelle, sia dalla strana forma dell'animale, che passa facilmente inosservato anche perch i suoi movimenti sono scarsi e lenti.
Veniamo ora alle colorazioni somatolitiche, grazie alle quali la completezza dell'animale sfugge perch esso sembra rotto da linee, macchie, ecc. che ne alterano pi o meno i contorni, cos da celarlo alla nostra vista soprattutto quando sosta su un abituale sfondo. Questo pu essere costituito addirittura dalla selva di lunghi e neri aculei dei Diadema, che sono tipici ricci di mare tropicali. Sembra strano che alcuni pesciolini gradiscano rifugiarsi fra essi. Eppure i singolari Centriscus e Aeoliscus - al pari di qualche altro animaletto meno aberrante, come Cheilodipterus bipunctatus - si trattengono a gruppi fra le spine dei loro involontarii ospitatori, rimanendo immobili col corpo verticale e il capo ingi. Questi pesci risultano indistinguibili perch non si scorgono che le loro linee longitudinali, assimilabili alle spine a cui risultano parallele. Tra i reefs del mar Rosso  comune Parapercis hexophthalma, che ricorda i trachini mediterranei; si arresta spesso sulla sabbia, assumendovi una scialba tinta bianco-grigia, vistosamente interrotta da alcune macchie nere allineate sui fianchi e da una grande macchia nera sulla pinna codale: la prima volta che osservai queste macchie a breve distanza da me, non mi accorsi subito... che esse facevano parte di un pesce.
Secondo H.B. Cott, uno zoologo inglese che molto si occup dei colori degli animali, le maschere oculari pi perfezionate sono quelle di varii pesci delle scogliere dell'oceano Indiano: Queste parole alludono certo ai chetodonti, in molte specie dei quali  ben evidente un'area nera presso l'occhio o una fascia verticale che lo attraversa. A proposito di chetodonti, non voglio tacere un frequente asserto che mi ha sempre lasciato perplesso: l'ocello nero che spicca sulla parte posteriore di Chaetodon capistratus - comune specie dell'Atlantico occidentale - servirebbe ad ingannare i predatori i quali, considerandolo come un occhio,
scambierebbero la parte anteriore e posteriore del corpo! Ritengo che questo sia un caso di colorazione somatolitica, che non richiede particolari (e forse ridicole) interpretazioni.
Ed ecco un secondo ordine di fatti: le similitudini non tra gli animali e quanto li circonda, ma tra animali di specie diverse, anche se prive di una stretta affinit sistematica. La rassomiglianza  manifestata dal colore e dalla forma, ossia dall'aspetto complessivo poich l'uno e l'altra si ripetono cos da determinare una fisonoma globale per cui tali animali possono venire facilmente confusi. Si riscontra un tal fatto non solo fra i pesci ma anche fra organismi appartenenti ad altri gruppi zoologici, ad esempio fra gli insetti. Si distinguono imitati (o modelli) e imitatori i quali vengono ad essere avvantaggiati per questo o quel motivo.
Le prime osservazioni in proposito si devono ad un naturalista-
esploratore inglese dello scorso secolo: H.W. Bates (*). Nelle foreste del Sud America egli constat come certe farfalle (Eliconie, famiglia Ninfalidi) non venissero predate a causa del loro sapore acre e disgustoso;
diverse farfalle di altre famiglie, prive di un tal mezzo chimico di difesa, erano per cos simili alle eliconie da venire confuse con queste e perci risparmiate. In seguito si ravvisarono casi analoghi. Ad esempio, la livrea di una bella ma non appetibile farfalla africana (Danaus chrysippus) si ritrova nei suoi tratti fondamentali in alcune specie commestibili che vivono nelle stesse regioni ed appartengono a svariate famiglie (Papilioni- di, Acreidi, Ninfalidi, Licenidi). Si  dunque riconosciuto un particolare tipo di mimetismo: l'animale imitatore  mimetico rispetto a quello imitato. In onore di Bates fu creata la dizione di mimetismo batesiano a cui corrisponde il termine inglese mimicry. Del
fenomeno si occuparono parecchi zoologi non soltanto con intenti descrittivi, ma soprattutto allo scopo di vagliare i rapporti fra le specie interessate, anche su basi statistiche; una maggior frequenza del modello rispetto all'imitatore non sembra essere un fatto generale, come fu asserito.
Una simile frequenza apparve tuttavia rilevante nel caso di una coppia ripetutamente osservata negli oceani Indiano e Pacifico. Essa  formata dal tetraodontide Canthigaster valentini e dal monacantide Paraluteres pronorus. Questi piccoli pesci, molto simili per aspetto e dimensioni, sono entrambi biancastri con alcune vistose bande nere. Poich il primo di essi  dotato di propriet tossiche e quindi  evitato dai predatori, il secondo si avvantaggia della rassomiglianza. Individui delle due specie nuotano insieme fra i coralli, ma i Canthigaster sono pi numerosi.
Meiacanthus nigrolineatus ed Ecsenius gravieri, due blennidi viventi nel mar Rosso, sono quanto mai simili per forma, colore e dimensioni, ma solo il primo di essi  fornito di due robusti denti mandibolari; questi sono scanalati e convogliano, all'atto del morso, il secreto tossico prodotto dalla ghiandola situata alla base di ciascun dente (V. fig. a pag. 202); se ne riparler a proposito dei pesci veleniferi. L'inerme Ecsenius trae vantaggio dalla sua qualit di imitatore.
 naturale che simili denti scanalati evochino le temute armi di molti serpenti. Alcuni di questi, riuniti in una famiglia a s (Idrofidi) vivono esclusivamente in mare (oceani Indiano e Pacifico) e sono velenosi, uccidendo le prede col loro secreto
altamente tossico. In Platurus colubrinus (e altre specie) il corpo  anellato di nero, cos da presentare una spiccata rassomiglianza con Myrichthys colubrinus cio con un pesce anguilliforme della famiglia Ofictidi, che abita gli stessi mari. Uno zoologo danese, Th.Mortensen, il quale osserv questi due animali su un fondale fangoso delle Molucche, afferm che essi sono cos simili nel colore e nella forma che anche un esperto ittiologo non oserebbe dire, senza un esame da vicino, se ha davanti a s il pesce o il serpente.
Non mi risulta che fino a epoca molto recente si conoscesse una coppia di pesci diversissimi eppure capaci di passare per imitato e imitatore: uno di essi rassomiglia all'altro solo temporaneamente, cio quando assume una particolare posizione. Nel 1979 una casuale osservazione nelle vasche dello Steinhart Aquarium di San Francisco rivel il comportamento di un magnifico percoide tropicale: Calloplesiops altivelis della famiglia Plesiopidi. Poco dopo se ne ebbe conferma su una barriera corallina delle isole Comore. Numerose, piccole macchie bianche o celesti sono sparse su tutto il corpo e sulle pinne, che sono molto ampie; sulla dorsale spicca un ocello nero rotondo. In caso di allarme il percoide si infila in una cavit di roccia o di corallo, penetrandovi col capo; la parte posteriore del corpo sporge dal riparo con le pinne ripiegate; l'ocello dorsale resta per evidente e simula l'occhio. Ne risulta un'incredibile similitudine con una testa di murena, sporgente dal suo nascondiglio col normale e poco rassicurante aspetto che sconsiglia i contatti. Si tratta in particolare del murenide Gymnothorax meleagris, che naturalmente vive negli stessi mari.
Nel curioso fatto sopra descritto si ravvis - bench esso si verifichi senza continuit - un caso particolare di mimetismo batesiano e si vuole che il Calloplesiops riesca a condurre una pi tranquilla esistenza presentando sia pure a intermittenza l'immagine dell'insidiosa murena.
Diverse altre coppie batesiane furono indicate sia fra i pesci marini sia fra quelli d'acqua dolce, ma non sempre risultano ben chiariti gli effettivi rapporti fra imitato e imitatore. Certo  che un tal tipo di imitazione -non appare costantemente legato a una necessit di protezione: la finalit pu essere tutt'altra, ad esempio una pi facile ricerca del cibo da parte dell'imitatore.
A questo proposito viene spesso citata una coppia ormai famosa, costituita da un labride (Labroides dimidiatus) e un blennide (Aspidontus taeniatus), entrambi diffusi in ambienti corallini dal mar Rosso all'Oceania. Essi presentano una grande rassomiglianza per la statura (una decina di centimetri), la forma (corpo piuttosto slanciato, con i profili superiore e inferiore quasi diritti) e il colore (blu con una larga fascia nera che decorre dal muso alla pinna codale e si estende su questa):  facilissimo scambiare una specie con l'altra. Il labride  il famoso pesce pulitore di cui dir in seguito, limitandomi qui a notare che esso si comporta da benefattore di altri pesci perch asporta i parassiti dalla loro pelle. Il blennide  l'animale che trae vantaggio dalla sua condizione di imitatore: esso non ripulisce affatto gli altri pesci, ma anzi li danneggia perch
con i suoi robusti denti asporta pezzetti di pinne e di cute per cibarsene.

Didascalia.
A, Labroides (Labridi). B, Aspidontus (Blennidi). Indopacifico. Notare la diversa sagoma del muso e della pinna dorsale, la diversa posizione delle pinne ventrali, i due grossi denti sulla mandibola di Aspidontus (C).
Fine didascalia.

 evidente come la somiglianza di aspetto serva a questo blennide non per assicurarsi una difesa, ma per meglio aggredire altri pesci e nutrirsi a loro spese. Si aggiunga che quando si avvicina alle vittime, l'Aspidontus smette di nuotare con ondulazioni da blennide e si comporta da labride, nuotando quasi rigido con battiti delle pinne pettorali.
Occorre per dire che non sempre esso riesce nel suo intento. Anzitutto pu venire prontamente scacciato dal labride (che del resto fa altrettanto con i suoi simili), se questo si aggira nelle vicinanze. Inoltre si  osservato che in presenza del blennide i pesci pi grossi cercano di allontanarsi, mentre quelli pi giovani e... inesperti lasciano all'aggressore maggiori probabilit di successo. E questo uno dei casi in cui l'attento esame dei fatti ci ammonisce a frenare certi entusiasmi sia pure giustificati.
D'altronde se esaminiamo con attenzione un Labroides e un Aspidontus non tardiamo a scoprire le differenze: nell'Aspidontus  molto pi nera la pinna dorsale e il muso  prominente oltre la bocca, aperta la quale si scorgono due grossi e acuti denti sulla mandibola.
Le osservazioni intorno alle farfalle delle foreste sud-americane condussero a definire un altro tipo di mimicry denominato mlleriano in onore del tedesco Fritz Mller che ebbe ad occuparsene. Egli rilev che a Bates era sfuggita la non rara rassomiglianza fra due specie di eliconie che sono ambedue modelli. Accade dunque che specie coesistenti nelle stesse regioni (cio simpatrie) e negli stessi ambienti (cio sintopiche) siano tra loro cos simili, da potersi perfino confondere. Non  possibile un'interpretazione in senso batesiano, non essendovi imitatori avvantaggiati per l'uno o l'altro motivo. Secondo Mller le notevoli analogie di forma e di colore sono utili a entrambe le specie della coppia, in quanto le perdite dovute ai predatori vengono ripartite fra tutte e due. La scarsit di precise documentazioni relative ai pesci si deve non solo alla difficolt di separare chiaramente il mimetismo batesiano e mlleriano, ma al riconoscimento che le predette analogie sono probabilmente spiegabili con fenomeni di parallelismo evolutivo o come espressioni di rapporti filogenetici.

(*) Henry Walter Bates (1825-1892), nato a Leicester, visit l'Amazzonia dal 1848 al 1859 e vi raccolse quasi 15 mila specie di animali, in gran parte insetti. Il suo libro The naturalist on th river Amazon (Londra, 1863; altre edizioni seguirono) costituisce una miniera di notizie su quell'ambiente tropicale, allora quasi del tutto vergine.


Variet di fatti e di interpretazioni.

In un gran numero di pesci tropicali i colori sembrano messi apposta per escludere qualsiasi occultamento ed anzi  tale l'evidenza in cui essi pongono l'animale, da risolversi pi in mezzi reclamistici che in mezzi per nascondersi alla vista. Simili colori sono dunque il contrario di quelli crittici e vengono contrapposti ad essi con la qualifica di sematici: poich questo termine deriva dal greco sma che significa segnale o indicazione,  chiaro che gli zoologi riconoscono ai colori sematici lo scopo di richiamare l'attenzione. Non si tratta, naturalmente, di semplici esibizionismi per soddisfare il nostro senso estetico!
In alcuni casi, si vuole che tinte e disegni servano al richiamo sessuale, ossia favoriscano l'incontro dei maschi e delle femmine di una stessa specie ed assicurino cos l'isolamento riproduttivo evitando ibridazioni. Ci accade forse nei chetodonti, che si vedono spesso nuotare a coppie. In altri casi - rilevabili in pesci di abitudini gregarie - esiste qualche particolare cromatico ben visibile, a cui viene attribuita una funzione di contrassegno di gruppo. Tra i reefs del mar Rosso vagano fitte schiere di Caesio lunaris; questi percoidi sono azzurro-argentei ed hanno la pinna codale ben forcuta, sulla quale risaltano le estremit nere dei due lobi. La coesione del gruppo sarebbe facilitata da questi punti neri, dai quali esso appare costellato perch tutti i numerosissimi individui ne recano due situati, come si  detto, all'estremit della coda.
Quando la colorazione mira effettivamente non ad attirare ma a respingere, essa viene definita ammonitrice o di avvertimento (o, per usare il termine scientifico, aposematica) perch vuole distogliere i nemici da aggressioni che tornerebbero a tutto loro danno in quanto l'animale vistosamente colorato dispone di efficaci mezzi di offesa e di difesa. Non saprei additare un migliore esempio di quello offertoci dagli scorpenidi dei generi Pterois e Dendrochirus, che sono forniti di acute spine velenifere, ma sfoggiano colori assai belli e appariscenti. E stata ritenuta aposematica anche la colorazione di alcune specie di tetraodontidi (Pesci palla) notoriamente tossiche. Su questi pesci dovremo a suo tempo intrattenerci pi oltre, a motivo delle loro importanti caratteristiche negative.
La presente esposizione  stata molto succinta, ma probabilmente basta per dimostrare quale variet di fatti e complessit di problemi si prospetta a chi consideri i colori dei pesci o di altri animali senza trascurare qualche riflessione critica. Intorno ai fenomeni mimetici si  molto discusso, tentando di spiegarli secondo una visione finalistica oppure no. Quando ammiriamo le brillanti livree dei pesci corallini e nello stesso tempo riflettiamo sul mimetismo protettivo, ci sembra di cogliere inesplicabili contraddizioni: perch sugli stessi fondali vivono trigoni ben mimetizzati e altri che ostentano macchie del pi vivido azzurro? perch moltissimi scorpenidi sono invisibili o quasi, mentre altri sono adorni di cos vistose colorazioni?
Qualunque sia l'interpretazione preferita, resta il fatto che la rispondenza a volte molto accentuata dei caratteri esterni dell'animale con quelli del circostante ambiente esiste e non manca di valore protettivo: questa  la ferma convinzione di ogni field naturalist, cio degli studiosi che non limitano le loro osservazioni ai morti esemplari di museo, ma le estendono agli animali attivi nelle loro sedi e alle relazioni che intercedono fra gli animali medesimi o fra essi e l'ambiente.
La predetta ammissione non autorizza tuttavia a generalizzare i risultati di osservazioni particolari. Poich il problema dei predatori si affaccia continuamente, si pone un ovvio interrogativo: vedono essi come noi? hanno la nostra stessa percezione nei confronti delle possibili prede? Anche la retina dei pesci  dotata di due tipi di recettori, cio coni e bastoncelli. Dai coni, che nelle specie marine contengono una sostanza detta rodopsina, dipende la visione dei colori e perci essi sono molto pi numerosi nei pesci ad attivit diurna; inoltre, la loro presenza  rara nei selaci. I quali ultimi, notoriamente predatori, non sono tutti in grado di distinguere le colorazioni, mimetiche o no, che a noi appaiono con tanta evidenza. Anche presso i reefs si sono osservati attacchi a pesci mimetici, la cui protezione appare essenzialmente affidata non all'omocromismo, bens all'ambiente circostante ossia alla massa corallina ricca di nascondigli.
Se sono da farsi riserve nei riguardi delle colorazioni crittiche, anche pi discutibili sono quelle aposematiche. Resta a vedere, ad esempio, se
- a parte ogni problema di percezione cromatica da parte dei predatori - la tossicit dei pesci palla in rapporto all'Uomo esiste anche e riesce difensiva verso i predatori stessi: parrebbe di no, visto che essi sono comuni prede dei barracuda! La difficolt di interpretare le caratteristiche cromatiche dei pesci corallini si incontra dunque a ogni passo. Secondo un ittiologo francese, L. Bertin, pu darsi che questi colori siano perfettamente inutili e si siano conservati, senza venire eliminati dalla selezione naturale, solo grazie alla protezione offerta ai pesci corallini dal loro habitat cos particolare. Eppure non c' dubbio che le molteplici vie attraverso le quali si sono realizzati gli adattamenti evolutivi hanno interessato anche i colori, che si sono venuti differenziando e selezionando parallelamente agli altri caratteri non esclusi quelli relativi al comportamento. Un'estesa letteratura documenta quanto siano state discusse le colorazioni crittiche e sematiche: si sono descritti molti fatti, si sono prospettate diverse interpretazioni, si sono mosse critiche a tradizionali vedute, si  dimostrato come queste ultime non sempre reggano ad approfondite analisi. Non possiamo soffermarci qui su simili analisi e dobbiamo contentarci di avere molto rapidamente sfiorato alcuni problemi e fatti dei quali devono conoscere almeno l'esistenza tutti coloro che non si limitano a una superficiale visione del mondo marino tropicale.


LA VITA DEI PESCI CORALLINI.

 sciocchezza cercar filosofia che ci insegni la verit di un effetto meglio che l'esperienza e gli occhi nostri.
G. Galilei.

Forme e colori dei pesci corallini non bastano certo a definirne tutte le caratteristiche, n sono i soli motivi perch ad essi vada la nostra attenzione. Inseriti in un grandioso ecosistema, nell'ambito del quale agiscono secondo le loro esigenze e attitudini, questi organismi presentano una grande, insospettata variet di comportamento, di abitudini, di relazioni. A chi ne considera la biologia, essi rivelano singolari aspetti del mondo ittico, tanto pi meritevoli di essere riferiti in quanto si collegano a ricerche recenti, che hanno aperto la via verso nuove e pi vaste acquisizioni intorno alle preferenze ecologiche, ai rapporti fra predatori e prede, alle associazioni, alle dipendenze dai fattori fisici e chimici dell'ambiente, all'attivit riproduttiva e allo sviluppo.


Movimento e gregarismo.

Non sempre, osservando i pesci nel loro ambiente, ci si rende conto di quanto siano diverse le modalit locomotorie, cio di quanto sia errato il ridurle al consueto, tradizionale schema. Proprio da parte dei pesci corallini abbiamo un'ottima conferma della variabilit che si manifesta nei tipi di nuoto, in relazione alla molteplicit di forme e di strutture;  risaputa la dipendenza dei predetti tipi della conformazione del corpo e delle pinne, nonch dalla situazione e sviluppo di queste.
Anche tra le specie che vivono lungo le coste dei mari tropicali, ve ne sono molte che procedono secondo il pi classico metodo, cio con battiti laterali della coda e relativa pinna. Ma a quelle che si trovano in pi immediato contatto con i coralli,  necessario manovrare con precisione, sia per nascondersi, sia per un'attenta ricerca del cibo e conseguente cattura: l'uso della pinna codale  quindi pi limitato, con meno energici battiti, mentre altre pinne entrano in azione. I Chetodontidi, i Labri di e gli Acanturidi, ad esempio, nuotano soprattutto con sincroni movimenti delle pettorali. In altri pesci  venuta meno la flessibilit del corpo:  questo il caso dei Balistidi e degli Ostraciontidi, che usano le pinne dorsale e anale: queste sono collocate in posizione opposta e si muovono rapidamente. Altrettanto fanno i Tetraodontidi, nei quali per intervengono anche le pettorali.
Negli Anguilliformi si osserva una condizione contraria ed estrema in fatto di meccanica locomotoria: il corpo molto lungo e flessibile procede con ondulazioni serpentine e le pinne possono restare pressoch inattive. La loro riduzione, quale si osserva nelle murene, rientra fra le caratteristiche adattative. Questi pesci si insinuano agilmente anche in ristrette cavit e a tal fine sono avvantaggiati dalla pelle spessa, viscida, priva di squame e dalla riduzione dei pezzi opercolari e delle pinne, che sarebbero di ostacolo alle manovre. Anche gli Ofictidi sono bene adattati al loro genere di vita: anzich compresso come nelle murene, il loro corpo  cilindrico e in molti casi addirittura vermiforme. In gran parte delle specie l'apice codale  libero, cio non orlato dalla consueta confluenza delle pinne impari, e il tegumento  alquanto indurito: ci facilita la penetrazione nei fondi molli, ove l'animale comincia con l'inserire la coda.
Altre particolarit locomotorie si osservano in non pochi pesci che conducono un'esistenza bentonica. Diversi Scorpenidi, poco attivi, si muovono a balzi sul fondo: la Sinanceia, ad esempio, compie in tal modo i suoi spostamenti di limitata entit. Pi singolare  per il procedere degli Antennarii, veramente aberrante trattandosi di pesci. Questi strani animali camminano sul substrato a guisa di quadrupedi (sono stati paragonati a rospi o a conigli): le pinne ventrali agiscono da zampe anteriori, quelle pettorali da zampe posteriori. Valendosi di queste ultime pinne, che sono pi robuste, l'antennario balza in avanti per ricadere subito sulle ventrali. Si pu sorvolare qui sul lento nuoto degli Ippocampi o cavallucci marini, facili da vedere negli acquarii: il loro corpo  tenuto verticale e avanza con rapidissimi battiti della pinna dorsale. La nostra attenzione, nei mari caldi,  piuttosto volta ai Centriscidi - sistematicamente non lontani dagli ippocampi - inconfondibili per il corpo ben corazzato e cos compresso da parere una lama di temperino. Questi pesciolini sogliono trattenersi fra le lunghe spine dei ricci di mare del genere Diadema, restando immobili con la testa ingi; sono quindi notevolmente occultati e protetti, perch la banda nera che decorre lungo il fianco si confonde con gli aculei del riccio. I Centriscidi lasciano ogni tanto il loro ospitatore e se sono allarmati nuotano in posizione orizzontale, con battiti delle piccole pinne. Un pesce ben diverso e ben pi
grande ha pure l'abitudine di restare immobile, con impercettibili moti delle pinne:  la Fistularia, che per non si preoccupa di farsi vedere ed  simile a un'asta orizzontale, ben discosta dal fondo.
Chi consideri lo sviluppo delle pinne pettorali negli Pterois pu pensare che il nome di volitans - assegnato a una delle specie pi grandi - sia meritato: non  cos. Questi scorpenidi non volano affatto: in ogni caso, possiamo paragonarli a strane farfalle subacquee che ci passano accanto agitando le ampie e screziate pinne come fossero ali. I veri pesci volanti (Exocetidi) fanno parte della fauna tropicale pelagica e non hanno nulla a che fare con l'ambiente corallino. Poich ivi non mancano i Raiformi, torna a proposito ricordare che anche in questi le pettorali sono molto grandi e costituiscono il basilare mezzo di propulsione, sia che l'animale strisci sul fondo, sia che nuoti in acque libere, come la Manta. Altri pesci che utilizzano le pettorali sono i perioftalmi durante i loro spostamenti fuor d'acqua, gi riferiti in un capitolo precedente.
Movenze molto agili hanno i Blennidi che guizzano fra i
coralli o sulle rocce parzialmente emerse; il loro corpo si flette in senso orizzontale, in modo variabile a seconda delle circostanze. Si sono rilevate differenze tra le modalit locomotorie delle specie domiciliate sulle rocce intertidali e quelle che, come i Meiacanthus, restano pi vincolate alle madrepore.
L'ittiofauna delle barriere coralline e degli atolli viene periodicamente arricchita in seguito all'arrivo di pesci migratori, come Carangidi e Sgombridi, diverse specie dei quali durante l'estate si portano verso acque pi temperate che allora sono pi ricche di plancton. Spostamenti stagionali di pi limitata ampiezza sono compiuti anche da altri pesci, come i barracuda che li effettuano, ad esempio, lungo ambedue le coste della Florida. In ogni modo, i fenomeni migratorii rimangono estranei ai pesci corallini bentonici, che di regola sono stazionarii e - in ciascuna localit - formano una comunit stabile alla quale si aggiungono, regolarmente o no, specie estranee.
Parecchi pesci corallini (Gobidi, Blennidi, Canthigaster, ecc.) trascorrono tutta la loro vita in uno spazio assai ristretto, ove trovano nascondigli e cibo. Con l'attaccamento a tale spazio si connette una pi o meno spiccata tendenza (homing) a ritornarvi sempre. Facilmente verificabile  la sedentariet della Sinanceia, che per non breve tempo soggiorna immobile nello stesso posto. Sedentarie sono pure le murene ed i grossi serranidi (Epinephelus e generi affini). A chi pratica attivit subacquee  noto che il medesimo individuo pu essere ritrovato in un quasi invariabile domicilio.
All'istinto territoriale si accompagna spesso quello di difesa dello spazio considerato proprio, mediante una pronta azione intesa a scacciare gli intrusi, anche se appartenenti alla stessa specie. Simili tendenze battagliere sono manifestate dai Pomacentridi e non solo da quelli (Amphipriori) associati alle grandi attinie. Me ne diedero una convincente prova i numerosi Stegastes nigricans veduti in mar Rosso. Questi pesci - la cui presenza in quel mare rest a lungo ignota - misurano una decina di centimetri ed hanno colore bruno con una larga zona pi chiara nel mezzo dei fianchi. Ne ricevetti un'impressione di decisa aggressivit, poich si avvicinavano rapidi ed insistenti in piccoli gruppi, cos da non lasciare dubbi sull'inopportunit del mio ingresso nel loro territorio.
In fatto di sedentariet riescono di particolare interesse le anguille dei giardini (garden eels), che spiace dover indicare con un pi astruso nome: Eterocongridi (ossia gronghi diversi). Si tratta di una famiglia di sottili anguilliformi, il cui apice codale di solito non  contornato da pinna. I loro costumi sono stati descritti in articoli che illustrarono questi strani giardini... a base di pesci, cio le distese di sabbia ove stanno infitti a centinaia gli Eterocongridi. Questi penetrano nella sabbia con l'estremit posteriore, acuta, e ne sporgono verticalmente con una buona parte (3/4 circa) del corpo; essa viene tenuta eretta, curvata avanti in direzione della corrente, e compie movimenti ondulanti in rapporto con la cattura del cibo. Queste numerose popolazioni che animano i fondali diventano invisibili quando - soprattutto di notte - gli animali si
ritraggono completamente, ciascuno nel proprio buco. Si conoscono diverse specie di anguille dei giardini, spesso scoperte in epoca recente e in localit lontane fra loro. Gorgasia sillneri  propria del mar Rosso; nel golfo di Aqaba popola fittamente le distese di sabbia con vegetazione a piccole profondit (3-10 m). Al pari di G. maculata (oc. Indiano) non misura che una trentina di cm, mentre G. japonica raggiunge una lunghezza doppia. Vivono in Atlantico Nystactichthys halis (Florida, Bahamas, mar Caraibico, Canarie) e Taenioconger longissimus (Madera).
Gli Eterocongridi inducono ad aprire il discorso sul gregarismo. La vita in branchi, che possono essere formati da un numero molto grande di individui, ha richiamato l'attenzione degli studiosi soprattutto da alcuni decenni. In rapporto ad essa si pongono svariati problemi e ce ne rendiamo facilmente conto osservando i fitti stuoli cos frequenti nei mari tropicali. La socialit compare con gradazioni diverse; non manca nei pesci bentonici, ma  ancora pi palese in quelli a fisionomia pelagica o - se proprio non vogliamo riferirci all'alto mare, come l'aggettivo pelagico potrebbe suggerire - nectonica. Dal trovarsi in branco i pesci traggono protezione e vengono avvantaggiati a scopi riproduttivi.
Classici esempi di pesci gregarii sono i Clupeidi, Aterinidi, Emiranfi- di, Carangidi, Sgombridi. Spiccate abitudini gregarie hanno gli Haemulon adulti; nel mar Caraibico si possono incontrare stuoli fittissimi che si aggirano come masse compatte. Aggregati notevoli, anche se non cos cospicui, formano non di rado i Myripristis, Pempheris, Platax, Heniochus: questi animali si osservano ora in piccoli gruppi, ora in schiere numerose. Altrettanto  da dirsi per le aquile di mare (Miliobatidi), delle quali furono segnalati grandissimi branchi.
Il gregarismo pu essere soltanto temporaneo, come si verifica negli sgombridi che si riuniscono all'epoca riproduttiva: il tonno costituisce un classico esempio. In tale epoca tendono a raggrupparsi anche gli scorpenidi del genere Pterois, come hanno dimostrato le belle ricerche di Fishelson (1975) nel golfo di Aqaba (mar Rosso). In altri casi il gregarismo si manifesta solo allo stato giovanile o per lo meno  pi accentuato: nei Pomacentridi, come gli Abudefduf, gli adulti vivono pi solitarii o comunque non formano rilevanti aggregati. Sarebbe facile moltiplicare gli esempi. Gli individui che vivono insieme sono di regola della medesima et e quindi hanno una statura assai uniforme. Talvolta essi appartengono a specie diverse, cos da formare consistenti aggregati polispecifici come le schiere di Anthas e Chromis che animano gli ambienti corallini del mar Rosso.
Recenti studi sul comportamento sociale e l'ecologia dei Chetodontidi hanno dimostrato che questi pesci ora vivono isolati, ora in coppie conspecifiche, ora in gruppi formati da individui appartenenti a una sola o a diverse specie. Simili modalit non risultano specifiche: Chaetodon auriga, ad esempio, si osserva pi frequentemente a coppie ma talvolta  solitario. Sembra che gli individui di una determinata specie non si comportino in ugual maniera in tutte le localit, ma presentino - a seconda di queste - una minore o maggior tendenza verso l'isolamento o verso un pi o meno accentuato gregarismo. Restano da indicare pesci a
tendenza antisociale: le murene, le fistularie, i grossi serranidi e scaridi, i tetraodontidi conducono un'esistenza decisamente solitaria.


Attivit diurna e notturna.

Uno dei fatti pi singolari per coloro che per la prima volta prendono diretta conoscenza delle barriere coralline  il cambiamento che in esse si verifica al calar della notte. Sugli stessi scenarii compaiono creature ben diverse: la loro attivit - regolata da un definito ritmo nictemerale - si svolge di notte. Soltanto durante le ore di oscurit - procedendo alla visita della barriera muniti di opportuni mezzi di illuminazione - possiamo scorgere una serie di pesci e di invertebrati. Tra questi ultimi, l'osservatore noter anzitutto i coralli che sbocciano cio espandono i polipi; alla loro superficie stanno posati - simili a fiori anche pi grandi e variopinti - gli eleganti e delicati crinoidi, mentre i grossi ofiuroidi come Astroboa espandono le ramificatissime braccia; nei mari indopacifici fuoriescono dai nascondigli anche gli Asthenosoma, echinoidi temibili per i loro aculei veleniferi.
I pesci notturni sono molto meno numerosi di quelli che sono attivi durante il giorno. Hanno occhi generalmente grandi, con retina dotata di un minor numero di coni. La sostituzione tra specie diurne e notturne, e viceversa, ha luogo verso il tramonto e poco prima dell'alba, talvolta a ore pressoch fisse. Riesce quindi possibile la coesistenza nella medesima area, senza problemi di competizione interspecifica. Il Museo di Storia Naturale di Los Angeles pubblic (1972) interessanti studi in proposito, relativi alle attivit che studiosi americani svolsero nel quadro del Progetto Tektite I (1969: due mesi di lavoro subacqueo) e Tektite II (1970: sette mesi). Queste missioni, che conseguirono notevoli risultati, furono effettuate alle isole Vergini (Antille) presso Porto Rico, in una zona ricca di fauna distribuita sui coralli e nei vicini ambienti (sabbie, praterie, ecc.). Nei laboratorii sommersi, a 15 m di profondit, gli studiosi ebbero ottime condizioni per il loro lavoro e poterono riunire copiosi dati del pi alto interesse intorno alla biologia dei pesci corallini.
In tutto o in gran parte notturna  l'attivit delle Murene, degli Pterois, dei curiosi Anomalopidi, dotati di grandi fotofori suboculari, e dei Pempheris. Parecchi pesci notturni sono rossi: Holocentrus, Myripristis, Priacanthus. Alle Bahamas si osserv che P. cruentatus  attivo di giorno quanto il cielo  molto coperto. Per la loro tinta rossa, molti Apogonidi vengono detti pesci cardinali; decisamente notturne sono diverse specie come A. affinis, A. maculatus e altri nell'Atlantico occidentale, A. fleurieu nella regione indopacifica. Questi pesci prosperano soprattutto sulle barriere coralline e possono essere dominanti. Crepuscolari o notturni sono alcuni Mullidi; anche i Lutiani e gli Haemulon svolgono soprattutto di notte la loro attivit di predatori. Nelle acque delle Antille i pesci cofano furono visti aggirarsi tra i coralli in qualsiasi ora, ma in particolare durante quelle di oscurit; in base alle personali osservazioni, potrei ripetere la stessa cosa nei riguardi del mar Rosso. Di giorno i pesci notturni si rifugiano in nascondigli diversi a seconda delle specie.
Tra i pesci corallini con costumi senz'altro diurni sono da menzionarsi le Sfirene, i Chetodonti, i Labridi, gli Scaridi, gli Acanturidi. Vario  il loro comportamento durante la notte. I pesci dormono meno degli altri vertebrati e meno profondamente. In molti casi sono i coralli a offrire un ottimo riparo, ma alcuni animali come diversi Labridi - preferiscono occultarsi nella sabbia. Scari e acanturi nelle ore notturne si riposano sul fondo, in uno stato di sonno o di torpore; si legge che in queste condizioni gli scari possono essere presi in mano! Curioso  il fatto che alcuni di essi si avvolgono in uno strato di muco, secreto da apposite ghiandole situate sugli opercoli. Un simile involucro  prodotto anche da certi Labridi dell'Atlantico occidentale; si ritiene che serva di difesa contro eventuali predatori notturni.


Associazioni.

In comunit come quelle dei pesci tropicali  naturale il presentarsi di associazioni che costituiscono salienti caratteristiche delle specie implicate; di alcune di esse gi si  detto. Le associazioni possono essere con altri pesci o con invertebrati. Diversi pesci corallini hanno da tempo incuriosito gli acquariofili per la loro simbiosi con questo o quell'organismo e perci, come in altri casi,  desiderabile ampliare le conoscenze che siano rimaste troppo generiche. La simbiosi pu assumere aspetti varii: ora si tratta di mutualismo, ora di inquilinismo e non  escluso il parassitismo. Non  sempre facile attribuire all'uno o all'altro caso i fatti associativi che qui interessano.
I rapporti dei Nomeus con le fisalie e quelli, pi noti, dei Naucrates con gli squali e delle remore con questi stessi pesci ed altri grossi animali concernono la fauna pelagica, anche se pu accadere di osservarli in prossimit dei reefs.  normale, invece, imbattersi in un particolare tipo di simbiosi mutualistica che  propria di questi ambienti, cio l'associazione fra i pulitori ed i loro clienti. La qualifica di pulitori si addice molto bene ad alcuni pesci e invertebrati che ripuliscono altri pesci dai parassiti insediati sulla pelle o in cavit di facile accesso. I pesci pulitori vivono essenzialmente lungo le coste tropicali, per lo pi solitarii o a coppie. I loro vivaci colori sembrano messi apposta per reclamizzarli e per segnalare ai clienti la possibilit di apprezzati servigi. Pulitori classici sono i labridi del genere Labroides, caratterizzato come segue.
Corpo compresso, con profili dorsale e ventrale poco diversi, quasi diritti. Bocca piccola; labbro inferiore diviso in due lobi prominenti.
Entrambe le mascelle sono fornite di due denti anteriori pi sviluppati. Capo in buona parte privo di squame. Linea laterale non interrotta. Pinna dorsale con nove raggi spiniformi e 11-12 flessibili. Codale con margine posteriore diritto o poco convesso. Statura piccola, di solito inferiore a una decina di centimetri.
Si conoscono cinque specie, tutte indopacifiche. La pi nota - ormai frequente negli acquarii -  L. dimidiatus, diffuso dal mar Rosso alla Polinesia. Possiede 52-54 squame lungo la linea laterale ed  facilmente riconoscibile per il bel colore blu (pi vivace nei giovani) con una larga banda nera lungo tutto il fianco. Si contano solo 28 squame sulla linea laterale delle altre specie: L. bicolor (oceano Indiano e Pacifico), L. phthiriophagus (Hawai), L. rubropunctatus (Polinesia), L. pectoralis (Pacifico occ.).
Questi pesciolini sono tipici abitanti delle barriere coralline dove ricercano clienti ai quali sogliono appressarsi compiendo strani movimenti paragonabili a una danza. Parecchie specie di pesci sono oggetto delle cure da parte dei labroidi, la cui opera si attua spesso in determinati siti (stazioni di ripulitura), dove i clienti si arrestano, manifestando talora un notevole cambiamento di colore durante la visita. I Priacanthus e i Mullidi del genere Parupeneus sono tra i pesci in cui si  constatato un simile inspiegabile fatto. Non di rado, per, pulitore e ripulito continuano entrambi a nuotare nel corso dell'operazione che li tiene temporaneamente uniti; mi accadde di scorgere una grossa Coris aygula che nuotava regolarmente mentre un L. dimidiatus era all'opera sul suo fianco. I pesci pulitori penetrano anche nella cavit boccale (non temono neppure le grosse murene, che sostano tranquille a bocca aperta) e nelle camere branchiali, a condizione beninteso che il partner sia di sufficiente grandezza. Gli ectoparassiti rimossi da queste cavit e dalla pelle costituiscono una fondamentale risorsa alimentare; non solo vi si aggiungono muco e particelle di tessuto cutaneo, ma anche minuti organismi planctonici che il labroide cattura con la piccola bocca negli... intervalli di riposo.
Gli altri pesci pulitori comprendono anzitutto un gruppo di Labridi, che svolgono tale attivit in maniera abituale oppure saltuaria. Larabicus quadrilineatus (Mar Rosso, golfo di Aden) e Diproctacanthus xanthurus (Oceania) si comportano da pulitori soprattutto allo stato giovanile; i polipi dei coralli contribuiscono alla loro alimentazione. Non hanno stazioni di servizio fisse, ma vagano qua e l, rendendosi dunque utili ai pesci pi sedentarii: servizio a domicilio! In
rapporto alla funzione ripulitrice essi si trovano quindi a un livello evolutivo pi basso rispetto ai Labroides.
Labridi pulitori sono, nell'Atlantico occidentale, Bodianus rufus, Ha- lichoeres bivittatus e Thalassoma bifasciatum (soprattutto giovane, cio in livrea gialla) e nel Pacifico orientale Thalassoma lucasanum e Oxyjulis californica, volgarmente nota come seorita. Non  fuori luogo ricordare che questa funzione  occasionalmente svolta anche da almeno due labridi del Mediterraneo (Symphodus melanocercus, Coris julis).
Pi occasionale  il comportamento da pulitori da parte di Chetodonti (Chaetodon miliaris) e di Pomacentridi (Abudefduf sexfasciatus e altre specie). Una regolare attivit in tal senso si osserva invece nei Gobidi del genere Gobiosoma (G. geniae, G. evelynae, G. oceanops), che vivono nell'Atlantico occidentale. Vi sono stazioni di servizio sulle madrepore - come le meandrine - presso le quali i clienti attendono in fila il loro turno; quando il minuscolo gobide si approssima, essi aprono la bocca e allargano gli opercoli, perch il ripulitore possa compiere un accurato lavoro non limitato alla superficie esterna: ogni parassita dev'essere asportato. I pesci ripuliti da G. evelynae appartengono ad almeno 14 specie diverse. Per chiudere l'argomento,  da menzionare un piccolo Pesce ago pulitore: Doryrhamphus melanopleura (oc. Pacifico).
Ma l'argomento della ripulitura non  chiuso del tutto. Ad essa infatti provvedono anche alcuni gamberetti, come il grazioso Stenopus hispidus, oggi ammirato negli acquarii ai quali perviene sia dall'Atlantico tropicale sia dai mari indopacifici. E bianco con larghe anellature rosso vive sul corpo e sulle zampe; lunghe sono le zampe e le chele, pi lunghe ancora le antenne. Altri pulitori sono l'indopacifica Lysmata amboinensis e l'atlantico Periclimenes pedersoni. Quest'ultimo agita le antenne e si muove avanti e indietro all'avvicinarsi di un pesce. Questo resta poi immobile e lascia che il crostaceo ricerchi e divori i parassiti sia sulla pelle (anche sottocutanei) sia in bocca e nelle camere branchiali. Non di rado i pesci si soffermano aspettando che il gamberetto esca dalla tana in cui convive con un'attinia.
Questi gamberetti non sono i soli ad avere relazioni simbiotiche con i pesci. Un'associazione anche pi stretta esiste infatti tra alcuni Alfeidi - gamberetti caratterizzati dal possedere una chela molto pi sviluppata dell'altra - e Gobidi: entro tane scavate nella sabbia dimorano, con reciproco vantaggio, una specie di alfeide e una di gobide. Il pesce sosta sul fondo, presso il nascondiglio ove si rifugia al minimo allarme cos da avvertire il crostaceo che vi  annidato e che non fuoriesce se non quando il partner ha ripreso la sua vigilanza, fermo all'ingresso. Nei mari indopacifici partecipano a questa simbiosi alcune specie di Cryptocentrus e altri gobidi, e alfeidi come Alpheus djiboutensis. Con quest'ultimo  pure associata Lotilia graciliosa (mar Rosso) riconoscibile per il colore bruno nero e il grande ocello aranciato sulla prima pinna dorsale. Nell'Atlantico occidentale sono associati agli Alfeidi i Gobidi Gobionellus stigmatolophius e Nes longipes.
Le tane vengono scavate dai gamberetti, con o senza la cooperazione dei gobidi, i quali stanno singolarmente o a coppie. Si  potuto constatare che tra Cryptocentrus cryptocentrus e Alpheus djiboutensis vengono scambiati segnali, mediante ondulazioni della coda da parte del pesce e contatti antennali da parte del crostaceo; questo esce dalla tana solo in presenza del pesce e agisce da pulitore quando entrambi se ne stanno tranquilli a domicilio. Con ogni probabilit, altrettanto si verifica per le altre coppie. Per questi animali la simbiosi  obbligata: nessuno vive isolato. Entrambi i simbionti sono fotofobi e sentono quindi il richiamo dei loro cunicoli sotterranei. Quanto all'attrazione reciproca, si ritiene che essa sia visuale per il pesce, chimica per il crostaceo.

Didascalia.
Gobide del genere Cryptocentrus vicino alla tana che condivide con un gamberetto (Alfeide) simbionte.
Fine didascalia.

Di altro tipo sono le associazioni nelle quali i pesci si comportano da inquilini di diversi invertebrati. Alcuni
pesciolini della famiglia dei Gobiesocidi vivono insieme ai
Crinoidi nella regione indopacifica. Diademichthys lineatus ha corpo molto allungato e sottile; Lepadichthys lineatus (Mar Rosso)  pi breve e tozzo. Quest'ultimo misura circa 3 cm ed  bruno rossastro con alcune linee gialle longitudinali (quindi il nome specifico si ripete!). Si stabilisce su crinoidi di varie specie, insieme con una serie di altri epizoi; con il disco ventrale aderisce alla parte basale, pi larga, delle braccia dell'ospite, dal lato interno. Si trasferisce spesso da un crinoide all'altro, assumendo prontamente una colorazione pi chiara o pi scura cos da mimettizzarsi col nuovo ospite. Il quale non rimane indifferente alla presenza di L. lineatus, poich dal cibo di questo non sono escluse le appendici (pinnule) delle braccia del simbionte. Si rasenta il parassitismo!
Quest'ultimo tipo di associazione si manifesta senza dubbio da parte di altri pesci: i Carapidi, ben conosciuti soprattutto per i loro rapporti con le oloturie, quali si riscontrano non solo nel Mediterraneo, ma anche nei mari tropicali. L'atlantico Carapus bermudensis  stato rinvenuto in alcune specie di oloturie (Actinopyga agassizi ecc.). L'indopacifico C. homei  molto pi eclettico nella ricerca di ospitalit, poich  inquilino sia di echinodermi, sia di molluschi bivalvi. Questi pesciolini penetrano, attraverso la bocca, nell'interno di alcuni grossi asteroidi (Culata e altri generi) e se sono numerosi li danneggiano sicuramente; gli individui giovani lacerano e divorano i tessuti dell'asteroide. Un parassitismo anche pi definito si ha nei Carapidi del genere Encheliophis, sia giovani
sia adulti. A questa stessa famiglia appartiene Onuxodon parvibrachium, distinto per avere alcuni grossi denti caniniformi; fu scoperto alle isole Figi e venne poi ritrovato alle Seicelle, entro le grandi Ostriche dentate (Pycnodonta hyotis).
Non mancano associazioni con i Molluschi e con i Poriferi. L'Apogonide Astrapogon stellatus  diffuso da Bermuda al Brasile e misura circa 7 cm. La sua abituale dimora  la cavit palleale del grosso gasteropode Strombus gigas, dalla quale esce soltanto di notte in cerca di cibo; si trovarono fino a cinque individui entro un solo mollusco. Quanto ai Poriferi si segnala un altro pesce della stessa famiglia: Apogon xenus (Antille, Bahamas), che vive entro le spugne cilindriche dei generi Ve- rongia e Callispongia. Nelle stesse zone sono inquilini di spugne anche alcuni Gobidi, come Gobiosoma multifasciatum ed Evermannichthys metzelaari.
Resta a dire delle associazioni con Cnidarii. Non pochi abitatori dei reefs trovano nella massa corallina nascondigli ideali. Se si rompono i cespi di Acropora, Pocillopora o altre madrepore ramificate, si importunano quasi certamente diversi invertebrati e pesciolini. Negli oceani Indiano e Pacifico sono molto diffuse le due specie di Caracantidi, cio Caracanthus unipinnus e C. maculatus; quest'ultimo  riconoscibile per le macchiette bianche e per la pinna dorsale pi bassa nella parte centrale.

Didascalia.
Tra i rami delle madrepore (Acropora) si nasconde Caracanthus maculatus (Caracantidi). Indopacifco. (Foto R. Rosso, in laboratorio).
Fine didascalia.

Entrambi non misurano che pochi centimetri. Vivono
esclusivamente entro le madrepore, nascosti fra i rami, e non si possono ottenere che con la frantumazione di questi.  facile constatare come di un simile riparo si giovino altri pesciolini adulti (ad esempio i Gobidi Gobiodon e Paragobiodon) e giovani (Pomacentridi, Labridi, ecc.). Poco sappiamo ancora circa eventuali specificit di relazioni.
Bench da tempo abbia acquisito larga notoriet, l'associazione di pesci e attinie richiede che ci si soffermi con qualche dettaglio. Nel Mediterraneo hanno rapporti simbiotici Gobius bucchichii e Anemonia sulcata; nel mar Caraibico, Apogonidi di alcune specie furono visti rifugiarsi tra i tentacoli di attinie, pur non essendo immunizzati dal loro veleno. Di molto maggior rilievo  la stretta associazione (simbiosi mutualistica) che unisce diverse specie di Pomacentridi con certe grandi attinie tropicali. Se ne occuparono parecchi studiosi sia con osservazioni in mare sia con esperienze in laboratorio; molte informazioni si devono all'ittiologo australiano G. R. Allen.
Ai rapporti simbiotici partecipano varie specie di Pomacentridi nei cui riguardi intervennero confusioni sistematiche e nomenclatoriali, sebbene alcune descrizioni risalgano a epoca lontana. Lavori di revisione furono compiuti di recente e altri sono in corso.
Al discorso generale intorno a queste coppie di simbionti  opportuno premettere qualche notizia sui principali Pomacentridi che ne fanno parte. Tutte le specie sono indopacifiche e spesso hanno un'ampia diffusione; il numero di individui presenti su una barriera pu essere incredibilmente elevato. Le dimensioni (6-17 cm circa) sono maggiori nelle femmine. I generi da considerare sono Amphiprion e Dascyllus.
Il primo di essi  caratterizzato dalla dentellatura dei margini delle ossa sottorbitali, preopercolari e opercolari; gli appartiene la grande maggioranza dei pesci simbionti di attinie. Le specie sono infatti numerose e presentano vivaci, eleganti colorazioni che costituiscono un ottimo mezzo per il loro riconoscimento, bench si debbano tenere presenti le non rare rassomiglianze. Inoltre i colori possono variare sia con l'et, sia a seconda della specie di attinia ospite; si modificano con facilit e in modo assai rapido quando sopravviene uno stato di eccitazione. Si sono anche osservate differenze di colorazione negli individui di una stessa specie viventi in localit diverse. Gli Amphiprion ricevono la denominazione di pesci pagliaccio (clownfishes) per le strane movenze che spesso compiono vicino alle loro ospitatrici. L'enumerazione che segue  limitata ad alcune delle specie meglio note.
Amphiprion percula (oceano Indiano e Pacifico occid.)  adorno di larghe fasce verticali gialle o aranciate orlate di nero e alternate con tre fasce bianche; il dorso  pi o meno nerastro a seconda che l'attinia simbionte  Stoichactis kenti oppure Radianthus ritteri. A. ocellaris (Pacifico occid.)  molto simile.
A. tricinctus (Pacifico),  ancora pi variabile in relazione all'attinia con cui vive. Associato a Stoichactis giganteum  quasi nero con due striscie verticali bianche; associato a Radianthus simplex  giallo sulle parti antero-ventrali e bruno scuro sul rimanente del corpo, con tre linee verticali celesti di cui l'ultima sta sul peduncolo codale.
A. bicinctus (Mar Rosso)  bruno con due bande verticali azzurrochiare; gli individui giovani (fino a 35 cm circa) sono gialli con le bande pi larghe e bianche.
A. ephippium (Oc. Indiano orientale, Indonesia)  rosso o aranciato con una macchia nera (pi o meno estesa) su ciascun fianco.
A. akallopisos (Oc. Indiano, Indonesia)  rosso con una linea bianca lungo tutto il dorso, alla base della pinna. A. perideraion (Indonesia, Pacifico) ne differisce per avere anche una banda verticale bianca sulla parte posteriore del capo.
A. sebae (Dall'Arabia all'Indonesia) e A. polymnus (Indonesia, Pacifico) sono bruno-neri con due larghe fascie bianche di cui la posteriore pu essere limitata al dorso.
A. (Premnas) biaculeatus (Oc. Indiano e Pacifico)  rosso-bruno con tre linee verticali bianche; ha due acute spine sotto l'occhio, rivolte indietro e misura fino a 17 cm circa.
Nel genere Dascyllus  dentellato soltanto il margine del preopercolo.
D. trimaculatus, diffuso dal mar Rosso alla Polinesia,  bruno-nero con tre macchiette bianche: una sulla fronte e una sulla parte superiore e centrale di ciascun fianco. Queste macchiette sono pi grandi e appariscenti nei giovani e con l'et tendono a obliterarsi.
Le Attinie spettano a generi diversi (Stoichactis, Discosoma, Radianthus, Bunodes, ecc.) e il loro diametro pu superare 1 m. Esse differiscono per la statura, i caratteri dei tentacoli (pi o meno lunghi e numerosi) e naturalmente il colore. Le varie specie dimostrano preferenze ecologiche: alcune si insediano nelle lagune, altre fra i coralli, a diversa profondit e in acqua calma oppure mossa.
Diverse specie di Amphiprion convivono solo con una o due specie di attinie, cos da aversi definite coppie di simbionti. In acquario questi pesci possono vivere anche senza le loro partners oppure si adattano ad attinie diverse da quelle consuete. Alcuni pomacentridi frequentano le grosse attinie soltanto quando sono giovani e non dimostrano verso di esse l'attaccamento osservabile nei tipici pesci pagliaccio, cio negli Amphiprion; una simile associazione labile e temporanea si verifica, ad esempio, in Dascyllus trimaculatus. Secondo gli studi compiuti da Gohar a Ghardaqa (Mar Rosso), questa specie pu trovarsi insieme con attinie che hanno per Amphiprion bicinctus come normale simbionte.
Ogni attinia  di solito associata a una coppia di pesci, ma a volte questi sono isolati oppure sono in numero maggiore, ma sempre della stessa specie; ben sette Amphiprion percula furono visti con un medesimo Stoichactis e sessanta giovani Dascyllus trimaculatus apparvero riuniti presso un'unica ospite.
I pomacentridi, che non sono nuotatori molto efficienti, non sono mai separati dalle attinie: per essi l'associazione  d'obbligo. Ciascun pesce nuota intorno alla sua partner e si adagia fra i tentacoli; in caso di pericolo, trova sicuro rifugio fra questi ma pu anche penetrare addirittura nell'esofago, approfittando della grande dilatabilit della bocca della sua amica. Della quale talvolta divora i tentacoli, senza spiacevoli conseguenze. Presso la base dell'attinia, bene al riparo, il piccolo clown depone le uova: per un certo tempo tollera che la nuova generazione
condivida il suo stesso domicilio, ma prima o poi la allontana con decisione.

Didascalia.
Amphiprion sebae (Pomacentridi) accanto alla sua attinia simbionte.
(Arch. Euraquarium, foto A. Masotti).
Amphipron bicinctus (Pomacentridi) con attinie. Mar Rosso. (Foto A Olschki).
Fine didascalia.

Per parte sua, l'attinia viene molto bene sorvegliata e difesa dal pesce che in accordo col suo spiccato senso territoriale scaccia gli altri individui anche se appartengono alla propria specie. Inoltre,  il pesce - onnivoro
- a recare nutrimento all'attinia e ad asportare gli avanzi, cos da assicurare la pulizia; inoltre, con i proprii movimenti attiva quelli dell'acqua circostante. Le attinie possono fare a meno dei pesci, ma sono pi vivaci
e in buona salute se essi sono presenti. Anche se alcune fra le grandi attinie hanno un debole potere urticante,  indubbia la capacit protettiva verso gli ospiti. Ma come si difendono questi dall'azione urticante? Sembra che agisca il muco secreto dalla loro pelle e che l'immunit venga gradualmente acquisita. Secondo un autorevole etologo (Eibl- Eibesfeldt) l'indispensabile sostanza protettiva  formata praticamente dal muco stesso dell'attinia, che impregna la pelle del pesce.
Non  da credere che le attinie accettino qualunque simbionte: esigono dei partners sani e attivi, e in caso contrario non esitano ad afferrarli e inghiottirli.Ma la discriminazione pu andare oltre, essendosi constatato che Discosoma giganteum uccide e divora anche pesci che spettano alla medesima specie del proprio commensale: vuole presso di s quell'individuo e non altri!
A conclusione dell'argomento,  da segnalare la possibilit di conoscere i clownfishes e le grandi attinie non soltanto negli acquarii pubblici e ben organizzati, ma anche nei piccoli acquarii domestici: questi animali vi si adattano assai bene, purch le loro esigenze almeno elementari siano soddisfatte, il che non  sempre facile.


Nutrizione.

La consueta variet di strutture e di funzioni, che stimola l'interesse per i pesci dei tropici, si manifesta anche nei riguardi della loro alimentazione. Con l'annoverare quattro tipi di regime (Zoofago, fitofago, onnivoro, planctofago) si delineano certo alcune categorie fondamentali, le quali per non sono nettamente separabili, se non altro perch sostanze sia animali che vegetali fanno parte del cibo degli onnivori come i Balistidi e dei planctofagi, come i Clupeidi. Gli svariati regimi hanno riflessi anche di ordine ambientale (ad esempio, riduzione delle alghe), oltre che sull'economia generale delle barriere coralline e sulle relazioni fra gli organismi che vi convivono. L'abbondanza e l'eterogeneit di tali organismi lasciano intuire quanto siano complesse le catene, anzi le reti alimentari che li collegano.
Alla qualifica di carnivori  preferibile quella di zoofagi per indicare i pesci che si cibano in modo totale o quasi di altri animali. Senz'altro  questa la categoria pi numerosa. Alcune specie sono predatrici, altre microfaghe (lasciamo per ora da parte i planctofagi); alcune si nutrono durante il giorno, altre di notte. Le abitudini variano al pari dell'alimento preferito, in rapporto al quale intervengono specializzazioni diverse. Le prede non solo differiscono secondo le specie, ma spesso cambiano con l'et dei predatori stessi. Una notevole variet si rileva ovviamente nei tipi di dentatura e nella conformazione del tubo digerente, ad esempio nella lunghezza dell'intestino.
I divoratori di microfauna bentonica sono molto numerosi: Mullidi, Gobidi, Blennidi, Monacantidi e altri pesci catturano invertebrati di ogni tipo, allo stato larvale o adulto che siano. Gli appartenenti ad alcune famiglie, come i Pomacentridi, sono spesso onnivori. Anche molte specie di Chaetodon sono onnivore, con una maggiore o minore componente vegetale nella loro alimentazione; altre specie congeneri sono puramente zoofaghe, macro o microfaghe.

Didascalia.
Paragobiodon echinocephalus (Gobidi). Indopacifico. In basso, sezione di una papilla cefalica: E, epidermide. CH, chemorecettori. (Ridisegnato semplificato da Zander).
Fine didascalia.

A Massaua (Mar Rosso) Ruppell scopr (1828) il piccolo Gobide Paragobiodon echinocephalus, caratteristico perch la pelle del capo appare in buona parte villosa in seguito alla presenza di numerose brevi papille. Questo pesciolino vive nascosto tra le ramificazioni delle madrepore ed  diffuso fino al Pacifico. Da un recente studio delle papille  risultato che esse portano alla superficie gruppetti di cellule sensitive agenti da chemorecettori. Si ritiene che questi, avvertendo la presenza di determinate sostanze, agevolino la ricerca del cibo nelle particolari condizioni in cui l'animaletto vive, condizioni che gli ostacolano la visibilit. Comunque, gli occhi sono normalmente sviluppati.
Un non meno cospicuo gruppo  rappresentato dai piscivori. Vi figurano anzitutto gli squali, che peraltro in alcuni casi si cibano anche di invertebrati. Di questi tipici predatori sono vittima, non di rado, squali pi piccoli. Gli squali costituiscono anzi un'alta percentuale tra i pesci divorati dal Galeocerdo (Squalo tigre). Specie pelagiche come il Mako sono esclusivamente piscivore. Quali predatori di pesci possono enumerarsi svariatissimi rappresentanti di altri gruppi: Murene, Fistularie, Aguglie, Olocentri, Serranidi, Lutianidi, Carangidi, Sfirenidi, Sgombroidi, Scorpenidi, Antennaridi. Questi ultimi sono voracissimi e, grazie alla dilatabilit della bocca e dello stomaco, inghiottono intere prede:  consigliabile non averne pi d'uno in acquario.
Per le murene l'olfatto  importante nella ricerca delle vittime, che possono essere anche invertebrati, come i granchi. Da un grosso Gymnothorax pictus vidi trarre un pesce chirurgo (Acanthurus sohal) di notevoli dimensioni, che era stato introdotto quasi intero nello stomaco; come quella predetta, altre specie di murene escono talvolta dall'acqua, durante il giorno, strisciando in cerca di preda.
Diversi grossi Serranidi, come Epnephelus striatus e E. merra, si nutrono - oltre che di pesci - di granchi e altri crostacei, in proporzioni variabili secondo le stagioni; la percentuale di pesci  pi alta nelle epoche in cui sono disponibili anche gli stadi larvali e giovanili. D'altronde i crostacei sono per i pesci un alimento importante e talvolta esclusivo: tale  il caso verificato dallo zoologo egiziano Hussaini per due specie del mar Rosso (Flammeo sammara e Apogon auritus). I crostacei sono anche le prede preferite dai Letrini. Myripristis jacobus e probabilmente altri olocentridi congeneri mangiano crostacei planctonici. I quali sono divorati, in maggiore o minore quantit, dai pesci planctofagi; al sostentamento di questi contribuiscono sia lo zoo- che il fitoplancton, importante soprattutto per le larve. Consumatori di zooplancton sono i Clupeidi, gli Aterinidi, molti Apogonidi, e alcune specie appartenenti a famiglie in cui il normale regime alimentare  tutt'altro: sono esempi Chaetodon miliaris e due Acanturidi (Acanthurus thomsoni, Naso hexacanthus).
Gli Echinodermi rientrano nell'alimentazione di pesci genericamente qualificabili come carnivori. Alcuni Balistidi - come Pseudobalistes fuscus
- aggrediscono gli echini, come i Diadema che pur hanno una formidabile difesa di aculei, li rivoltano e dopo aver rotto il guscio con le robuste mascelle divorano il contenuto. Nei mari dell'Australia si osserv che Acanthaster planci (la corona di spine, anch'essa apparentemente ben protetta) cade vittima di due specie di Tetraodontidi.
Classico divoratore di molluschi  il grosso Raiforme Aetobatus narinari; le sue placche dentarie agiscono quali potenti strumenti trituratori delle conchiglie, anche se voluminose. Nei pesci ossei il regime malacofago  meno esclusivo. In relazione con esso, e col trattamento di altre prede a corpo duro come i crostacei, esistono denti molariformi disposti in una o pi serie su ogni mascella: sono ben evidenti, ad esempio, nello sparide Mono taxis grandoculis, che ricorda perci la nostra Orata.

Didascalia.
Holacanthus tricolor (Pomacantidi).  uno dei pi caratteristici pesci dell'Atlantico tropicale occidentale ed  un attivo divoratore di spugne.
Fine didascalia.

Esso si ciba anche di altri invertebrati. Parecchi Labridi (Cors, Cheilinus, ecc.) sono dotati di denti caniniformi, rivolti pi o meno in avanti, sulla parte anteriore delle mascelle: con essi afferrano i molluschi, le cui conchiglie vengono poi triturate dai denti che si trovano sulle ossa faringee.
I pesci palla del genere Arothron e altri della stessa famiglia mangiano molluschi, senza per escludere dalla loro dieta animali diversi come i crostacei. Spugne svariate sono il cibo di una serie di pesci, i quali sembrano preferire le specie dotate di spicole meno abbondanti; ci fa pensare che queste siano anche un mezzo difensivo dai predatori. Ricerche svolte nell'Atlantico occidentale hanno dimostrato che pur essendo molti i pesci che ingeriscono spugne insieme con altri organismi, sono pochi quelli che le scelgono come alimento quasi esclusivo: tra i Pomacantidi, gli Holacanthus (risulta di spugne oltre il 95% del cibo) e i Pomacanthus (oltre 85%), tra i Monacantidi il Cantherines macrocerus
(oltre 85%). Anche il contenuto intestinale degli Ostraciontidi pu consistere di spugne per il 70%.
Di particolare interesse sono i divoratori di coralli. Un tale regime comporta una bocca piccola, mascelle robuste, ma differenti tipi di dentature: alcuni pesci, infatti, inghiottono soltanto i polipi afferrandoli sopra la superficie del polipaio, mentre altri inghiottono anche i frammenti del polipaio stesso. Del primo gruppo fanno parte moltissimi Chetodontidi, che brucano sui coralli per mezzo dei loro piccoli e numerosi denti i quali furono paragonati a setole (in latino chaeta = setola). I labridi corallofagi (Larabicus, Diproctacanthus) hanno denti pi grossi, tra cui gli anteriori sono rivolti in avanti. Anche i variopinti monacantidi del genere Oxymonacanthus si nutrono di polipi che afferrano facilmente grazie al muso assai allungato e ristretto. Tutti questi pesci non esercitano un'azione distruttrice, poich i polipi vengono facilmente rigenerati; per di pi, questi cnidarii non sono per essi il cibo esclusivo.
Nel secondo gruppo rientrano gli Scaridi, i Balistidi, i Tetraodontidi, capaci di una ben maggiore influenza negativa sulle barriere coralline. Gli Scaridi attaccano le madrepore valendosi del loro forte becco formato dalla coalescenza dei denti e lasciano una caratteristica incisura, doppia in quanto le placche dentarie - superiore e inferiore - sono divise nel mezzo. Si ritenne che i polipi fornissero l'alimento, ma non  esattamente cos, anche se essi rimangono spesso catturati: il pesce inghiotte la massa calcarea (anche polipai morti) e si ciba delle alghe filamentose che vi sono inglobate. Per trattare una cos ingente quantit di minerale, il pesce  dotato di un validissimo strumento trituratore: sono le ossa faringee, munite di alcune serie di denti appiattiti. Mentre ogni sostanza organica viene assimilata, il calcare si riduce in fine polvere bianca che  espulsa dall'ano e si deposita sui fondali formandovi candide distese. Varii divoratori di coralli sono inclusi nelle altre due famiglie sopra citate. I Tetraodontidi Arothron nigropunctatus e A. meleagris mangiano molte Acropore. Anche nell'intestino di questi pesci e di alcuni labridi si accumula abbondante calcare, per non ridotto cos fine come quello ben macinato dagli Scaridi. Questi ultimi costituiscono spesso la pi alta percentuale nella biomassa dei pesci dei reefs ed esercitano quindi un'azione particolarmente ragguardevole. Di solito sfugge l'importanza dei pesci nella produzione di sedimenti. Eppure  enorme la quantit di sostanza minerale che dai coralli si trasferisce sul fondo marino, passando attraverso i pesci che si nutrono dei coralli stessi o di alghe calcaree o di invertebrati dotati di gusci o corazze. Si  calcolato alle Bermude che essi depositano ogni anno circa una tonnellata di materiale calcareo per ettaro.
I pesci fitofagi costituiscono una discreta schiera e anche'essi presentano specializzazioni varie. I loro denti sono spesso simili a incisivi, talvolta col margine frastagliato o lobato. Di solito l'attivit  diurna. L'influenza sull'abbondanza e la distribuzione della flora sottomarina  molto pi accentuata che nei mari delle regioni temperate, mari in cui si risente soprattutto l'azione degli invertebrati. Presso i reefs dell'Atlantico occidentale si  constatato che i pesci - unitamente a molluschi (Strombus) ed echini (Diadema, Tripneustes) - divorano tali quantit di vegetali che una larga area denudata finisce per restare interposta fra la massa corallina e le residue praterie. Fitofagi per eccellenza sono i Siganidi e gli Acanturidi, che si nutrono sia di alghe, sia di fanerogame; nella dieta degli Acanturidi sono comprese anche le nullipore.  interessante rilevare come fra le specie di questa famiglia esista una separazione ecologica correlata con caratteri morfologici: di solito il corpo  pi allungato in quelle che frequentano le praterie e le sabbie, mentre  pi corto e alto in quelle che dimorano presso i coralli, come gli Zebrasoma e diversi Acanthurus. Alcuni di questi ultimi come A. xanthopterus si nutrono stando in posizione verticale, con la bocca vicino al fondo. Nel cibo di A. sohal (Mar Rosso) i sargassi rappresentano un'elevata percentuale. Gli Scaridi non hanno soltanto le abitudini alimentari sopra descritte, poich si aggirano anche sulle praterie per inghiottire alghe (ad esempio Udotea e Halimeda) e fanerogame (Thalassia).
Fitofagi non esclusivi sono pure altri pesci. Tra i Kifosidi, l'indopacifico Crenidens crenidens pu dirsi onnivoro, poich svariati rifiuti si aggiungono ai materiali vegetali, senza dire che - come accade per i Kyphosus - vengono divorati gli animaletti rimasti impigliati fra le alghe. Vegetariani parziali sono gli Ostraciontidi e i Monacantidi. Parecchi Blennidi (Alticus, Istiblennius e altri) trovano il loro sostentamento nelle minute alghe incrostanti (i loro denti costituiscono un ottimo dispositivo raschiante), ma ingoiano pure copepodi e foraminiferi.


Riproduzione e sviluppo.

Quando si passa a considerare un'altra fondamentale funzione, cio quella riproduttiva, non  necessario soffermarsi molto sui Selaci. A parte il fatto che questi animali, ossia i pesci a scheletro cartilagineo, figurano in minima percentuale nell'ambiente corallino, si dovrebbe semplicemente ripetere che alcune specie tropicali sono vivipare - con o senza placentazione (in questo secondo caso si parla di ovovivipare) - e altre sono ovipare. Fra gli ovipari si annovera il Rhincodon typus (Squalo balena): depone infatti uova voluminose (una trentina di cm di lunghezza), racchiuse in un guscio corneo di colore bruno. I pescicani partoriscono ogni volta un vario numero di piccoli, il cui complessivo aspetto  quello stesso degli adulti, come si verifica anche nella Manta.
Senza occuparci oltre di pesci pelagici, torniamo a quelli pi particolarmente costieri. La mancanza di forti cambiamenti stagionali farebbe pensare che ai tropici essi si riproducano durante tutto l'anno o almeno per buona parte di esso. Vi sono specie che si comportano cos, ma per altre si sono riconosciute definite epoche riproduttive; quando l'area di distribuzione  estesa o addirittura circumtropicale,  presumibile che tale epoche variino da un luogo all'altro. In mar Rosso il pomacentride Abudefduf vaigiensis si riproduce da aprile a agosto; alle Antille il monacantide Cantherines pullus si riproduce da gennaio a giugno e lo sgombride Acanthocybium solanderi da maggio a ottobre. Un altro sgombride, Scomberomorus cavalla (Sgombro reale), si riproduce da luglio a settembre al largo delle coste della Florida; i giovani si portano poi verso la costa. L'attivit riproduttiva degli Acanturidi, secondo osservazioni compiute nel Pacifico, raggiunge la massima intensit nei giorni di plenilunio. Nelle specie non bentoniche, questa funzione pu implicare spostamenti verso zone pi propizie.  degno di nota l'Emiranfide Hyporhamphus picarti, diffuso dal Mediterraneo al golfo di Guinea, perch in Marocco, e probabilmente anche altrove, risale i fiumi per deporvi le uova.
Il dimorfismo sessuale  tutt'altro che raro e, come gi ho detto, trova la sua massima espressione nelle differenze di colore. Talvolta l'uno o l'altro sesso ha statura pi grande o pi piccola, oppure presenta caratteri morfologici particolari. Nei Monacanthus e affini, i maschi a pieno sviluppo hanno il secondo raggio della pinna dorsale posteriore molto lungo e filamentoso; inoltre sulla parte codale di ciascun fianco vi  un gruppo di spinule allungate e setoliformi.
 risaputo che si annullarono certe distinzioni specifiche quando si riconobbero fondate su differenze sessuali. Ben pi recente  per la verifica che simili differenze possono manifestarsi in seguito al cambiamento di sesso di un medesimo individuo; oggi i casi di inversione vengono descritti in sempre maggior numero e soprattutto nei pesci tropicali. Primario interesse hanno i Labridi e gli Scaridi, altamente policromi. Recenti studi hanno dimostrato che molte presunte specie rappresentano il sesso maschile o femminile di altre specie che si erano ritenute distinte perch la colorazione  nettamente diversa. La vicenda pu riassumersi cos: l'individuo presenta una data colorazione durante il primo periodo della sua vita (Fase primaria o iniziale) e ne assume un'altra durante il secondo periodo (Fase secondaria o terminale); insieme col cambiamento di livrea, muta anche il sesso. Se l'individuo  prima femmina e poi maschio, si parla di proteroginia (*). Col passaggio alla seconda delle suddette fasi, aumentano naturalmente le dimensioni del pesce.
Non  detto che tutti gli individui di una specie cambino di sesso, cio attraversino la vicenda sopra descritta. Infatti in alcuni casi gli individui in livrea primaria sono in parte femmine, ma in parte sono gi di sesso maschile (maschi primari) e tali resteranno per tutta la vita; gli individui in livrea secondaria sono tutti maschi (m. secondarii, cio... exfemmine). Molto si  appreso intorno all'inversione sessuale dei Labridi. Nel precedente capitolo ho gi accennato a Thalassoma bifasciatum, comunissima specie dell'Atlantico; gli esemplari pi piccoli e gialli sono femmine o maschi primari, mentre quelli pi grandi, verdi con testa blu, sono maschi secondarii. La riproduzione, ossia l'emissione dei prodotti sessuali e conseguente, consueta fecondazione esterna pu avvenire in due modi: in gruppo (femmine e maschi primarii) o a coppie (una femmina e un maschio secondario). Come in altri labridi, le femmine sono molto pi numerose. Nel quadro di un ciclo di studi compiuti dagli olandesi sulla fauna di Curaao e di altre Antille, furono condotte accurate ricerche - delle quali Roede (1972) tratt dettagliatamente - intorno ai rapporti colore-statura-sesso in alcune specie di Thalassoma (cio Th. bifasciatum, unica specie caraibica di questo genere), Halichoeres ed Hemipteronotus; in tutte ha luogo l'inversione sessuale. Poich non risulta una stretta correlazione fra il cambiamento di colore e il sesso, non appare certa una diretta influenza delle gonadi sul colore, il cui modificarsi sarebbe piuttosto legato all'accrescimento.
Nei mari indopacifici sono regolarmente proterogine le otto specie di Stethojulis. In S. balteata delle Hawai gli individui in fase terminale (e quindi maschi) spiccano per essere adorni di una larga banda gialla lungo i fianchi. Uguale comportamento hanno le dodici specie di Anampses: i loro brillanti colori sono talmente diversi secondo i sessi, e perci secondo l'et, che riesce veramente incredibile l'appartenenza a una medesima specie di due pesci che pure... sono coniugi.
Ci che accade nei Labridi si ripete negli Scandi o pesci pappagallo. Semplici osservazioni di questi pesci nel loro ambiente aprirono la via a precise dimostrazioni: il solo fatto che due individui di ben diverso colore si aggirassero insieme sui fondali, impegnati presumibilmente nella riproduzione, fece supporre la loro conspecificit, la quale ebbe rapida conferma. Oggi sappiamo che Scarus oviceps  la fase iniziale di S. pectoralis (Indopacifico), S. iserti di S. croicensis (Atlantico occidentale), Chlorurus bicolor di Chi. pulchellus (Indopacifico); in base al principio di priorit, i nomi S. oviceps, S. iserti e Chi. bicolor sono quelli validi per le tre specie scelte ad esempio. Come nei Labridi, vi sono due modalit riproduttive, cio in gruppo (femmine e maschi primarii uguali ad esse) o a coppie (femmine e maschi secondarii, derivati da inversione). Nelle specie, tutte atlantiche, del genere Sparisoma e nello Scarus niger, indopacifico, non esistono maschi primarii e perci l'inversione sessuale avviene nella totalit degli individui. In diversi Scaridi le femmine presentano tonalit bruno-rossastre con bande longitudinali pi chiare, mentre nei maschi derivanti da esse prevalgono le tinte blu o verdi.
Una ventina d'anni or sono un ittiologo americano, C.L. Smith, scopr la proteroginia nei Serranidi (Cernie) dei generi Epinephelus e Mycteroperca. Per in questo caso i sessi sono esteriormente simili e per riconoscerli  indispensabile l'esame delle gonadi: non vi sono dunque due successive livree. I maschi (fase terminale) hanno naturalmente una maggiore statura. In questi pesci le gonadi contengono tessuto ovarico e testicolare frammisti; con l'avvento della funzionalit maschile, nei testicoli si trovano oociti regrediti.
In altri Serranidi le cose procedono diversamente. Serranus tigrinus, S. tabacarius, Hypoplectrus unicolor e qualche altra specie dell'Atlantico occidentale sono ermafroditi sincroni. Nelle loro gonadi - come in quelle dei nostri Serranus mediterranei - i due tessuti sono separati: quello ovarico prevale, quello testicolare  limitato alla regione posteroventrale.
Parecchi anni or sono mi trovavo al Mote Marine Laboratory di Sarasota, sulla costa occidentale della Florida. La mia collega ittiologa, E. Clark, mi mostr alcuni pescetti grigiastri, con una macchia nera sulla pinna dorsale come nel nostro Serranus hepatus: erano infatti sciarrani, e precisamente S. subligarius, diffuso dalla Carolina al golfo del Messico, dove  molto comune lungo il littorale della Florida, su fondi rocciosi. Il mio interesse, dapprima limitato, si ravviv quando seppi che questo pesce  non soltanto ermafrodita, ma capace di autofecondazione; si riproduce da luglio ai primi di settembre e lo sviluppo embrionale si compie in una ventina di ore. Con la scoperta dell'autofecondazione, la Clark aveva rivelato un fatto veramente eccezionale tra i vertebrati.
Anche le uova dei pesci corallini possono essere pelagiche o demerse, a seconda dei generi. La loro deposizione pu essere preceduta da particolari comportamenti. 

Didascalia.
Stadio postlarvale (acronurus) di Acanthurus. (Ridisegnato da Randa).
Fine didascalia.

Si ritenne che l'espansione del largo lembo cutaneo ventrale da parte dei maschi di diversi Monacantidi fosse un segnale di corteggiamento, ma sembra essere piuttosto un'espressione di aggressivit tra i maschi stessi. All'epoca riproduttiva, gli Acanturidi si aggregano in stuoli e tutti insieme gli individui nuotano rapidamente verso la superficie dove, nel tardo pomeriggio, emettono i prodotti sessuali. Le uova di Acanthurus triostegus - detto manini alle Hawai - sono sferiche, con diametro di 0,66-0,70 mm e con una goccia oleosa; dopo circa 26 ore, schiude la larva lunga 1,7 mm. Le uova di alcuni Monacantidi sono verdi. La forma varia talora nell'ambito della stessa famiglia: tra gli Scaridi, ad esempio, le uova sono fusiformi negli Scarus e quasi sferiche negli Sparisoma, quelle di S. rubripinne, fecondate artificialmente, schiusero dopo 25 ore.
I Pomacentridi depongono centinaia di uova, demerse e adesive. Interessanti particolari sono stati illustrati da L. Fishelson nei riguardi di due specie molto comuni in mar Rosso. Una di queste  Dascyllus aruanus, il grazioso pesciolino bianco e nero che nuota a gruppetti presso i coralli. Esso ripulisce accuratamente una zona alla base di questi e ne scaccia ogni altro pesce tenendoSi poi circa un metro al disopra, compie una specie di danza volteggiando rapidamente in alto e in basso. Vengono cos attratte le femmine, ciascuna delle quali depone nel nido 1500-2000 uova, di forma ellittica e con diametro di 0,7-0,8 mm. Le larve, lunghe circa due mm, schiudono dopo 44-51 ore. Qualche differenza si rileva in un pomacentride pi grosso: Abudefuduf vaigiensis. Gruppi di 10-20 individui costituiscono colonie riproduttive, in concavit adatte, al disotto di sporgenze di roccia o di corallo. Ogni individuo si stabilisce in un suo territorio, dove prepara la superficie per accogliere le uova e, naturalmente, la difende con decisione; esegue poi ripetute danze per corteggiare le femmine e accompagnarle, una dopo l'altra, al nido. Dopo le varie deposizioni, il maschio vigila il nido, sia di giorno sia di notte. Le schiuse cominciano circa quattro giorni dopo la deposizione. Non meno attenta  la sorveglianza delle uova da parte dei maschi degli Amphiprion (clownfishes), che per questo scopo non hanno bisogno di allontanarsi dalle loro attinie simbionti: le uova vengono infatti deposte presso la loro base.
I costumi riproduttivi dei Singnatidi (Pesci ago e Ippocampi) sono assai noti, essendo stati illustrati nelle comuni specie dei mari europei. Nei riguardi di quelle tropicali, si ritrova lo stesso tipo di incubazione - da parte dei maschi - delle uova collocate in borse situate sul lato ventrale. Meritano una particolare segnalazione i Solenostomus, appartenenti al medesimo ordine (Gasterosteiformi). In questi singolari pesciolini le femmine hanno statura maggiore e si distinguono facilmente perch le loro pinne ventrali sono molto grandi; esse aderiscono per lungo tratto al corpo dell'animale e sono congiunte in modo da formare un'ampia borsa. Sulle pareti interne di questa sporgono numerosi filamenti oofori, a cui le uova stanno attaccate durante lo sviluppo embrionale. Nella borsa incubatrice di S. cyanopterus si trovarono circa 200 uova (diametro
0,5-0,75 mm), con embrioni in varii stadi di sviluppo. Le larve schiusero dopo dieci giorni dalla fecondazione (presunta in base all'avvenuto accostamento dei sessi); misuravano 11,5-12,5 mm di lunghezza e il muso era molto meno allungato che negli adulti.
Gli Apogon e altri generi della medesima famiglia praticano l'incubazione boccale; pare che le masserelle di uova siano trattenute soprattutto dai maschi, dotati di bocca pi ampia e capo pi grosso. Questo tipo di incubazione fu osservato in ambo i sessi di Cheilodipterus affinis (Atlantico occidentale), ove negli individui incubanti l'apice della mandibola si prolunga talvolta in uno strano processo carnoso. In fatto di cure parentali non si possono omettere i Blennidi e i Gobidi, che sorvegliano attentamente le loro uova; queste sono demerse e variamente collocate.

Didascalia.
Solenostomus cyanopterus (Solenostomidi). Indopacifico. Femmina (in alto) e maschio.
Fine didascalia.

Molto lungo sarebbe l'intrattenersi sulle differenze che le larve e gli stadi giovanili presentano rispetto agli adulti. Poich dei cambiamenti di colore si  gi detto nel capitolo precedente, baster citare qui i giovani Carangidi e Sgombridi il cui margine preopercolare porta acute spine destinate a scomparire, e i giovani Polinemidi nei quali sono ancora molto brevi i caratteristici raggi pettorali filiformi. In alcuni casi hanno luogo trasformazioni pi accentuate, tanto che gli stadi giovanili non furono dapprima riconosciuti come tali e ricevettero particolari nomi, quasi fossero generi a s.
Rhynchichthys non  altro che lo stadio larvale dei Myripristis (Olocentridi): il capo  dotato di spine e di muso lungo e acuto, il corpo  argenteo. Queste larve sono planctoniche ed hanno perci maggior facilit di dispersione che non gli adulti. Il nome di Tholichthys fu assegnato a giovani Chetodontidi e quello di Acronurus ai giovani Acanturidi (postlarve). Allo stadio di acronuro il corpo - lungo pochi mm -  elevato, trasparente, privo di squame; il capo  molto grande; una lunga e acuta spina si trova sul dorso, mentre sul ventre ne sono situate due (in corrispondenza delle pinne ventrali) o tre (se un'altra si aggiunge, all'inizio dell'anale). Il diffusissimo Acanthurus triostegus ha una vita larvale che alle Hawai fu valutata in due mesi e mezzo; come quelli delle altre specie, l'acronuro  pelagico. Nei giovani antennarii si ritrova lo stesso, curioso aspetto degli adulti; tuttavia, in una specie americana essi sono dotati di due placche ossee sulla parte superiore del capo  perci vennero considerati come un genere distinto da Antennarius e denominato nientemeno che Kanazawaichthys.
Col procedere dello sviluppo, non si modificano soltanto le caratteristiche morfologiche. Frequente  il passaggio dalla vita pelagica a quella bentonica. Gli acronuri di A. triostegus, raggiunto un certo grado di sviluppo, si avvicinano alle rive; durante la notte entrano nelle pozze di
scogliera e cambiano regime alimentare: da zoo-planctofagi diventano fitofagi. A due o tre anni di et i barracuda abbandonano i mangrovieti e entrano nell'ambiente corallino. Spesso i giovani sono gregarii, mentre gli adulti sono solitari (il Barracuda si ripresenta come esempio), ma pu accadere l'inverso: nei chetodonti sono i giovani a far vita pi isolata.
Com' noto, nei pesci l'accrescimento  continuo ossia non si ferma col raggiungimento della maturit sessuale. Le squame dei pesci tropicali sono prive delle linee concentriche determinate dal loro ingrandirsi con intermittenza: tali linee, infatti, si formano soltanto quando vi sono marcate variazioni stagionali. Nei pesci corallini, come di consueto, mutano nel corso dello sviluppo le proporzioni corporee, ma spesso muta anche il colore, non fosse altro che per la sua vivacit. Nel capitolo che precede sono stati riferiti diversi casi nei quali riesce arduo attribuire a una medesima specie i giovani e gli adulti. Moltissimo dobbiamo ancora apprendere intorno alle larve e agli stadi giovanili dei pesci tropicali e so per diretta esperienza che, quando si abbiano in esame minuti pesciolini di lontani mari, pu essere ben difficile andare oltre il riconoscimento delle rispettive famiglie (se pure si riesce ad arrivarvi!).
In alcuni Sparidi, Labridi e Scaridi i pi vecchi individui sembrano quasi deformi per la grande prominenza frontale che conferisce un aspetto grottesco. Scarse sono tuttora le notizie intorno all'et che i pesci corallini raggiungono; comunque, per molti Gobidi la durata della vita  assai breve.
Per completare le notizie relative alla riproduzione, occorre accennare agli ibridi. Questi compaiono con molto maggior frequenza tra i pesci d'acqua dolce, ma sono stati segnalati anche fra le specie marine comprese quelle tropicali. Anche in questi casi, non sono sfuggiti gli errori (del resto comprensibili) di interpretazione, cio l'assegnazione di nomi specifici a individui che pi tardi furono riconosciuti come ibridi. Cos, un pomacantide atlantico fu denominato Holacanthus townsendi, ma in realt  un ibrido di H. ciliaris e H. bermudensis. Una presunta specie di pesce chirurgo (Acanthurus rackliffei) osservato nel Pacifico  probabilmente un ibrido di A. achilles e A. glaucopareius. Nello stesso oceano furono rinvenuti individui ibridi fra alcune specie di chetodonti, ad esempio fra Chaetodon miliaris e Ch. tinkeri e tra Ch. auriga e Ch. ephippium: in entrambi i casi  evidente come i prodotti degli incroci abbiano caratteri intermedi fra quelli delle specie parentali.

(*) Si ha invece la proterandria quando la fase maschile precede quella femminile, come avviene nell'Orata (Sparus aurata), il cui colore non subisce cambiamenti.


I PESCI PERICOLOSI.

Felice chi pot conoscere le ragioni delle cose.
Virgilio.

Ogni contatto con il mondo marino tropicale esige la conoscenza dei pericoli che esso presenta, pericoli che sono di varia entit e dai quali in generale non  difficile premunirsi; essi non devono restare ignorati. Alcune delle pi gravi insidie derivano da pesci capaci di aggredire e anche uccidere, di infliggere dolorosissime punture, di intossicare con le loro carni. Sono proprio questi negativi aspetti ad accentuare l'interesse nei loro riguardi e poich tali pesci sono diffusissimi in tutti i mari caldi - rientrando spesso tra i pi caratteristici componenti della fauna -  necessario riferire qui alcune sintetiche notizie.


Squali e altri aggressori.

Tra i grossi animali marini predatori, gli squali occupano una posizione preminente. Fin da epoca remota questi pesci hanno vivamente interessato pescatori e marinai, che nei secoli andati li inclusero fra i mostri.marini dei quali gli antichi libri riportano immagini del tutto fantastiche. In ogni parte del mondo si diffusero credenze e leggende, talvolta ancora vive, e non per nulla i Polinesiani - famigliari con la ricchissima fauna del Pacifico - riconobbero un dio squalo. Anche oggi, pochi animali sono oggetto di discussioni e di discordi pareri come i formidabili predoni che nuotano nelle acque di tutti i mari.
Gli squali sono diffusissimi e in qualche zona tropicale si incontrano anche in acqua dolce (Lago di Nicaragua, fiumi Zambesi e Gange). Essi sono tra i pi vistosi partecipi della vita animale che si svolge nelle aperte distese oceaniche e in vicinanza delle coste, soprattutto tropicali. Sono frequenti le migrazioni stagionali, con spostamenti estivi dalle basse latitudini verso quelle pi alte; sono state rilevate, ad esempio, lungo le coste orientali degli Stati Uniti e per meglio conoscerle si  anche proceduto a contrassegnare individui. Tutti gli squali sono carnivori, ma in alcune specie il regime alimentare tende decisamente a essere onnivoro: la voracit di questi animali li spinge a inghiottire ogni cosa. Spesso vengono divorati altri squali, anche della medesima specie, e talvolta le remore pagano cara la loro, sia pure temporanea, associazione. Si  osservato che le femmine dello squalo toro (Odontaspis taurus) sono spesso molto pi numerose dei maschi e li mangiano dopo l'accoppiamento. Per la ricerca del cibo gli squali si valgono soprattutto dell'olfatto.
Quando si considerino globalmente questi pesci, non ci si deve limitare ai troppo consueti giudizi negativi. Ci  ben dimostrato da alcuni moderni libri (indicati nell'annessa bibliografia) ricchi di notizie e documentazioni.
Grande  l'interesse scientifico di questi vertebrati inferiori, i cui pi lontani antenati (Protoselaci) vissero circa 300 milioni di anni or sono, durante il periodo Devoniano (la famosa et dei pesci). Proprio per essere inferiori rispetto agli altri vertebrati, gli squali hanno un posto rilevante negli studi sull'evoluzione. Le ricerche nei loro riguardi si sono notevolmente intensificate nel corso degli ultimi decenni: parecchi studiosi si occupano non soltanto della biologia nel senso pi largo, ma anche di quanto concerne i riflessi condizionati, gli organi di senso, il metabolismo, il comportamento; gli squali risultano essere ottimi soggetti da esperimento per affrontare problemi di fisiologia, immunologia e altro ancora. Importanti ricerche furono svolte e sono in corso, ad esempio, presso il Mote Marine Laboratory di Sarasota (Florida), la stazione di Biologia marina di Bimini (Isole Bahamas), l'istituto di Ricerche Oceanografiche di Durban (Sud Africa).
Un tempo gli squali erano ricercati allo scopo di utilizzarne la pelle come abrasivo o per ottenerne cuoio, e il fegato per estrarre dal suo olio la vitamina A; le carcasse servivano come concime. Oggi, per il decadere di simili utilizzazioni, la pesca degli squali su scala industriale  cessata in molti luoghi, il che fu additato come causa di un loro locale aumento numerico; si ritenne che detti pesci siano anche stati favoriti dai maggiori rifiuti riversati in mare da macelli, centri di lavorazione di carni e simili. Diverse specie sono commestibili; nel Messico la carne di squalo si consuma anche seccata e salata. Una certa importanza economica questi pesci hanno in Giappone, ove - come in Cina - si apprezzano anche le loro pinne; queste vengono fatte seccare sui luoghi di pesca e poi trattate in modo da isolare la parte ritenuta commestibile corrispondente alla massa di fini raggi cornei (ceratotrichi) contenuti nelle pinne stesse.
Nondimeno, pi che agli aspetti positivi, l'attenzione va comunemente a quelli negativi che hanno indotto uno zoologo francese (P. Budker, 1947) a scrivere: Il faut reconnatre que la rputation des requins est franchement mauvaise. Mi risulta incerta l'origine del termine francese requin (= squalo); sembra meno incerta per chi conosce il latino la derivazione di quello inglese requiem-sharks, usato per un buon numero di specie. Ed eccoci dunque al dibattuto argomento della pericolosit del pescecane.
In realt, non esiste il pescecane, ma esistono diverse specie che condividono questo generico e del tutto indefinito appellativo. Si tratta di membri di varie famiglie, che differiscono per aspetto, distribuzione geografica, costumi, indole. Secondo un autorevole ittiologo americano, P.W.
Gilbert, circa 35 specie sono potenzialmente pericolose per l'Uomo e ogni anno si verificano, nel mondo intero, un centinaio di aggressioni circa met delle quali hanno esito letale. Per la generale condanna degli squali, la motivazione  duplice: essi sono aggressori di uomini e sono gran divoratori di pesci, cos da recare - almeno in certe zone - sensibili danni alla pesca. Non ho scritto divoratori anche nei riguardi degli uomini perch non  detto che risultino... azioni integrali, sebbene nel XVI secolo Rondelet affermasse che furono pescate lamie con due uomini interi nello stomaco. Lamia  un nome di incerto significato: fu usato per leggendarii mostri marini ed entr anche nell'ufficiale nomenclatura scientifica, da cui oggi  bandito.
Per molto tempo la pericolosit degli squali apparve generale e indiscutibile; in seguito si pass all'eccesso opposto, negandola in maniera pi o meno netta o per lo meno riducendola al minimo. Come in tanti altri casi, il pendolo deve fermarsi in una posizione mediana: la disparit delle opinioni dipende dal fatto che non si tiene conto della molteplicit delle specie e si generalizzano esperienze od osservazioni limitate e spesso senza identificazioni di specie, n chiarimenti di circostanze. Si suole ripetere che il pescecane nuota con le pinne sporgenti a fior d'acqua, che per addentare si volge a pancia ins, che assale gli uomini e li ingoia. Il primo di questi fatti  vero e naturale, il secondo  stato smentito e quanto al terzo - fermo restando tutto quanto si  detto - non mancano serie documentazioni. Le aggressioni possono avere luogo di giorno o di notte e ne possono conseguire mutilazioni anche gravissime; i ripetuti morsi sono in grado di determinare emorragie molto gravi e di rendere inevitabile l'amputazione di arti. Come effetto dei morsi sono facili le infezioni, poich nella bocca degli squali abbondano certi bacilli fortemente emolitici che furono ritrovati nelle ferite di persone morsicate. Gli antibiotici sono un valido mezzo per contrastare tali infezioni.
Attacchi di squali con esito fatale sono stati riferiti anche in questi ultimi anni da pi di un ittiologo con tutti i dettagli possibili e con fotografie molto dimostrative. Al moderno aumento delle attivit sportive e turistiche fa riscontro una maggior frequenza di episodi. Non dappertutto gli squali vengono segnalati come una seria, incombente minaccia a bagnanti e subacquei: sembra che i maggiori pericoli si incontrino nelle acque dell'Australia, del Sud Africa e delle Antille. Il mar Rosso  rimasto pi estraneo a questa cronaca nera perch, sebbene molti squali lo popolino, le rive sono scarsamente abitate.
Durante l'ultima guerra mondiale il problema squali si present con particolare gravit, in relazione ai frequenti naufragi e incidenti varii, navali ed aerei. Vennero quindi predisposte indagini statistiche e studiate misure per impedire gli attacchi; in America un gruppo di esperti (Shark Research Panel, Washington) ebbe l'incarico di raccogliere precisi dati da ogni parte del mondo. L'intensificarsi degli studi a cui pi sopra ho accennato  anche in rapporto con queste pratiche necessit. Per quanto riguarda la salvezza in mare aperto, si  constatato che a seconda delle specie di squali vi sono molte variazioni nell'efficacia delle sostanze repellenti sparse nell'acqua. Ne sono state sperimentate oltre 200, che per lo pi non rispondono allo scopo perch si diluiscono con rapidit. Comunque, l'acetato di rame (CH3COO)2 Cu diede ottimi risultati in oltre 90% dei casi presso le coste dell'Australia occidentale. Migliori garanzie si prospettano con lo schermo antisqualo (Shark screen) consistente in un ampio sacco pieghevole, rapidamente gonfiabile da chi si trova in acqua; si vuole che debba essere di colore scuro e non riflettere troppo la luce.  di comune conoscenza che il sangue di uomini o di pesci attrae gli squali, che ne avvertono prontamente la presenza e non tardano ad avvicinarsi.

Didascalia.
A, Isurus oxyrhynchus (Mako). B, Ginglymostoma cirratum (Squalo nutrice). C, Galeocerdo cuvieri (Squalo tigre). D, Carcharhinus leucas.
Fine didascalia.

L'insidia da parte di questi pesci si verifica anche in prossimit delle rive, cio l dove il livello dell'acqua non farebbe supporre la loro comparsa. Ci va ricordato non solo a chi esplora le barriere coralline o i mangrovieti, ma anche ai semplici bagnanti. Una notevole per non dire totale sicurezza deriva dalle reti disposte di fronte alle spiagge pi esposte al pericolo; simili costosi impianti protettivi furono messi in opera in Australia nel 1937, in Sud Africa nel 1952. Comunque  bene evitare di:
- immergersi in acque torbide in localit ove sia nota la presenza di squali;
- immergersi con ferite sanguinanti o con pesci catturati di fresco;
- trovarsi soli; questo vale anche per i subacquei che pure hanno maggiori probabilit di avvistare gli squali rispetto a chi si trova in superficie.
 erronea la credenza che la presenza di delfini escluda quella degli squali.
I pi grossi e temibili squali, a cui suole applicarsi il generico nome di pescicani, appartengono a tre famiglie: Isuridi, Carcarinidi e Sfirnidi.
Gli Isuridi hanno il lobo codale inferiore assai sviluppato e una carena lungo ciascun lato del peduncolo codale, presso la base della pinna. Il Mako (Isurus oxyrhynchus) ha corpo slanciato, dorsalmente blu, muso appuntito, denti acuti e con margini lisci; misura fino a circa 3 m.  circumtropicale e si trova anche in mari temperati come il Mediterraneo; durante l'estate  presente in buon numero presso New York.

Didascalia.
Denti della mascella superiore di alcuni squali. A, Isurus. B, Carcharo- don. C, Carcharhinus. D, Galeocerdo. E, Sphyrna.
Fine didascalia.

Fa vita pelagica, ma talvolta si avvicina alle coste, tant'
vero che a Eilat (Mar Rosso) si verific nel 1974 una quasi
fatale aggressione  a una ragazza che nuotava presso la riva. Si nutre essenzialmente di pesci; nel suo stomaco fu rinvenuto un pesce spada intero! Preso all'amo, il Mako si agita con vistosi salti fuor d'acqua.
Il grosso Carcarodonte (Carcharodon carcharas) viene anche qualificato come pescecane per eccellenza o come squalo bianco (non so per quale ragione, visto che  bianco solo sul ventre; il dorso  grigio o nerastro). I suoi denti sono grandi, triangolari, seghettati sul margine. La lunghezza giunge probabilmente a 7 m (massima accertata m 6,40: esemplare catturato a Cuba) e il peso sembra toccare 30 quintali. Anche questa specie  circumtropicale e vive in mare aperto; fu segnalata in particolare presso l'Australia e talvolta compare anche nel Mediterraneo. E da ritenersi come uno degli squali pi pericolosi.
I Carcarinidi costituiscono la famiglia pi numerosa; ne fanno parte molti squali a caratteri peraltro assai varii. Tipico  il genere Carcharhinus, comprendente i cosiddetti squali grigi (bench non tutti siano tali)
o requiem-shark (bench non tutti siano di sinistra fama). Furono descritte numerose specie, che gli studi di J.A.Garrick hanno ridotto a meno di una trentina di cui almeno nove sono circumtropicali; esistono rappresentanti mediterranei. Le ricche sinonimie si devono al fatto che dai vecchi autori furono descritte specie in base a individui in condizione giovanile o addirittura embrionale. La specie pi pericolosa e quindi temuta  C. leucas, caratterizzata dal corpo relativamente tozzo, il capo largo, il muso breve e arrotondato; il colore  grigio e la lunghezza arriva a 3 m. Questo squalo  costiero e frequenta anche acque basse, in corrispondenza di estuari, porti, ecc.; ci spiega la maggior facilit di venirne attaccati. E circumtropicale e si trova anche in acqua dolce (lago Nicaragua, fiume Zambesi). Divora soprattutto altri squali e raiformi.
Con C. leucas fu talvolta confuso C. longimanus, distinguibile non solo per avere le pinne pettorali e dorsale anteriore grandi e arrotondate, ma anche (generalmente) alcune pinne con apice bianco; misura m 3,5 e forse pi. Anche questo pesce  circumtropicale, ma ha costumi pi nettamente pelagici. Probabilmente  ottima cosa evitarne l'incontro, anche se la sua pericolosit non  accertata. In altre specie di Carcarinidi alcune pinne hanno gli apici neri. La pi nota, cio il classico squalo pinne nere  il piccolo Carcharhinus melanopterus (m 1,70), che presenta un bel colore nocciola e che si trova dal mar Rosso fino alla Polinesia; di norma  innocuo, ma pu aggredire e mordere chi cammini o nuoti in acque basse.
Sono da citare due altri rappresentanti di questa famiglia. Negaprion brevirostris viene detto squalo limone per la sua tinta giallastra (ma talora bruna) ed  riconoscibile anche perch la seconda pinna dorsale  quasi grande come la prima; supera di rado 3 m. Abita l'oceano Atlantico ed  littorale. Presso le coste della Carolina e della Florida si registrarono attacchi.
Molto pi famoso  Galeocerdo cuvieri o squalo tigre, che in realt  tigrato solo allo stato giovanile; vengono partoriti 30-50 piccoli per volta. Misura fino a 5 m circa ed  circumtropicale; si incontra sia al largo, sia presso la costa ed  pi attivo di notte.

Didascalia.
Dall'alto in basso: Sphyraena barracuda (Sfirenidi), circumtropicale. Ty- losurus raphidomus (Belonidi), atlantico. Lagocephalus sceleratus (Tetraodontidi), indopacifico.
Fine didascalia.

Possiede denti formidabili, diversi dalla consueta forma triangolare che si osserva nei Carcarini; con essi, pu asportare anche pezzi di grosse tartarughe. Attacca spesso altri squali, magari della stessa specie ed  un attivo divoratore di rifiuti, tanto che pu definirsi onnivoro. Questo grosso squalo ha una non immeritata celebrit in senso negativo;  molto temuto nelle Indie occidentali e in Australia.
La famiglia degli Sfirnidi  molto pi ristretta, poich non include che i singolari pesci martello (Sphyrna), costieri o pelagici; nel XVI secolo erano considerati come apportatori di sventura e una tale reputazione non appare ingiustificata se si pensa che le grosse specie - come S. mokarran (5-6 m) - sono sicuramente pericolose.
La lista nera potrebbe chiudersi qui, ma non pu mancare un accenno alla famiglia degli Orectolobidi perch qualche specie ha assunto
notoriet presso i moderni subacquei.  fra questi lo squalo nutrice (Ginglymostoma cirratum), il cui nome specifico latino si deve alla breve appendice che accompagna ciascuna narice. Questo pesce, giallastro o grigio-bruno con macchiette nere nei giovani  lungo fin m 3,5; vive presso le coste dell'Atlantico e del Pacifico orientale e sebbene se ne stia per lo pi tranquillamente adagiato sul fondo, anche presso la riva, pu essere mordace. Altrettanto si dica per gli strani Orectolobus o squali tappeto del Pacifico occidentale; hanno corpo depresso e variegato, cos da risultare molto mimetici.
Subito dopo gli squali, il pi rappresentativo fra i potenziali aggressori nei mari tropicali  senza dubbio il Barracuda (Sphyraena barracuda), grosso pesce diffuso in tutte le regioni calde ad eccezione del Pacifico orientale. Come tutte le specie congeneri, ha mascelle lunghe e robuste, armate di una poderosa dentatura; a parte le altre caratteristiche strutturali, presenta una colorazione che lo distingue: alcune macchie nere spiccano sull'argenteo dei fianchi, e parzialmente nere sono anche le pinne. La lunghezza massima accertata  di m 1,80, ma sembra possa essere superata. La biologia del Barracuda venne ampiamente illustrata da R. De Sylva, uno studioso americano che nei mari delle Indie occidentali ebbe modo di compiere estese osservazioni. I giovani individui sono pi o meno gregarii e si trattengono lungo i littorali, penetrando anche fra le mangrovie. A 2-3 anni di et (e circa 30 cm di lunghezza) il barracuda diventa solitario e si porta al largo, in ambiente corallino o anche in mare aperto; esso cambia allora il regime alimentare, poich divora pesci di maggiore statura, compresi numerosi pesci palla.
La possibilit di aggressioni  certa: si citarono molti casi, ma non tutti risultano documentati. E da notarsi che nessuno - per quanto  noto
- si verific in certe zone, come le Hawai. Gli attacchi vengono facilitati dalla torbidit dell'acqua e da altre circostanze (ad esempio l'agitarsi delle persone); pare che a differenza degli squali il barracuda addenti una sola volta. Questo pesce viene spesso menzionato come uno dei pi feroci predoni del mare e questa sua negativa caratteristica venne segnalata gi nel XVII secolo da De Rochefort, autore di una Histoire naturelle et morale des Antilles.
Non credo sia molto conosciuta la pericolosit dei grossi serranidi per cui vale il complessivo nome di cernie. Eppure una cernia gigantesca (Epinephelus lanceolatus, per molto tempo ascritto a un genere a s: Promicrops)  ritenuta aggressiva e pericolosa, anzi in qualche luogo  pi temuta degli squali. Vive nell'oceano Indiano e nel Pacifico occidentale. Pu superare 2 m di lunghezza e la sua pinna dorsale ha raggi spiniformi piuttosto brevi; gli adulti sono di colore bruno uniforme, mentre i giovani presentano variegature e macchie chiare o bianche. Una specie affine, anch'essa di notevole statura,  E. itaiara: lo si trova nell'Atlantico e nel Pacifico orientale.
Anche in Mediterraneo le murene sono temute per il loro morso; esse lo infliggono facilmente e ne derivano ferite anche serie, in seguito alla robustezza delle mascelle e al loro corredo di acuti denti. Tuttavia, questi pesci attaccano solo se vengono disturbati o comunque provocati e non possiedono dispositivi veleniferi (ma cellule a secreto tossico esistono sulla mucosa boccale). Numerose sono le specie presenti tra i coralli o negli anfratti delle rocce, lungo tutte le coste tropicali. Molte di esse appartengono al genere Gymnothorax. La pi grossa specie atlantica (dal New Jersey a Rio de Janeiro; Bermude; isole del Capo Verde)  G. funebrs, lunga m 1,80 e forse pi: il muco giallastro che ricopre la pelle di colore bruno, fa s che la tinta d'insieme appaia verdastra uniforme. Specie indo-pacifiche, a larga diffusione, sono ad esempio G. javanicus e G. undulatus. La prima di queste, che  sempre insediata fra le madrepore,  fittamente macchiata di nero e una pi ampia macchia nera contrassegna le aperture branchiali; la seconda specie presenta macchie brune piccole o grandi, separate in quest'ultimo caso da un reticolo chiaro. Entrambe queste murene sono di grosse dimensioni, superate per da quelle della Enchelynassa canina (m 2,50), dotata di grossi denti e di appendici bilobe sulle narici; il colore  bruno scuro uniforme. Questa specie, certamente temibile, abita soprattutto i reefs del Pacifico ma si rinviene anche nell'oceano Indiano.
 probabile che nessun lettore abbia ancora inteso parlare del giavellotto vivente. Proprio per questo motivo chiudo la rassegna (parziale, non dimentichiamolo!) degli aggressori con un pesce che si  meritato una tale, singolare qualifica. Si tratta di una specie di Aguglia (Tylosurus raphidomus) diffusa in tutto l'Atlantico tropicale. Attirata dalle luci poste durante la notte sulle barche dei pescatori, essa si lancia facilmente fuor d'acqua e col suo lungo, forte rostro pu colpire i pescatori stessi: non  escluso che la trafittura riesca fatale. Considerato che l'animale pu misurare m 1,50 di lunghezza, non restano dubbi circa la pericolosit di simili incontri fra uomini e pesci. Anche nel Pacifico si verificarono attacchi (a rigore, questo termine riesce qui improprio) da parte di grosse aguglie.


Ghiandole e spine velenifere.

Assai numerosi sono i pesci marini tropicali qualificabili come velenosi, ma nei loro riguardi  necessaria una fondamentale distinzione, che d'altronde deve farsi per tutti gli animali a cui si applica il predetto aggettivo. Infatti questo viene comunemente impiegato sia quando un animale inocula un veleno secreto da apposite ghiandole, o per lo meno ne asperge la sua pelle, sia quando contiene tossine che agiscono in seguito alla ingestione delle sue carni: saremo pi precisi indicando come veleniferi gli organismi che si trovano nel primo caso, e come velenosi gli altri. Ci trova riscontro nei termini francesi vnimeux e vnneux.
In alcuni pesci veleniferi esistono dispositivi per inoculare il veleno, cio spine (generalmente raggi delle pinne) dotate di scalature entro cui scorre il liquido prodotto da ghiandole situate variamente. In un certo numero di Rajformi la coda  munita di un aculeo (talvolta doppio) che sporge dal lato dorsale e costituisce un'efficace arma offensiva e difensiva. Questo aculeo  appiattito, con margini seghettati; la sua faccia inferiore  percorsa da due solchi paralleli che in parte sono occupati dal tessuto ghiandolare, secretore del veleno. Le punture sono dolorosissime e possono provocare tetano o cancrena; si ebbero anche casi mortali. Gli aborigeni dell'Australia e altri popoli primitivi adoperano (o adoperavano) questi aculei come armi. E naturale il timore provocato dai pesci che di simili armi sono i produttori e portatori: essi feriscono muovendo in ogni direzione la lunga coda. Non  affatto raro incontrarli anche in immediata vicinanza delle rive, su fondi di sabbia (spesso in mezzo alle masse madreporiche) e anche nei mangrovieti. Diverse specie appartengono alla famiglia dei Dasiatidi, come i comuni trigoni del Mediterraneo. Dal mar Rosso alla Polinesia sono diffuse Taeniura lymma e Himantura uarnak, che possono entrambe misurare fino a m 1,50 almeno: la prima ha corpo ovale, coda compressa sotto la quale decorre un lungo lembo cutaneo, colore castano con macchie di un bell'azzurro; la seconda  quadrangolare, con coda molto lunga e sottile e con la cute cosparsa di numerosissimi punti bruni. Alla famiglia dei Miliobatidi appartiene invece la grande aquila di mare macchiata (Aetobatus narinari), il cui corpo giunge a m 2,50 di larghezza ed ha colore bruno dorsalmente, con molte macchie o piccoli anelli bianchi o giallastri; la coda  lunga e sottile e l'aculeo - a differenza di quello dei Dasiatidi -  inserito alla sua base. Questo pesce  circumtropicale e si spinge anche in acque temperate; non sono rari i gruppi di decine o anche centinaia di individui. L'aculeo codale ha evidentemente una funzione solo difensiva, poich il cibo consiste essenzialmente in molluschi bivalvi, che vengono divorati in grandi quantit rompendo le conchiglie con le potenti placche dentarie situate sulle mascelle.
In fatto di ghiandole e di spine, tra i pesci ossei primeggiano gli Scorpenidi, ben degni di esser detti veleniferi per eccellenza. I nomi di alcuni di essi non invitano certo alla simpatia: Iracundus, Inimicus... Diversi rappresentanti di questa numerosa famiglia vivono sulle barriere coralline, mentre altri preferiscono fondi di sabbia o fango, anche in acque salmastre. I famosi pesci pietra, dei quali ho gi detto a proposito della mimetizzazione (che in questo caso arriva al massimo), appartengono al genere Synanceia. Il loro aspetto  senz'altro mostruoso e molti lo direbbero, non a torto, repellente. Il corpo  tozzo, con la pelle cosparsa di verruche e di colore bruno; il capo  grosso, ricco di asperit e di fossette; l'ampia bocca  verticale e gli occhi sono in posizione supera. In diverse pinne i raggi spiniformi sono gli inoculatori del veleno, ma hanno particolare importanza quelli della pinna dorsale, in numero di una dozzina o poco pi.

Didascalia.
Raggio spiniforme della pinna dorsale di Synanceja. A, dotto per cui esce il veleno. B, ghiandola velenifera. C, involucro tegumentario. D, spina.
Fine didascalia.

Queste spine sono piuttosto brevi e fiancheggiate
ciascuna da una grossa ghiandola il cui secreto scorre in due solchi che percorrono la spina fino al suo apice; la pelle si estende a guisa di involucro che copre ghiandola e spina (della quale rimane libera la punta). Le sinanceie si acquattano immobili sul fondo, tra le pietre e i coralli, riuscendo quasi invisibili; si nutrono di piccoli pesci e di invertebrati varii. Tratte dall'acqua, resistono a lungo.
Si distinguono cinque specie, tutte abitatrici dei mari indo-pacifici; nessuna si trova in Atlantico. Due sono presenti in mar Rosso: S.
verrucosa e S. nana. La prima  pi grossa (fino a 33 cm di lunghezza e 2 Kg di peso) e ha 18-19 raggi nelle pinne pettorali;  la specie pi diffusa, poich il suo areale si estende dal mar Rosso all'Australia, Giappone, Polinesia. La seconda  complessivamente molto simile, ma non misura che una decina di cm ed ha 14-16 raggi pettorali; mi risulta nota soltanto nei golfi di Suez e di Aqaba e nel golfo Persico.
Dagli isolani del Pacifico la sinanceia  detta nofu o nuhu e viene mangiata, anzi apprezzata. Ci non toglie che la sua velenosit la renda molto temuta, tanto che in qualche luogo se ne fanno (o facevano?) modelli in cera per istruire i giovani. Per unanime parere questo pesce  il pi pericoloso tra i veleniferi. Chi si inoltra camminando presso i reefs, sia pure calzato,  esposto all'insidia. Il secreto inoculato con le punture ha azione neurotossica ed emolitica; le sue propriet sono ritenute simili a quelle del curaro e del veleno del cobra. A pochi minuti dal contatto con le spine della sinanceia sopravvengono fortissimi dolori, che secondo serie testimonianze conducono a uno stato di delirio; dopo molte ore di manifestazioni varie (febbre, gonfiori agli arti, paralisi, collasso cardiaco) l'esito pu essere fatale. In certi casi esso  sopravvenuto rapidamente. In ogni modo la guarigione  lenta e la dolorosa esperienza pu lasciar tracce per molti mesi. Non si escludono infezioni secondarie, che ai tropici sono facili. J.L.B. Smith, ittiologo sudafricano che ebbe a sperimentare gli effetti delle punture delle sinanceie, consiglia - come misure immediate - di tagliare in profondit la ferita, succhiare, immergere la parte lesa in acqua calda; potenti iniezioni di penicillina sono rimedio efficace.
Una reputazione altrettanto negativa hanno gli scorpenidi dei generi Pterois e Dendrochirus, che per lo meno sono di bell'aspetto tanto da costituire ornamenti per gli acquarii. Gli Pterois hanno ampie pinne e sono adorni di zebrature brune, nere, rosse, bianche. Si conoscono alcune specie, non tutte ben definite per i loro caratteri distintivi; anch'esse sono esclusivamente indo-pacifiche. P. volitans (che non vola affatto!) misura fino a 35 cm; una lunga appendice  spesso situata al disopra di ciascun occhio. Le pinne pettorali hanno raggi liberi, cio non connessi da membrana, per oltre met lunghezza; quasi libere sono anche le spine della pinna dorsale, che si drizzano simili ad aghi. P. radiata  pi piccola (20 cm) e diversamente colorata: le linee verticali bianche sui fianchi sono biforcute in alto. Questi pesci nuotano tra i coralli soprattutto durante la notte. Gonfiore e dolore molto superiore ai limiti della sopportazione seguono alle punture da parte degli Pterois -, una mano o un piede possono diventare doppi del normale e la morte pu sopravvenire sia per effetto dell'intossicazione, sia per shock.

Didascalia.
In alto: Pterois volitans (Scorpenidi). Indopacifico. In basso: Mycteroperca venenosa (Serranidi). Atlantico occidentale.
Fine didascalia.

Non meno variopinte sono le specie di Dendrochirus - come D. brachypterus, presente anche in mar Rosso - nelle quali i raggi delle pinne pettorali non sono liberi; anch'esse hanno spine lunghe e velenifere nella pinna dorsale.
I Siganus (cos detti da sgan, che  il nome arabo) formano una particolare famiglia (Siganidi), nella quale l'aspetto del corpo non presenta nulla di particolare, ma le pinne hanno un insolito numero di raggi spiniformi e acuti: oltre a quelli della pinna dorsale (13) ve ne sono ben sette all'anale e due alle ventrali (con tre raggi molli interposti). Su ciascun lato di tali spine si trova un solco contenente tessuto ghiandolare; il veleno non  potente, ma l'acutezza delle spine rende molto dolorose le punture. Tutti i Sigani sono indo-pacifici. Tra quelli presenti nel mar Rosso sono particolarmente comuni S. rivulatus e S. luridus, lunghi circa 25 cm. Il primo di questi  da tempo penetrato nel Mediterraneo e dalle coste pi orientali ha ormai raggiunto la Tunisia; il secondo  penetrato pi tardi, ma  gi stato rinvenuto anche presso le isole greche del mar Jonio. La denominazione di pesci coniglio si basa su una molto vaga rassomiglianza nella forma del muso.
In alcune specie di acanturi o pesci chirurgo (famiglia Acanturidi) le caratteristiche spine ai lati della coda sono velenifere, anche se l'uomo non risente del loro tossico, ma in altre esse sono solide, senza scanalature:  questo il caso di Acanthurus sohal e A. lineatus, bench essi possiedano le spine codali pi lunghe e affilate.  curioso il fatto che alcune spine delle pinne di A. triostegus allo stato larvale sono velenifere, ma poi perdono questa propriet.
A quelli sin qui enumerati sono da aggiungere alcuni altri pesci che per la loro capacit di infliggere dolorose punture devono essere maneggiati con cautela. Plotosus lineatus - il cosiddetto siluro dei coralli -  dotato di un'acuta spina sulla prima pinna dorsale e di una consimile in ciascuna pinna pettorale: tutte sono velenifere. Nel riferire un caso occorsogli alle Filippine, l'ittiologo americano A. Herre scrive che la puntura da parte di questo siluriforme provoca un forte dolore e gonfiore; molto lento  il ritorno alla normalit delle parti offese. Non sembrano esclusi esiti mortali, almeno quando la ferita  inferta da un grosso plotoso.
Veleniferi sono anche i Batracoididi o pesci rospo, poco attraenti pesci che si acquattano sui fondi littorali. Le loro spine temibili sono due sul dorso e una su ciascun opercolo; sporgono di poco dall'involucro cutaneo ed hanno un foro apicale da cui esce il veleno prodotto da una
ghiandola situata alla base.

Didascalia.
Coda di pesce chirurgo (Acanthurus sohal) con la caratteristica spina.
Fine didascalia.

Dal contatto con esse si manifesta subito un dolore intenso, che  stato paragonato a quello derivante dalle punture di grossi scorpioni. Non si conoscono per casi di morte.
L'esistenza di pesci la cui azione venefica si esplica coi morsi  generalmente sconosciuta. Eppure essa ha luogo proprio in pesciolini appartenenti a una famiglia notissima anche nel Mediterraneo: i Blennidi. Almeno due specie tropicali del genere Meiacanthus possiedono due grossi denti scanalati sulla mandibola, pi indietro degli incisivi; alla loro base sta la ghiandola secretrice del veleno. Sulla pelle umana il morso riesce poco doloroso ma determina un esteso arrossamento ed insensibilit. Da esperienze effettuate con M. nigrolineatus del mar Rosso risult che i predatori lo rigettano dopo l'ingestione, il che fa pensare che dal tossico derivi anche un cattivo sapore. Un'azione difensiva sarebbe quindi associata a quella offensiva esplicata verso le prede del Blennide.
Non tutti i pesci veleniferi sono forniti di spine capaci di inoculare il veleno in seguito a puntura o morso. Merita far conoscere almeno tre casi in cui le ghiandole secretrici non
sono accompagnate da alcun particolare dispositivo per trasmettere il loro prodotto. Naturalmente questi pesci non hanno nessuna pericolosit per l'uomo. Ho ricordato in un precedente capitolo il Pardachirus marmoratus, che fa parte della famiglia delle sogliole ed  comune nel mar Rosso. Gi Lacpde aveva notato che i Pardachirus sono dotati di pori dai quali fuoriesce una sostanza lattiginosa. Una ventina d'anni fa uno studioso giapponese di nome Ochiai, esaminando una specie dell'Estremo Oriente (P. pavoninus) diede conferma di questo fatto, precisando che i pori sono gli sbocchi di altrettante vescichette situate alla base di ogni raggio delle pinne dorsale e anale; tali vescichette sono ghiandole produttrici di veleno.

Didascalia.
Mandibola di Meiacanthus (Blennidi) dal lato interno. Di, denti incisiviformi. Dv, dente velenifero, con solco (S). Ds, dente di sostituzione. G, ghiandola velenifera. (Ridisegnato semplificato da Springer-Smith Vaniz).
Fine didascalia.

Un'entusiasta ittiologa americana, E. Clark, si accinse allo studio di P. marmoratus e ne dimostr con tutta chiarezza la tossicit. Questa specie misura fino a 17 cm di lunghezza e, su ciascun lato del corpo, ha circa 120 pori nella suddetta posizione. La presenza delle ghiandole comporta una riduzione dei muscoli motori delle pinne dorsale e anale, poich il loro spazio viene ad essere occupato. Alcuni squali rifiutarono decisamente di mangiare i pardachiri: dopo averli addentati, li rigettarono sempre. Nel corso degli esperimenti, risult la morte - entro venti minuti al massimo - dei pesciolini collocati in soluzioni diluite del veleno (1 : 200 - 1 : 500) in acqua di mare a 28 C.
Per lungo tempo furono compresi tra i Serranidi alcuni pesci tropicali che oggi formano una famiglia a parte: Grammistidi (nome che purtroppo si presta a confusioni con i Grammidi). Uno di essi  Grammistes sexlineatus, adorno di linee longitudinali bianco-giallastre su fondo bruno e lungo non oltre 25-27 cm. Nella sua pelle si trovano numerose, piccole ghiandole secretrici di un muco che  tossico perch contiene una tossina emolitica, detta grammistina e costituita da polipeptidi e ammine. Questo pesce  assai diffuso nella regione indopacifica, compreso il mar Rosso. Generoso produttore di un simile muco  anche Rypticus saponaceus, che proprio per tale motivo vien detto pesce sapone; vive nell'oceano Atlantico, su diversi tipi di fondali. La produzione di muco aumenta quando i Grammistidi sono spaventati o comunque si trovano a disagio (ad esempio, se hanno poca acqua a disposizione), con conseguente accentuarsi della loro tossicit;  evidente trattarsi di un mezzo di difesa.
Anche i pesci cofano (Ostraciontidi) producono e diffondono nell'acqua una sostanza velenosa secreta da ghiandole cutanee, soprattutto numerose intorno alla bocca. Il principio attivo fu detto (c'era da aspettarselo) ostracitossina. L'azione sembra essere assai energica, visto che muoiono gli altri pesci immessi nel medesimo recipiente e che l'efficacia permane anche se da questo vengono tolti i pesci cofano. I quali intossicano l'acqua soprattutto se sono eccitati. Si noti che questi... inquinatori sono essi stessi sensibili al loro veleno, che d'altra parte non li protegge affatto dai predatori! Squali e altri carnivori divorano impunemente i pesci cofano.


Alimenti, tossine, malattie.

Attenta considerazione meritano i pesci la cui velenosit si manifesta in seguito a ingestione delle loro carni;  preferibile riservare ad essi l'aggettivo velenosi. Come alimento, il pesce  notoriamente delicato, in quanto la scarsa frescehzza dei materiali di mercato o il deterioramento di quelli conservati possono provocare intossicazioni con serie conseguenze; questi inconvenienti ricorrono pi facilmente che mai nelle regioni tropicali e ne possono essere responsabili molti pesci di pur indiscussa commestibilit. Tuttavia, nei mari caldi vivono pesci che da molto tempo hanno una meritata fama di velenosi ed altri che - come verr tra poco riferito - divengono occasionalmente tali, anche in condizioni di perfetta freschezza.
Costantemente velenosi sono gli strani pesci palla, cio tutte le specie appartenenti alla famiglia dei Tetraodontidi. Questa si inquadra nell'ordine dei Tetraodontiformi, che annovera anche altri pesci pi o meno tossici: scarsi sono per gli attuali dati nei loro riguardi. I pesci palla sono molto comuni lungo tutte le coste dei mari caldi ed hanno alcuni rappresentanti anche in acqua dolce. Sono spesso adorni di bei colori e talora raggiungono notevoli dimensioni, che si fanno notare soprattutto quando questi curiosi animali si gonfiano sino a diventare quasi sferici. Pare che i cattivi effetti della loro ingestione fossero gi noti in Cina venti o trenta secoli addietro e quindi  strano che, in quella regione come in altre, i pesci palla vengano spesso mangiati ed anzi siano apprezzati. Ci accade proprio - in particolar modo - in Estremo Oriente: di diverse specie non esitano a cibarsi i cinesi e i giapponesi. Questi ultimi denominano fugu i pesci in questione e pescano in particolare quelli del genere Sphoeroides, come S. vermicularis dalla colorazione molto variabile: le parti superiori sono brune con macchiette nere oppure con una fitta punteggiatura bianca.
Una specie molto diffusa, poich dal mar Rosso il suo areale si estende fino alla Polinesia,  Lagocephalus sceleratus (il nome appare molto indovinato!), detto qarrad dagli arabi e tingatinga dagli abitanti delle isole Filippine. Pu misurare oltre 50 cm e la sua pelle reca molte minute spinule sul dorso e sul ventre, ma non sui fianchi lungo i quali decorre una banda argentea; sino a un limite assai netto le parti superiori sono di colore verde chiaro con molti punti neri e con qualche banda oscura trasversale, pi o meno definita. In Australia questo pesce cagion un avvelenamento quasi mortale al celebre navigatore Cook nel 1774.
E naturale che la tossicit dei Tetraodontidi sia stata studiata soprattutto in Giappone, dove ne  stato isolato l'agente: si tratta della tetraodotossina (o tetrodotossina), sostanza cristallizzabile con formula Cu H17 N3 08 e peso molecolare 319.  molto resistente al calore. Essa  contenuta nei visceri, soprattutto nelle gonadi e nel fegato; talora ve n' traccia nel sangue e pu trovarsi anche nei muscoli se il pesce non  fresco. Tuttavia, le masse muscolari ben isolate dai visceri ed accuratamente lavate risultano eduli. Si  riscontrato che la tossicit varia con le stagioni, essendo massima in primavera cio all'epoca della riproduzione;
molto probabilmente intervengono variazioni anche secondo l'et degli animali, i singoli organi e la localit di pesca.
La morte da tetraodotossina  di solito causata da paralisi respiratoria. In Giappone essa ha luogo in circa met delle persone avvelenate, le quali non sono quasi mai clienti dei ristoranti dove i fugu vengono abitualmente serviti da cuochi in possesso di un speciale diploma per preparare questo alimento. Chi considera che i pesci palla, debitamente trattati, non sono meno commestibili di tanti altri e che un eventuale avvelenamento non  necessariamente mortale, potrebbe ritenere ingiusto qualificarli come velenosi e pronunciare una condanna. Al che si potrebbe aggiungere, a titolo di commento, che il mare ci fornisce tali e tante ottime carni di pesce da mangiarsi senza timore n rischio, che non v' ragione di curarsi dei pesci palla!
Nel 1787 il naturalista portoghese Antonio Parra pubblic a Cuba una Descripcin de differentes piezas de historia natural nella quale diede la prima descrizione di una particolare malattia che colpisce coloro che nei paesi tropicali si cibano di pesci: egli la denomin siguatera e ne fece esperienza personale. La classica opera in cui il morbo venne trattato  per quella dell'ittiologo cubano Felipe Poey (1799-1891) intitolata Ciguatera. Memoria Sobre la Enfermedad Ocasionada por los Peces Venenosos, anch'essa edita all'Avana. Di origine cubana  dunque il corrente nome di ciguatera con cui si indica un complesso di disturbi, anche gravi, provocati dall'ingestione di pesci tropicali. Essa  diffusa in molte regioni comprese fra 35 lat. nord e 35 lat. sud;  particolarmente comune nell'area Caraibica e nel Pacifico, mentre in altre zone come ad esempio il mar Rosso  sconosciuta.
La ciguatera  la pi diffusa malattia causata da organismi marini e, come gi rilev Poey, si manifesta con grande irregolarit. Punto di partenza  il popolamento delle acque da parte di alghe microscopiche (Dinoflagellate) come Gonyaulax catenella e Gymnodinium breve inghiottite da pesci planctofagi, o di alghe bentoniche (Cianoficee) mangiate da pesci erbivori. Questi vegetali contengono tossine, che necessariamente si propagano dai pesci erbivori a quelli carnivori: gli uni e gli altri non ne risentono per nulla. E stata denominata ciguatossina la sostanza tossica quale viene elaborata dai pesci. Essa  il fondamentale agente della malattia; dagli studi effettuati,  risultato fra l'altro che  quaternaria e liposolubile. Nel corso delle catene alimentari - che coinvolgono anche molluschi, echinoidi e altri invertebrati - la tossina non perde la sua efficacia e perviene facilmente all'uomo.
Sembrano essere forse 300 le specie di pesci suscettibili di provocare la ciguatera a chi se ne cibi; sono maggiormente da temere i grossi predatori come murene, cernie, lutiani, ecc. Uno dei principali apportatori del morbo  il barracuda e soprattutto gli esemplari di grandi dimensioni. Ci che sorprende  la normale commestibilit di tutti questi pesci. Essi sono innocui in una regione, mentre in un'altra agiscono da intossicatori - persistenti o temporanei - e la velenosit o meno possono rilevarsi anche in zone vicinissime.
Un comune pesce chirurgo del Pacifico (Ctenochaetus striatus) viene abitualmente pescato e mangiato a Okinawa e alle isole Palau, senza alcun inconveniente; invece a Tahiti, dove  pure apprezzato, provoca il 61% dei casi di ciguatera. Nel suo contenuto gastrico fu trovata una tossina idrosolubile, con propriet emolitiche; comunque, non manca la consueta cinguatossina. La velenosit dei barracuda fu anche attribuita alla frequente ingestione di pesci palla.
Le manifestazioni della ciguatera consistono in debolezza, prurito, diarrea, vomito, nausea, inversione della sensibilit per il caldo e per il freddo. Gli avvelenamenti possono aver luogo in qualsiasi periodo dell'anno. La tossicit di una medesima specie di pesce varia - anche in notevole misura - non solo secondo le localit, ma anche secondo le stagioni.
Come conclusione a queste riassuntive notizie, va detto che la ciguatera, bench sia nota da lungo tempo,  ancora circondata da un certo mistero perch molto rimane da chiarire nei suoi riguardi: resta il fatto che la si deve temere, perch la possibilit di un esito fatale non  per nulla esclusa.
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FINE.
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BIBLIOGRAFIA.
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In torno a molti argomenti trattati nelle precedenti pagine si trovano notizie, pi o meno estese, in libri italiani relativi ai pesci in generale oppure alla Biologia marina, alla Biogeografia o all'Acquariologia. Si aggiungono naturalmente le traduzioni di qualche volume straniero. Rimane nondimeno impossibile presentare indicazioni bibliografiche sia pure sommarie senza includervi una serie di opere in altre lingue e soprattutto in inglese: ci conferma come la conoscenza di questo idioma sia oggi indispensabile a chiunque abbia interessi culturali, anche senza definiti scopi scientifici.
Le pubblicazioni qui elencate variano molto non soltanto per gli argomenti ma anche per il carattere. Alcune di esse sono volumi riccamente illustrati, mentre altre sono articoli di diversa estensione. Inoltre, alcune sono divulgative e altre strettamente scientifiche. Pensando a una probabile variet di lettori, non mi  sembrato opportuno escludere le une o le altre, anche a costo di una criticabile eterogeneit. Non  male offrire a ciascuno la possibilit di scegliere ci che gli conviene, secondo gli intendimenti e la preparazione.
Sia i libri, sia gli articoli - anche brevi - possono rappresentare utili mezzi di orientamento per i giovani studiosi che dalla lettura dei troppo concisi capitoli di questo libro siano stati invogliati ad apprendere di pi. Comunque, essi dovranno contentarsi qui di un modestissimo saggio della ricchissima letteratura intorno ai pesci dei mari tropicali e agli ambienti in cui vivono: esso comprende alcuni dei pi moderni lavori, la cui serie si arricchisce di continuo. Restano escluse le vecchie... ma gloriose opere, alcune delle quali sono state menzionate nel testo; chi ha la possibilit di accedere a istituti con biblioteche ben fornite, potr averne in visione almeno alcune.
In Italia i pesci dei mari tropicali sono considerati in riviste dedicate all'acquariologia, come Aquarium edita dalla Primaris (Milano) che ha inoltre pubblicato una serie di libri ricchi di notizie e di ottime inconografie. Frequenti articoli, corredati da splendide fotografie a colori, compaiono inoltre su periodici dedicati ad attivit subacquee e turistiche (Sesto Continente, Milano; Mare 2000, Milano; Mondo sommerso, Roma) o alle conoscenze geografiche (Geodes, Milano).
Importanti sono alcune riviste straniere, fra cui  soprattutto noto il National Geographic (Societ Geografica degli Stati Uniti). Una pi esclusiva finalit di divulgazione scientifica hanno Pacific Discovery (California Academy of
Science, San Francisco) e Sea frontiere (Intern. Ocan. Foundation, Universit di Miami). Ambedue contengono articoli di gradevole lettura, ove competenti autori trattano svariati aspetti della vita marina, riferendo anche recenti acquisizioni. Fra le riviste puramente scientifiche devono qui ricordarsi Pacific Science (Honolulu) e Bulletin of Marine Science (Miami); naturalmente la prima interessa soprattutto la regione Indopacifica, la seconda la regione Atlantica.
Carattere sia scientifico sia divulgativo ha la Rvue Franaise dAquariologie (Nancy: Universit I e Museo di Zoologia, Societ degli acquariofili). I pesci corallini sono di preminente interesse e nei loro riguardi sono riferite ricerche originali condotte nel locale acquario nonch in mari diversi.
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ADDENDA.
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Caranx hippos, uno dei pesci ritenuti circumtropicali,  in realt limitato all'Atlantico. Nella regione Indopacifica  sostituito da C. ignobilis, il pi grande dei congeneri (2 m, 80 kg).
Nomeus  simbionte della Fisalia solo allo stato giovanile. Gli adulti sono di colore bruno uniforme e misurano fin oltre 30 cm.
La ricca letteratura intorno a Acanthaster enumera svariate cause del suo aumento e non esclude azioni umane.
Oggi si usa spesso il termine entit invece di specie o sottospecie. Esso non rientra nell'ufficiale nomenclatura zoologica ed  molto vago: anche ogni individuo o famiglia  un'entit cio qualcosa che esiste! E assai meglio valersi di taxon (plur. taxa) quando un termine indefinito sia preferibile a qualifiche pi precise o serva a evitare ripetizioni.
La distinzione delle due sottospecie di Chaetodon auriga non sembra avere un valido supporto. In queste righe, resta comunque spiegato un comune procedimento sistematico.
Molti Olocentridi (Holocentrus e generi pi affini) vengono detti pesci scoiattoli.
Monotaxis grandoculis  stato recentemente ascritto alla famiglia Letrinidi.
Il serranide Epinephelus tauvina fu ritenuto gigantesco; ma probabilmente non supera 80 cm di lunghezza. Misure ben pi grandi furono citate in seguito a confusioni con E. lanceolatus.
Non tutti gli autori concordano nel separare i generi Pomacanthus e Pomacanthodes.
Apogon nematopterus, noto anche agli acquariofili, viene ora riferito al genere Sphaeramia.
Per pi estese e precise notizie intorno alla simbiosi Pomacentridi-Attinie  indispensabile consultare il libro di Allen (1972) citato in bibliografia (p. 208).
Gymnothorax javanicus pu superare 3 m di lunghezza ed  quindi pi grande di Enchelynassa canina, che non raggiunge una simile statura (come  detto a p. 46). Questa Murena  una delle principali cause di ciguatera.
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FINE.